domenica 23 giugno 2013

vecchie storie milanesi

Quel piccolo microcosmo dove sono cresciuta, la casa di ringhiera di Via Correggio, era una casa a 5 piani, divisa in due ali quasi ad angolo ottuso . Le scale arrivavano sul ballatoio e le ringhiere si aprivano come un ventaglio a destra e a sinistra, affacciate sul cortile.
Le scale di pietra serena, i corrimani di ferro battuto, semplici, senza arzigogoli chè era una casa operaia, mica di signori. In ferro battuto anche il cancello in mezzo al portone, che obbligava gli inquilini ad aggirarlo per passare davanti alla nostra guardiola. Era un po' più lavorato, perchè è bene dare una bella immagine a chi passa lì fuori.
Il grande portone di legno scuro, a due ante,  pesantissimo, che mio padre alla mattina  alle 6 e la sera alle 22 apriva e chiudeva, tutti i santi giorni, domeniche incluse.
Non c'erano porte vere e proprie, ogni appartamento che dava sulla ringhiera aveva una grande persiana verde a due battenti. Nessuna paura dei ladri negli anni '50... bastava una semplice chiave per sentirsi al sicuro.
Era la casa più alta, all'angolo con la Via San Siro, e , poco più avanti su quella stessa via, confinava per un lato col muro di  una vecchia Corte, la Valsorda,....una di quelle costruzioni basse, con le ringhiere affacciate, appunto, sulla corte.
Termine che intende la corte delle case contadine, l’aia, lo spiazzo dove si facevano i lavori. Spesso le case erano disposte a cerchio intorno alla corte, e comprendevano i fienili, i ripari per le bestie. Nell’Ottocento a Milano erano ancora molti i contadini, e questa è forse l’origine della case di ringhiera.
Ogni Corte aveva un nome, ma io l'origine della Valsorda non la so, probabile che, siccome la costruzione sorgeva più in basso rispetto alle case circostanti, come in un avallamento, fosse quello il motivo del nome.

In quelle case inizialmente si ritrovavano lombardi provenienti un po’da tutta la regione spinti lì dal lavoro . Un miscuglio fra campagna e città, risaie e fabbriche, cascine e case di ringhiera, “paisàn” e “uperari” “mundin” e “filandere”…arrivavano dalla terra delle risaie del Ticino, dalla bassa lodigiana e cremonese, dalle colline bresciane o dalle montagne bergamasche, dal Veneto, qualcuno dal Trentino e chi, come noi, dal Friuli... gente legata alla cultura dei campi, al lavoro, poi, negli anni del boom economico è seguita la grande immigrazione dal sud, primo laboratorio a cielo aperto di convivenze tra nuovi e vecchi cittadini.
I paisàn a poco a poco abbandonano la terra, la campagna, per la città. Soprattutto Milano, dove sorgono le fabbriche per andare a lavorare. Ne avevamo giusto qualcuna dall'altra parte del marciapiede, la Cucirini Cantoni, la Salmoiraghi, la fonderia Radaelli,.
La Valsorda era una vecchia Corte un po' malandata e ci erano rimaste ad abitare si e no 5 o 6 famiglie, quasi tutte al primo piano, e quasi tutte composte da anziani. Quegli appartamenti non si possono immaginare come i nostri, infatti consistevano in due stanze ad andar bene, col gabinetto in comune in fondo alla ringhiera. Niente bagno, ci si lavava nel mastello nella prima stanza che fungeva da pranzo/cucina.

Al piano terra c'erano botteghe di artigiani, tipo il materassaio, il robivecchi, ricordo un meccanico e un carrozziere....alcuni ci tenevano le cantine, chiuse da cancelletti di ferro.
Il cortile prendeva tutta la lunghezza della costruzione ed era usato anche come luogo di lavoro dal materassaio e dalle altre piccole officine, oltre che dai gatti e dai cani randagi.
Il cortile, la Curt in dialetto milanese, era il fulcro di tutta la comunità. Così le storie, gli amori, le passioni, le feste,  le sagre, si intrecciavano, un luogo dove intensi erano i rapporti sociali e tutti si era parte di un’unica famiglia, nel bene e nel male.

In quella casa quasi fatiscente abitava la “sciura Bambina”. Strideva quel nome, solo a guardarla.
Era trasandata e sciatta, con i capelli sempre scarmigliati, ormai del tutto bianchi, che le arrivavano un bel po' sotto le orecchie, il parrucchiere credo non l'avesse visto mai o quasi.. Aveva perso parecchi denti, perciò le labbra erano come rientrate, e sempre con uno scialletto di lana grigria traforata sulle spalle, estate e inverno... Ma non era proprio vecchia, anche se non so definirne l'età, la vedevo con gli occhi di bambina, e quando si è piccoli sembrano vecchi anche quelli di 30 anni...
Il suo aspetto poco rassicurante però nascondeva un gran cuore.
Era forse quella che abitava lì da più tempo, conosceva tutti dentro e fuori la Corte, nel rione, era disponibile con tutti, aiutava tutti e tutti facevano riferimento a lei per ogni cosa, dalla più piccola bega di cortile fino all'organizzazione della resistenza contro una grande immobiliare, quando arrivarono le ruspe.
Alla sciura Bambina era permesso un po' tutto in quel piccolo pezzo di paese che era la Valsorda.
Le veniva tacitamente  riconosciuto il ruolo di capo, per cui lei poteva muoversi come voleva, e disporre come più le piaceva delle stanze vuote del piano terra .

Infatti un bel giorno arrivò una capretta.
Aveva avuto la balzana idea di farsela portare dal figlio di suo cugino, che viveva in una delle valli bergamasche. Chissà cosa pensava di farci....latte? Mah, chissà se sapeva mungerla..
Ricordo il trambusto di quel giorno, la corte era tutta in subbuglio. Sentendo tutto quel vociare al di là del basso muro del giardino che delimitava il confine fra le due case, salii al primo piano e corsi nell'angolo della ringhiera di destra che si affacciava proprio sul loro cortile.
La scena era incredibilmente comica. La capretta correva di qua e di là, credo anche spaventata, le donne con le scope cercavano di spingerla dentro a una di quelle stanze vuote, il materassaio che cercava di mettere in salvo i materassi appena finiti che erano appoggiati su una specie di treppiede, il carrozziere che se la rideva come un matto...
La sciura Bambina che saltellava di qua e di là con le braccia aperte cercando di acchiappare la povera bestia.
Ci riuscirono dopo una buona mezzora, grazie a una gran manciata di sale e un mazzo abbondante di erba che non so chi le aveva agitato davanti.... Io credo di non essermi mai divertita tanto....
Durò poco però la convivenza con la capretta, alla fine richiamò il figlio del cugino e la fece riportare da dove l'aveva presa.
Ho saputo molto dopo, attraverso mia madre che aveva parlato con una sua vicina, che l'intenzione era quella di avere qualcuno di cui occuparsi....questa cosa ricordo che mi colpi molto. Chissà perché non un gatto, o un cane....mistero.

La Valsorda è stata abbattuta dalle ruspe a metà degli anni '60, nonostante la strenua resistenza di Bambina e degli altri.
Si opposero alla distruzione per qualche mese, poi cominciarono i primi cedimenti davanti alle offerte in denaro affinché se ne andassero, e alla fine rimasero solo in due e dovettero cedere anche loro. Lei, che non aveva nessuno, grazie all'interessamento del parroco della chiesa di via Previati, andò a finire alla Baggina, il Pio albergo Trivulzio di ben nota fama.
Non ho più saputo nulla di lei, ma ne ho un ricordo vivido, quando ne parlo con mia mamma rivedo quel suo volto segnato, e il suo improbabile sorriso.
Fu tristezza quando arrivarono le ruspe.....in un momento venne spazzato via, cancellato, un pezzo della vecchia Milano, con tutte le sue storie, le gioie e i dolori di una vita vissuta dentro a quelle piccole stanze, dentro a quella corte, da tutte le persone che l'hanno animata...
Milano conta circa 70.000 appartamenti nelle case di ringhiera, oggi in alcune zone come i Navigli per esempio non sono più considerate come case popolari, anzi, sono molto ambite...mentre in quelle di periferia o di periferia estrema, i passaggi sono identici, i percorsi sono identici, adesso per gli stranieri, negli anni '50 -'60 per gli italiani. Dal punto di vista umano, davvero identici. E' l'umano ripetersi.

Sono passata lì davanti qualche giorno fa, il palazzone che venne costruito al posto della Valsorda è lì, ormai invecchiato anche lui, e inevitabilmente il mio pensiero è andato a lei...alla sciura Bambina e alla sua capretta.
Tra me e me in quel momento ho deciso che avrei fatto un dolce e glielo avrei dedicato.

Arrivata a casa, ho aperto il frigorifero e ho preso quel mezzo chilo di ricotta che avevo comprato per un cheesecake e ho optato per  una ricetta della compianta Alda Muratore.
Un cheesecake un po' diverso,  speciale, che mi piace davvero molto.


 

Petersburger Streuselkuchen


per la frolla:

250 g farina 
125 g zucchero 
1 uov0
1 cucchiaio colmo di cacao 
1 cucchiaino scarso di lievito 
150 g di burro.

Per il ripieno: 

100 g di burro 
150 g zucchero
5 uova a temperatura ambiente
500 g di ricotta
1 cucchiaino di estratto di vaniglia

Per lo streusel: 

75 g zucchero 
75 g burro 
150 g farina 
1 cucchiaio colmo di cacao


Preparare la frolla al solito modo, io ho messo tutto nel Kenwoood. Una volta pronta lasciarla riposare in frigorifero.
Mentre la pasta riposa, preparare il ripieno.
In una terrina montare il burro insieme allo zucchero fino ad avere una crema densa e liscia.
Aggiungere le uova che devono essere assolutamente a temperatura ambiente, in modo che una volta che  si uniscono il burro non impazzisce. Unire le uova dicevo, una alla volta, mescolando con la frusta elettrica finchè ogni uovo non sarà perfettamente assorbito.
Setacciare la ricotta per renderla ben liscia, e aggiungerla al composto di uova. Mescolare bene per ottenere una crema perfettamente liscia.

Preparare lo streusel.  Fondere dolcemente in burro, non deve friggere, lasciarlo raffreddare.
Radunare tutti gli ingredienti in una ciotola, aggiungere poi il burro fuso intiepidito e mescolare  brevemente con la frusta elettrica fino al formarsi di un composto a grossi grumi.
A questo punto, strofinare fra le mani questi grumi ottenendo dei grumi più piccoli.

Imburrare uno stampo a cerniera da 24 a  bordi alti, stendere la frolla e foderare lo stampo.
Versare il composto di ricotta dentro la pasta, e cospargere fittamente la superficie con lo streusel, fino a coprire tutto perfettamente. Qualche pezzo rimarrà grosso e  sprofonderà ma è il suo buono.
Cuocere in forno già caldo a 180° per almeno un'ora, ma col mio forno ci è voluta quasi un'ora e mezza, quindi regolatevi col vostro forno. E' pronto quando la lama di un coltello infilzata  nel centro del dolce, esce asciutta.
In cottura si gonfierà parecchio, facendo una specie di cupola che poi si abbasserà al centro raffreddandosi ma è normale che i bordi siano un po' più alti . Stavolta a me, alla fine,  ha fatto addirittura un cratere...

 




ora vi mostro com'è una vecchia corte. Questa è la Curt de l'America








probabilmente  chiamata così perchè molti ci stavano qualche settimana o  qualche mese in attesa di fare i documenti per l'America. E proprio di fronte alla casa c'era la fermata del tram che portava alla Stazione Centrale, dove prendevano il treno per Genova da cui salpavano carichi di sogni.  

La Valsorda era simile a questa, nella parte a sinistra. Sulla destra, invece, c'era un muro basso che delimitava il confine con casa mia.

Sono stata prolissa, spero di non  avervi annoiato..

11 commenti:

  1. E' sempre molto bello leggerti, Giuli :*
    E il cheesecake mi ispira tantissimo perchè ha la ricotta, che adoro!
    Grazie e buona settimana!

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  2. Giuliiiiiii!!! :-)
    Sai quanto io ti ammiri, e spero tu sappia che se anche non lascio quasi mai traccia del mio passaggio (causa pigrizia cronica) un salto qui da te lo faccio sempre più che volentieri! Questo però, proprio non potevo non commentarlo!!! :-D
    Grazie per aver postato uno dei miei dolci preferiti!!
    Baci!

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  3. Non ci annoierai mai, leggere quello che scrivi è sempre bello ^_^
    Questo dolce non lo conoscevo, ha un aspetto davvero goloso!
    A presto!

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  4. Mi piace tantissimo ascoltare e leggere storie di vita vissuta...grazie molte.
    Franci54

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  5. Bella la storia, molto coinvolgente!!!! Ecco mi sarebbe piaciuto molto ascoltare la storia davanti ad un karkadè ed una fetta del tuo dolce...chiedo troppo vero???
    Un abbracciotto...ah se ti va di seguirmi mi trovi anche su BLOGLOVIN, c'è posto anche per i tuoi amici!!!!!

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  6. Ma quale noia!!! adoro le tue storie , mi incanto a leggerne, mi sembra di vederla la sciura Bambina alle prese con la capretta, grazie!!!

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  7. Salve Giuliana ho scoperto un po' x caso il blog e sono rimasta colpita dai suoi racconti di vita...xche' mi aiutano a conoscere la citta' in cui vivo da qlc anno e che in un certo senso accomunano la vita dei nonni dei miei piccoli!!! Saluti luisa

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    1. ciao Luisa, grazie di essere passata, e grazie per il gradito commento.
      Amo la mia città e spero che tu ti trovi bene qui. Lo so che non è facile, ma Milano è capace di sorprendere a volte...
      Ti seguirò con molto piacere...


      cari saluti

      Giuli

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  8. Ciao Giuliana, ti seguo da tantissimo anche se forse non ho mai commentato le tue ricette, chissà poi perchè, alle volte mi intimidisce il presentarmi anche se virtualmente, che sciocca!! Ho scovato questo tuo post per caso e mi sono emozionata nel leggere il tuo racconto, carico di umanità e di sentimenti. Complimenti per la cheesecake che rifarò sicuramente. Sono una tua lettrice fissa da tempo, la mia tortina bianca e gialla spicca, continuerò a seguirti con affetto, volevo dirti solo questo, ciao a presto!!

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    1. cara Resy, grazie di esserti palesata questa volta! Spero che tu lo faccia ancora, comunque stai tranquilla, so quanto a volte è difficoltoso essere assidui coi commenti... Mi scuso anch'io per la mia assenza, ma il tempo è sempre contato.
      Grazie per la tua presenza affettuosa, ricambiata di cuore.
      A presto!

      Baci
      Giuli

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