lunedì 2 ottobre 2017

Minestra di orzo e fagioli, ricordando mia nonna

Due Ottobre, giorno dedicato ai nonni,  anche a me quindi, che sono nonna da ormai 15 anni.  
Anche  il Calendario del Cibo Italiano ha pensato di dedicare questo giorno a celebrare i nonni e voglio contribuire parlandovi della mia.  I nonni materni,  a cui ero molto affezionata,  li ho frequentati poco e anche se  d'estate passavo 15 giorni con loro che vivevano con i miei zii e cugini, era molto di più il tempo che restavo con mia nonna paterna, al paese dove sono nata,  senza contare che lei trascorreva l'inverno a casa nostra in città,  e quindi mi viene naturale di pensare subito a lei quando si parla di nonni. 
Di secondo nome faccio Lucia,  il nome di mia nonna.
Lei era nata  il 16 ottobre, nel 1900.
Nata, cresciuta e vissuta fino al 1992 in un piccolo paese perso nella pianura friulana a destra del Tagliamento, appena sotto le montagne, in mezzo a  campi e vigne a perdita d'occhio.
Non ha avuto una vita facile, come del resto tutti a quel tempo. Tutti quelli che facevano i contadini o, peggio, i mezzadri.
Rimasta orfana a 18 anni perché la mia bisnonna se l'è portata via l'epidemia di spagnola, si è ritrovata con altri 6 fratelli da accudire, tutti più piccoli di lei. Non solo, qualche anno dopo suo padre ha pensato bene di risposarsi con una vedova della grande guerra. Vedova con una figlia, e con questa seconda moglie ne ha avuti altri due.
A quel tempo in Friuli, ma credo in tutte le zone di campagna, si viveva tutti insieme,  in affollate famiglie patriarcali, con i genitori, i nonni, gli zii e tutto il parentado fino alla sesta  generazione.  Posso solo immaginare cosa deve essere stato...cose positive credo ben poche, libertà e intimità zero, mancanza di soldi cronica, rinunce, discussioni e contese per ogni cosa, anche per i turni al forno per fare il pane o per accaparrarsi le ossa del maiale per fare il sapone...
Lavoro, lavoro e ancora lavoro nei campi e in casa  in un'epoca in cui  lavatrice e lavastoviglie erano di là da venire, roba che le donne  erano sfiorite e già vecchie a 35 anni   coi visi cotti dal sole,  le mani rovinate dal bucato fatto nella roggia estate e inverno, sfiancate dai tanti figli partoriti e dalla coltivazione dell'orto che era quasi sempre prerogativa femminile, dal combattere con l’esigenza quotidiana di mettere qualcosa in tavola a pranzo e cena,  nonostante la miseria di quei tempi.
Forse per questo mia nonna era un caporal maggiore, di quelle che facevano filare tutti. Una donna friulana temprata dalle necessità e dalla fatica di quella vita contadina dei primi '900.  Una famiglia come punto di partenza  e una famiglia come punto di arrivo e,  in mezzo,  le memorie, i sogni, i ricordi, le delusioni e le speranze di una vita migliore.
Aveva dei capelli lunghi, ondulati, di un biondo rossiccio, che si teneva legati sulla nuca a crocchia e la sera quando li scioglieva per andare a letto, se li pettinava davanti allo specchio del comò. A volte la aiutavo e lei, burbera, sorrideva sorniona cercando di non darlo a vedere.
Sono sempre stata affascinata , sin da bambina, dai suoi racconti,  era la storia di un'epoca, raccontata a voce.  Parlava della grande guerra,  della ritirata di Caporetto, di quanto si era innamorata di uno dei fanti di passaggio, dei rari momenti di divertimento, del ballo in paese, su un tavolato che montavano nell'aia di una vecchia casa colonica, delle mascherate e degli scherzi paesani di Carnevale e di come aveva conosciuto il nonno.
Già, mio nonno. Era un paio d’anni più giovane ed erano praticamente incompatibili, avevano un carattere diametralmente opposto e litigavano in continuazione, però questo non le ha impedito di sposarsi incinta di 8 mesi ed era il 5 febbraio 1921, mio padre nacque il 24 marzo successivo, non so se ci fu scandalo, credo che anche allora fosse abbastanza comune.
E’ rimasta vedova presto perché mio nonno è scomparso  che era il 1954 e da allora ha sempre voluto vivere da sola, tranne i mesi invernali che trascorreva a casa nostra a Milano. Ho passato tutte le mie estati con lei, in quella che  anche oggi è la nostra casa friulana,  magari a volte era eccessivamente severa e  se tardavo a cena, persa nel gioco con i miei amici, mi veniva a cercare munita di un frustino fatto con un ramo di salice.....quanto faceva male se me lo dava sulle gambe!!
Ma la adoravo comunque e ancora oggi sento il vuoto che ha lasciato.
Era molto golosa, non sapeva resistere ai dolci e le piaceva avere il suo bicchiere di vino a tavola. Diventata molto vecchia  il  tempo che rimaneva a casa nostra si allungava sempre un po' di più  e quando cominciò ad avere problemi di diabete iniziò una strenua battaglia fra lei e mia madre che cercava di tenerla a stecchetto.  Non  riusciva a rinunciare alle cose dolci  per cui, sperando che nessuno lo notasse,  faceva scorta di  biscotti dalla dispensa, si riempiva le tasche dell'immancabile grembiule e andava  a  mangiarli di nascosto in bagno, con la segreta speranza che mia madre non si accorgesse. Figurarsi! Era peggio di lei mia madre,  diciamo che se una era un caporal maggiore, l'altra era un sergente inflessibile a cui nulla sfuggiva. E allora cominciavano diatribe...avete mangiato voi i biscotti? Le chiedeva mia madre dandole  del VOI come si usava in tempi andati.   Io no, rispondeva con aria indifferente,  saranno state le bambine. Io e mia sorella a  volte confermavamo, complici, ma  mia madre non ci ha mai creduto.
Poteva leggere e cucire  senza occhiali  e digeriva anche i sassi, non esisteva il mangiare pesante per lei. Ed è stato così fin quasi alla fine, a 92 anni.
Sapeva cucinare, senza tanta passione, per dovere credo, per abitudine, ma quello che preparava era molto curato.  Me la ricordo ancora, e la vedo, quella pentola di fagioli che metteva a  bollire sul fuoco del fogolar. Un profumo leggero che saliva mescolato all'odore del fuoco e  si spargeva dappertutto anticipando coi profumi quello che sarebbe stato il sapore. E le erbe, rosmarino, alloro, salvia, prezzemolo e basilico, erba luisa, timo, menta e menta rossa e tantissime altre ancora  lei le usava tutte, erano nell'orto dietro casa, a portata di mano in ogni momento, ma  oltre che per  profumare ogni pietanza   ne faceva usi alternativi,  il  basilico era un profumo, la menta un dentifricio. Profumi e creme di bellezza le piacevano, ma a volte tornava a quelle abitudini lontane di sfregare le foglie di menta sui denti o di mettere un paio di foglie di basilico nel reggiseno.
Invece il  profumo di rosmarino accompagnava i miei pasti,  ce n'era sempre a iosa con il coniglio o il pollo che usava cuocere  nel forno della stufa a legna.
E poi la polenta... bianca da noi, con salsiccia, frico, frittate e umidi. O anche solo polenta e radic, o polenta e formai. La polenta. Che ha sempre  riempito le pance, che saziava tutti quando non c'era da mangiare. Quando la carne era un lusso che ci si poteva permettere solo nelle feste più grandi, quando le parti della carne le facevano le nonne,   vere matriarche di famiglie numerosissime che vivevano sotto lo stesso tetto. Come lei, la primogenita,  abituata fin dalla adolescenza a badare a una famiglia allargata e impegnativa.
La penso spesso e a volte la rivedo seduta sul divano con le mie figlie prima bambine e poi adolescenti,  mentre le aggiorna sugli accadimenti  e le chiacchiere del  paese, seguendo un rito, un gioco iniziato fra loro ogni volta che veniva a Milano.

Qui è con mia figlia Serena, di sei mesi mentre lei aveva 73 anni.

Ogni tanto mi torna  anche la sua immagine china sull’orto a strappare l’erba,  o nel serraglio a rincorrere qualche pollo da cucinare il giorno dopo, oppure intenta a mescolare la minestra di  orzo e fagioli, uno dei suoi piatti che ricordo con maggiore nostalgia...



Minestra di orzo e fagioli
una di quelle ricette di cui ogni famiglia prepara la propria versione. C'è chi fa un battuto di lardo, cipolla, carota, sedano ed erbe, chi ci mette il porro, chi la salsiccia.  Mia nonna  la faceva semplice semplice,  e io continuo  così,   mettendo tutto a freddo ma niente lardo, non ne amo il gusto.


300 gr fagioli secchi (ho usato i Lamon)
250 gr orzo perlato
1 carota
1 costola di sedano
1 piccola cipolla
1 spicchio d'aglio
2 patate medie
1 foglia di alloro
brodo vegetale,  q.b.
olio e.v.
poco burro
poco parmigiano
sale, pepe
mezzo cucchiaino di estratto di carne.
Mettete a bagno i fagioli per una notte in acqua e un cucchiaio di bicarbonato.
Trascorso il tempo, sciacquate molto bene i fagioli e metteteli in una capace pentola, aggiungete sedano e carota mondati ma lasciati interi o al massimo divisi a metà,  la cipolla tritata grossolanamente, lo spicchio d'aglio, la foglia di alloro, le patate a pezzi, un goccio d'olio, sale, l'estratto di carne  e coprite con  abbondante brodo vegetale.
Mettete a bagno l'orzo. Non ci vuole molto tempo ora, si cuoce abbastanza velocemente anche senza ammollo volendo. Io lo lascio il tempo necessario a preparare il tutto.
Portate i fagioli a metà cottura, quindi sciacquate l'orzo, scolatelo e versatelo nella minestra, abbassate il fuoco e continuare a cuocere finché sia  fagioli che orzo sono completamente cotti.
Mescolate ogni tanto, e alla fine, una volta pronta la minestra, eliminate le verdure lasciate intere e  schiacciate le patate che fossero rimaste in pezzi.  Alla fine dovrà essere   abbastanza densa.
Regolate di sale e servite con un giro d'olio buono, una spolverata di parmigiano e una macinata di pepe.

Note:
Io, per dimezzare i tempi, ho fatto tutto nella pentola a pressione. Ho cotto 20 minuti fagioli e verdure, quindi ho aperto la pentola e ho aggiunto l'orzo, e cotto altri 15 minuti dal fischio.
Poi ho schiacciato le patate, eliminato le verdure intere,  e ho lasciato ancora su fuoco dolce a pentola scoperta per qualche minuto prima di servire.

 Ciao nonna!




4 commenti:

  1. Giuliana apprezzo le tue capacità in cucina da tempo ma oggi ho apprezzato il tuo tenero racconto di ricordi di famiglia, io sono più schiva e stento ad aprire sulla mia vita personale ma in questo tuo post memoria, cucina e affetto sono uniti da un filo conduttore che rende la ricetta più intima. Auguri a te che sei nonna..un abbraccio

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  2. Lucia. La mamma della mia nonna paterna si chiamava Lucia e io anche se non l'ho mai conosciuta, perchè morta quando nonna mia era ragazza, l'ho conosciuta attraverso i suoi racconti e grazie alle foto che mia madre ha raccolto in tanti anni in entrambi i rami della mia famiglia. Lucia che nel mio cuore di bambina sarà sempre legato alla Santa Lucia che a Verona porta dolci e regali ai bimbi nella notte del 13 dicembre.
    Ricordi meravigliosi i tuoi! Come la tua minestra con i fagioli, di cui sento quasi il sapore anche attraverso la sola foto.
    Complimenti e auguri anche a te!
    Michela

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  3. Ciao Giuliana, è una festa che ci riguarda. Anche se pensiamo alle nostre nonne abbiamo l'età per esserlo anche noi. Quindi auguri a te! Antonella

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  4. Come sempre, riesci a commuovermi, senza ricorrere alla retorica o ad altri artifici che, in un giorno che sento particolamente come questo, correrebbero il rischio di irritarmi e basta. Tu, invece, mi emozioni, con questo ritratto vero, di donne indurite da difficoltà che oggi nemmeno ci sogniamo, ma che avevano comunque saputo preservare intatta, insieme alla fedeltà ai loro valori, anche una capacità di voler bene, capace di essere trasmessa da modi ruvidi e rustichi. Mia nonna (1913) aveva tanto in comune con la tua, compresa la mania di nascondere il cibo agli sguardi della figlia, "colpevole" solo di volerla preservare dalle malattie. Mi ricordo che una volta si era sentita male, il giorno di Natale. Era già ultranovantenne, mia mamma si era spaventata e aveva chiamato la guardia medica. Era arrivato un dottorino a cui erano toccate anche le rimostranze di mia mamma, sulle salsicce nascoste e sulle uova al tegamino preparate a mezzanotte. Lui aveva risposto con una domanda, direttamente a mia nonna.. "ma quanto la voglioo fare ancora vivere, questi qui? altri vent'anni? e in questo modo? ma non ha il diritto di fare un po' come le pare, ora che la sua vita l'ha vissuta e pure bene, visto a che età è arrivata e in che condizioni? la faccia di mia mamma, te la lascio immaginare. Ma mia nonna non poteva ricevere un regalo più grande, quel Natale... :)
    Grazie davvero!

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