Calendario del Cibo italiano
dolci al cucchiaio
dolci e dessert
memorie
Mandorle e memorie per il Calendario del Cibo Italiano
per la giornata delle mandorle del Calendario del Cibo Italiano voglio raccontarvi...
1° ottobre 1955 il mio primo giorno
di scuola. .
La mattina mia madre mi svegliò
presto, mi aiutò a vestirmi e mi infilò il mio grembiulino bianco,
fresco di stiratura, chiese a una inquilina di quella casa di
ringhiera di badare alla portineria e mi accompagnò a scuola.
L'unico, solo giorno della mia vita in cui andai a scuola
accompagnata.
La mia scuola elementare, un edificio grigio a due piani con grandi finestroni,
un po' triste e austero dei primi del '900, in Piazza Sicilia.
Ricordo quella piccola scalinata con le
ringhiere, affollatissima di mamme e bambini in grembiule bianco. E
un vociare continuo che si acquietò non appena comparve la
direttrice per fare l'appello delle classi dividendo maschi e femmine. Non dovetti aspettare
molto perché finii per essere chiamata quasi subito. E fu lì che conobbi quella
che sarebbe stata la mia maestra.
Si chiamava Zina Tresoldi. Una donna che aveva oltrepassato la mezza età ormai, con i capelli
di lunghezza media, tinti di quel grigio argento con quello che un tempo chiamavano cachet, ondulati e con una
pettinatura anni '20... un viso largo, e un sorriso accogliente. Ricordo che mi colpirono i suoi occhi,
ne aveva uno mobilissimo, il sinistro, che sembrava andare per fatti
suoi.
Negli anni, ogni volta che facevamo una verifica, quell'occhio era sempre rivolto verso di noi,
mentre l'altro era abbassato sul registro, come se leggesse, e noi
non sapevamo mai se ci stesse guardando oppure no. Non l'ho mai
capito, nessuno l'ha mai capito. Aveva le sue favorite, soprattutto la figlia del primo violino della Scala, Cesare Ferraresi, che era nella mia classe.
Cinque anni passati con la Zina Tresoldi, che sarebbe andata in pensione alla fine del nostro ciclo.
Così alla fine della quinta
invitò tutte noi alunne a casa sua, per una merenda di commiato.
Lei e sua sorella Maria Rosa ci
accolsero in un elegantissimo appartamento in Via Verga 15,
all'ultimo piano, su un grande terrazzo fiorito. Il tavolo, sul terrazzo,
era apparecchiato per il té, e un sacco di pasticcini e altre cose
buone facevano bella mostra nel vassoi. Ad un certo punto suona il
campanello e arriva il ragazzo del bar con del sorbetto per tutti.
Sorbetto all'arancia.
Me lo ricordo ancora come fosse adesso
il sapore di quel sorbetto. Era forse la prima volta che ne sentivo
parlare e la prima volta che ne assaggiavo. Mi rimase impresso per
giorni.
Ci salutammo e da quel momento passarono
moltissimi anni prima che la rivedessi. La salutai che ero bambina e
la rividi che ero donna e madre.
Capitò nel 1979, aspettavo la mia
seconda figlia ed ero quasi alla fine del tempo. Andammo a
trascorrere una breve vacanza alle Cinque Terre, a Monterosso, in
occasione del ponte del 25 aprile.
Ricordo che il tempo non era clemente
e un pomeriggio che mio marito volle rimanere in albergo, io e mia
figlia Serena uscimmo per una passeggiata, nonostante minacciasse di
piovere.
Camminando lungo il mare, prima di
arrivare alla galleria, lo sguardo si posa sul citofono di una grande
casa, richiamato dal nome: Zina Tresoldi. Un tuffo al cuore
perchè di colpo ricordo che lei parlava sempre della sua casa di
Monterosso. Senza starci a pensare, incoscientemente suono.
Mi risponde lei direttamente e ne
riconosco subito la voce. Ci fa entrare, commossa. Mi abbraccia e
accarezza mia figlia.
Parliamo per un'ora e più, e lei si
ricorda perfettamente di me, perfettamente. Mi rammenta un paio di
episodi che me lo confermano. Questa cosa mi destabilizza un poco
perché la mia opinione di lei e dei suoi favoritismi non era granché
positiva, però dopo tanti anni tutto è stemperato nella nebbia dei
ricordi, ed averla davanti in quel momento, dopo tutta una vita mi
fa molto, molto piacere e mi riempie di commozione.
La saluto a malincuore con la promessa
che sarei tornata a salutarla con mio marito, che aveva chiesto di
conoscere.
Purtroppo non fu possibile tornare perchè dovemmo rientrare urgentemente a Milano per motivi di
lavoro.
Molti anni dopo, cercando dei documenti
storici per una ricerca, mi imbattei in un libro,
Volontarie della Libertà, che parlava
fra le altre donne, di lei e di sua sorella. Scoprii che durante la
guerra avevano aiutato per anni molte persone, ebrei soprattutto, a nascondersi, andando anche in carcere
prima a Como e poi a S. Vittore e una volta libere per una amnistia,
avevano contribuito ad organizzare la rocambolesca fuga dal carcere
di Franco Momigliano, il grande economista.
Non ho più avuto modo di vederla, di
parlarle, di raccontarle quello che avevo letto su di lei, di dirle
che la sua figura è stata comunque importante nel mio percorso.
Me la ricorderò per sempre, seduta su
quella vecchia poltrona a fiori con un grande scialle di lana sulle
spalle, la sua testa argentata, e il suo occhio ballerino che mi
guarda amorevolmente mentre chiudo dolcemente la porta della stanza.
Questo dessert alla mandorla che prevede anche un sorbetto
all'arancia lo dedico a lei, ricordando quel lontano giorno di inzio estate, sulla sua terrazza fiorita.
Ciao Zina.
Crema di mandorle, sorbetto di arance rosse e streusel alla fava Tonka
per 6 persone
per la crema alle mandorle
400 ml panna liquida fresca
100 gr mandorle pelate
225 g latte di mandorla
8 tuorli
140 gr zucchero
per il sorbetto di arance rosse
400 g succo d'arancia
1 limone, il succo
2 albumi
150 g zucchero
2 cucchiai Cointreau, o altro liquore all'arancia
per lo streusel alla fava Tonka
50 g farina di mandorle
50 g burro
50 g farina
2 cucchiai zucchero di canna
1 pizzico di fava tonka grattugiata
qualche fogliolina di menta per colorare
Questo dolce va preparato con un po' di anticipo rispetto al momento di servire.
Se non trovate le arance rosse, non ha importanza, sarà più giallo il sorbetto, ne risentirà solo l'estetica.
Per prima cosa preparate il sorbetto, se avete una gelatiera è una cosa
veloce, altrimenti sarà un po' più laborioso ma ci si riesce ugualmente.
Spremete le arance, filtratene il succo arrivando alla dose di 400 g
spremete anche il limone e aggiungetelo al succo d'arancia.
Unite lo zucchero e mescolate il tutto finché è completamente sciolto.
Unite anche il liquore.
Montate a neve i due albumi e cercate di incorporarli al composto, non è
facile unire una massa montata con un liquido, ma man mano che congela
ce la si fa.
Se avete la gelatiera, basta versare il composto e azionare la macchina
con la funzione sorbetto, altrimenti mettete il composto in una
vaschetta bassa, meglio se di acciaio o altro metallo, in modo che in
freezer conduca meglio il freddo.
Mettete la vaschetta in freezer, e ogni 30/40 minuti, estraetela e mescolate il composto.
Operazione da ripetere finché tutto è completamente congelato e
amalgamato. Ci vorrà un po' evidentemente, ma alla fine il risultato
sarà uguale.
Una volta pronto il sorbetto, dimenticatevelo in freezer.
Il giorno prima, tritate le mandorle, intiepidite la panna liquida,
versatela in una ciotola e aggiungete le mandorle tritate. Coprite e
tenete in frigorifero fino al momento dell'uso.
Al momento di preparare il dolce, filtrate la panna dalle mandorle con
un colino cinese, premendole bene per estrarre tutto il liquido. Le
mandorle che resteranno non buttatele, potranno essere usate per un
dolce o per un crema frangipane.
In un pentolino scaldate la panna filtrata insieme al latte di mandorla.
Mescolate le uova con lo zucchero con un cucchaio di legno, in modo da non fare schiuma.
Versate la panna calda sulle uova, a filo, mescolando fino ad amalagamare bene tutto.
Preparate degli stampi da forno, delle cocottes, degli stampi da crème
brulée, quello che preferite, dentro a una teglia che possa contenerli
agevolmente.
Versate delicatamente la crema negli stampi in modo che siano più o meno tutti pari.
Mettete la teglia nel forno già caldo a 180°, versate con attenzione
dell'acqua bollente nella teglia in modo che arrivi a metà degli stampi e
infornate per 50 minuti, forse meno.
La crema è cotta quando al tatto è resistente. Nel caso dovesse iniziare a scurirsi, copritela con dell'alluminio.
Togliete dal forno, lasciate raffreddare la crema nel suo bagnomaria,
poi coprite uno per uno gli stampi con la pellicola e tenete in
frigorifero fino al momento di portare a tavola.
Ora tocca allo streusel.
In una ciotola mescolate la farina di mandorle con la farina bianca,
aggiungete lo zucchero di canna, un generoso pizzico di fava Tonka grattugiata e il burro a
pezzetti, freddissimo.
Con le mani mescolate tutto in modo che il burro si incorpori e il composto sia una specie di briciolame.
Foderate di carta forno una teglia bassa, disponetevi sopra il
composto sbriciolato e cuocete in forno a 180° per circa 10/15 minuti, dipende dal
forno.
Se si allarga e tende ad unirsi non ha importanza, tanto poi va spezzettato comunque con le mani, per decorare il dolce.
Al momento di portare a tavola montate il dolce.
Riprendete la crema dal frigo, appoggiatevi in mezzo un poco di
streusel, prendete anche il sorbetto dal freezer, lasciatelo qualche
attimo ad ammorbidirsi quindi fatene delle quenelles e appoggiatele
sopra lo streusel. Guarnite con una fogliolina di menta.
Un dolce ottimo, una vera armonia di sapori fra arancia e mandorle.
Calendario del Cibo italiano
piatti unici
secondi
verdure
Oggi il Calendario del Cibo Italiano sarà dedicato interamente alle ricette di Petronilla.
Amalia Moretti Foggia in della Rovere, classe 1872, fu fra le prime donne a laurearsi in medicina in Italia , e svolse la sua attività di medico pediatra a Milano dove, per le sue grandi qualità oltre a quelle di medico, venne premiata con l’Ambrogino d’oro.
Nel 1926 Eugenio Balzan, direttore editoriale del Corriere della Sera, le affida una rubrica di medicina sulla Domenica del Corriere dove Amalia scriverà sotto le pseudonimo di Dottor Amal, diventando così la prima divulgatrice scientifica italiana.
Poichè Amalia riesce facilmente ad entrare in sintonia con il suo pubblico, le viene affidato un altro compito, una rubrica culinaria.
Nasce così Petronilla, che non solo parlerà di cibo ma racconterà anche storie di vita familiare, insegnando come fare economia, dispensando consigli utili con una attenzione particolare ad una alimentazione sana e corretta. Tutte le sue ricette verranno raccolte in un libro la cui prima edizione qualcuno tuttora ha la fortuna di avere e conservare.
Negli stessi anni, a Belgrado, in Serbia viveva la sua omologa, Spasenija Markovic, detta Pata.
Come Petronilla, Pata teneva una rubrica sul quotidiano di Belgrado "Politika" dove dispensava consigli su come cucinare, su come conservare i cibi, su come apparecchiare la tavola e comporre il menù di tutti i giorni, cercando di istruire perfette padrone di casa.
La sua rubrica, in poco tempo, diventò uno spazio molto popolare fra le giovani signore, e contribuì a modernizzare la vita nella società serba dell'epoca.
Fondò addirittura la prima scuola di cucina per le ragazze di Belgrado. Anche lei una donna che anticipava i tempi, coraggiosa, amata e rispettata, ma anche guardata con sospetto in un tipo di società ancora rivolta al passato. Nel 1939 venne dato alle stampe "Il mio libro di cucina" che raccoglieva 4000 ricette pubblicate durante gli anni.
Ed è proprio con una delle sue ricette che contribuisco alla Voce degli altri, la rubrica collegata al Calendario del Cibo Italiano
Per noi due ho dimezzato le dosi, vi metto però la ricetta come è in origine.
Djuvec
2 grandi cipolle rosse
(o un mazzo di cipollotti)
2 spicchi d'aglio
3 carote grandi
4 o 5 zucchine
2 piccole melanzane
3 peperoni rossi
2 patate abbastanza grosse
3 o 4 pomodori pelati oppure 2 pomodori ramati spellati o, in alternativa,
un mestolo di passata di pomodoro
Riso, un bicchiere da acqua colmo
sale, pepe, peperoncino
olio e. v.
un ciuffo di prezzemolo oppure origano (io basilico)
per completare:
4 o 5 fettine sottili di carne di coppa di maiale
3 o 4 pomodori ramati spellati
Mondate e lavate tutte le verdure.
Affettate sottilmente le cipolle, tagliate a rondelle non troppo sottili le carote, spuntate e tagliate a tocchetti non troppo piccoli le zucchine e le melanzane. Dividete a falde i peperoni puliti da semi e filamenti e tagliate ogni falda a metà. Sbucciate l'aglio e tagliate a tocchi le patate. Tritate il prezzemolo. Io ho preferito basilico spezzettato con le mani.
Spellate e tagliate a rondelle i pomodori ramati
In un largo tegame scaldate un goccio d'olio e iniziate a soffriggere la cipolla, quindi aggiungete carote e melanzane, mescolate bene tutto, salate e pepate, coprite il tegame e abbassate il fuoco portando tutto a metà cottura.
Nel frattempo ungete abbondantemente un coccio, una pirofila di ceramica o di pyrex abbastanza grande da contenere tutto ben steso in uno strato di circa 5 cm.
Togliete dal fuoco il tegame e trasferite le verdure metà cotte nella pirofila, aggiungete i peperoni, le zucchine, l'aglio spremendolo con uno spremiaglio, le patate a tocchi, il riso, i pomodori pelati prima frullati con un goccio d'acqua, oppure i pomodori ramati spellati, svuotati dei semi e tritati, o semplicemente un mestolo abbondante di passata di pomodori, il prezzemolo (o l'origano oppure il basilico), di nuovo un pizzico di sale e pepe, o peperoncino, a piacere.
Mescolate tutto in modo che le verdure e il riso si distribuiscano bene, poi appoggiate le fettine sottili di coppa di maiale sopra le verdure in modo da coprire largamente tutta la superficie,
Affettate gli altri pomodori ramati e appoggiate le fette sulla carne in modo che ne sia completamente coperta. Condite con un filo d'olio.
A questo punto unite tanta acqua calda, o brodo vegetale, fino ad arrivare quasi a filo di tutto, avendo cura di lasciare un minimo spazio visto che il riso gonfierà in cottura assorbendo i liquidi.
Infornate a 180° ventilato. Tenete tutto coperto con un foglio di alluminio per i primi 30 minuti, poi toglietelo e lasciate che si asciughi tutto completamente fino a cottura ultimata.
Una volta pronto, lasciatelo riposare almeno una ventina di minuti prima di assaggiare.
un piatto unico pieno di profumi e sapori!
Djuvec, la Voce degli altri per il Calendario del Cibo Italiano
Oggi il Calendario del Cibo Italiano sarà dedicato interamente alle ricette di Petronilla.
Amalia Moretti Foggia in della Rovere, classe 1872, fu fra le prime donne a laurearsi in medicina in Italia , e svolse la sua attività di medico pediatra a Milano dove, per le sue grandi qualità oltre a quelle di medico, venne premiata con l’Ambrogino d’oro.
Nel 1926 Eugenio Balzan, direttore editoriale del Corriere della Sera, le affida una rubrica di medicina sulla Domenica del Corriere dove Amalia scriverà sotto le pseudonimo di Dottor Amal, diventando così la prima divulgatrice scientifica italiana.
Poichè Amalia riesce facilmente ad entrare in sintonia con il suo pubblico, le viene affidato un altro compito, una rubrica culinaria.
Nasce così Petronilla, che non solo parlerà di cibo ma racconterà anche storie di vita familiare, insegnando come fare economia, dispensando consigli utili con una attenzione particolare ad una alimentazione sana e corretta. Tutte le sue ricette verranno raccolte in un libro la cui prima edizione qualcuno tuttora ha la fortuna di avere e conservare.
Negli stessi anni, a Belgrado, in Serbia viveva la sua omologa, Spasenija Markovic, detta Pata.
Come Petronilla, Pata teneva una rubrica sul quotidiano di Belgrado "Politika" dove dispensava consigli su come cucinare, su come conservare i cibi, su come apparecchiare la tavola e comporre il menù di tutti i giorni, cercando di istruire perfette padrone di casa.
La sua rubrica, in poco tempo, diventò uno spazio molto popolare fra le giovani signore, e contribuì a modernizzare la vita nella società serba dell'epoca.
Fondò addirittura la prima scuola di cucina per le ragazze di Belgrado. Anche lei una donna che anticipava i tempi, coraggiosa, amata e rispettata, ma anche guardata con sospetto in un tipo di società ancora rivolta al passato. Nel 1939 venne dato alle stampe "Il mio libro di cucina" che raccoglieva 4000 ricette pubblicate durante gli anni.
Ed è proprio con una delle sue ricette che contribuisco alla Voce degli altri, la rubrica collegata al Calendario del Cibo Italiano
Per noi due ho dimezzato le dosi, vi metto però la ricetta come è in origine.
Djuvec
2 grandi cipolle rosse
(o un mazzo di cipollotti)
2 spicchi d'aglio
3 carote grandi
4 o 5 zucchine
2 piccole melanzane
3 peperoni rossi
2 patate abbastanza grosse
3 o 4 pomodori pelati oppure 2 pomodori ramati spellati o, in alternativa,
un mestolo di passata di pomodoro
Riso, un bicchiere da acqua colmo
sale, pepe, peperoncino
olio e. v.
un ciuffo di prezzemolo oppure origano (io basilico)
per completare:
4 o 5 fettine sottili di carne di coppa di maiale
3 o 4 pomodori ramati spellati
Mondate e lavate tutte le verdure.
Affettate sottilmente le cipolle, tagliate a rondelle non troppo sottili le carote, spuntate e tagliate a tocchetti non troppo piccoli le zucchine e le melanzane. Dividete a falde i peperoni puliti da semi e filamenti e tagliate ogni falda a metà. Sbucciate l'aglio e tagliate a tocchi le patate. Tritate il prezzemolo. Io ho preferito basilico spezzettato con le mani.
Spellate e tagliate a rondelle i pomodori ramati
In un largo tegame scaldate un goccio d'olio e iniziate a soffriggere la cipolla, quindi aggiungete carote e melanzane, mescolate bene tutto, salate e pepate, coprite il tegame e abbassate il fuoco portando tutto a metà cottura.
Nel frattempo ungete abbondantemente un coccio, una pirofila di ceramica o di pyrex abbastanza grande da contenere tutto ben steso in uno strato di circa 5 cm.
Togliete dal fuoco il tegame e trasferite le verdure metà cotte nella pirofila, aggiungete i peperoni, le zucchine, l'aglio spremendolo con uno spremiaglio, le patate a tocchi, il riso, i pomodori pelati prima frullati con un goccio d'acqua, oppure i pomodori ramati spellati, svuotati dei semi e tritati, o semplicemente un mestolo abbondante di passata di pomodori, il prezzemolo (o l'origano oppure il basilico), di nuovo un pizzico di sale e pepe, o peperoncino, a piacere.
Mescolate tutto in modo che le verdure e il riso si distribuiscano bene, poi appoggiate le fettine sottili di coppa di maiale sopra le verdure in modo da coprire largamente tutta la superficie,
Affettate gli altri pomodori ramati e appoggiate le fette sulla carne in modo che ne sia completamente coperta. Condite con un filo d'olio.
A questo punto unite tanta acqua calda, o brodo vegetale, fino ad arrivare quasi a filo di tutto, avendo cura di lasciare un minimo spazio visto che il riso gonfierà in cottura assorbendo i liquidi.
Infornate a 180° ventilato. Tenete tutto coperto con un foglio di alluminio per i primi 30 minuti, poi toglietelo e lasciate che si asciughi tutto completamente fino a cottura ultimata.
Una volta pronto, lasciatelo riposare almeno una ventina di minuti prima di assaggiare.
un piatto unico pieno di profumi e sapori!
Calendario del Cibo italiano
piatti unici
secondi
L'uovo per il Calendario del Cibo Italiano
l'uovo è l'argomento di oggi per il Calendario del Cibo Italiano
Le qualità alimentari dell'uovo sono state apprezzate dall'uomo sin dall'antichità. Gli Egiziani già allevavano polli e avevano inventato un sistema artificiale di incubazione delle uova. I Cartaginesi, come narra Massimo Montanari nella Storia dell'alimentazione, mangiavano invece uova di struzzo. Anche i Greci consumavano uova di gallina, tant'è che il medico greco Galeno affermava che nella dieta di una persona anziana non dovevano mai mancare. Presso i Romani le uova di gallina, insieme a pane, olive e vino, componevano l'antipasto della cena e secondo Dante Alighieri l'uovo con il sale è il miglior alimento al mondo.
Ma è nato prima l'uovo o la gallina? Il paradosso viene già citato dagli antichi filosofi greci quali Aristotele e Plutarco e la risposta è di carattere strettamente scientifico, perchè la domanda parla di uovo in senso generale, e non dell'uovo di gallina, per cui la risposta al paradosso è piuttosto semplice, e non può essere altro che l'uovo! E' noto che l'evoluzione degli uccelli, quindi anche la gallina, deriva dai rettili, animali a sangue freddo in grado di deporre uova. Quindi il diretto predecessore degli uccelli deponeva già le uova, pur non essendo ancora, in senso stretto, un uccello né tanto meno una gallina.
E l'uovo è alla base di quasi tutte le preparazioni dolci, protagonista anche di quelle salate, oppure consumabile direttamente. Un alimento che fornisce una quantità significativa di proteine e di altri elementi nutritivi ed occupa il primo posto nella scala dei cibi ad alto valore biologico.
Il mio contributo a questa giornata dedicata all'uovo è quanto di più semplice e allo stesso tempo delizioso che si possa pensare. Una ricetta che nella sua rustica semplicità trova il tocco di raffinatezza nell'aggiunta del tartufo.
Polenta, uovo occhio di bue, tartufo
per 4 persone
4 uova grandi
burro di buona qualità
sale, pepe
per la polenta:
500/600 g farina gialla bramata
acqua q.b.
sale
per completare:
1 piccolo tartufo
preparate la polenta seguendo le istruzioni della confezione, rapportate al peso che serve.
Una volta pronta la polenta, mettetene un poco in ognuno dei piatti facendo un piccolo incavo
Cuocete le uova.
In un piccolo pentolino preferibilmente antiaderente, fae spumeggiare il burro e rompeteci dentro l'uovo, lasciate che si rapprenda un poco l'albume, poi con l'aiuto di una spatola o una paletta, rigiratelo e continuate la cottura per un paio di minuti, deve rimanere molto morbido. Salate e pepate generosamente, quindi prelevatelo e appoggiatelo nell'incavo che avete fatto nella polenta.
Una grattatina di tartufo ed è pronto.
Regolatevi allo stesso modo per ogni uovo.
Niente di complicato, no? In compenso un piatto che sorprende sempre per la sua bontà.
Le qualità alimentari dell'uovo sono state apprezzate dall'uomo sin dall'antichità. Gli Egiziani già allevavano polli e avevano inventato un sistema artificiale di incubazione delle uova. I Cartaginesi, come narra Massimo Montanari nella Storia dell'alimentazione, mangiavano invece uova di struzzo. Anche i Greci consumavano uova di gallina, tant'è che il medico greco Galeno affermava che nella dieta di una persona anziana non dovevano mai mancare. Presso i Romani le uova di gallina, insieme a pane, olive e vino, componevano l'antipasto della cena e secondo Dante Alighieri l'uovo con il sale è il miglior alimento al mondo.
Ma è nato prima l'uovo o la gallina? Il paradosso viene già citato dagli antichi filosofi greci quali Aristotele e Plutarco e la risposta è di carattere strettamente scientifico, perchè la domanda parla di uovo in senso generale, e non dell'uovo di gallina, per cui la risposta al paradosso è piuttosto semplice, e non può essere altro che l'uovo! E' noto che l'evoluzione degli uccelli, quindi anche la gallina, deriva dai rettili, animali a sangue freddo in grado di deporre uova. Quindi il diretto predecessore degli uccelli deponeva già le uova, pur non essendo ancora, in senso stretto, un uccello né tanto meno una gallina.
E l'uovo è alla base di quasi tutte le preparazioni dolci, protagonista anche di quelle salate, oppure consumabile direttamente. Un alimento che fornisce una quantità significativa di proteine e di altri elementi nutritivi ed occupa il primo posto nella scala dei cibi ad alto valore biologico.
Il mio contributo a questa giornata dedicata all'uovo è quanto di più semplice e allo stesso tempo delizioso che si possa pensare. Una ricetta che nella sua rustica semplicità trova il tocco di raffinatezza nell'aggiunta del tartufo.
Polenta, uovo occhio di bue, tartufo
per 4 persone
4 uova grandi
burro di buona qualità
sale, pepe
per la polenta:
500/600 g farina gialla bramata
acqua q.b.
sale
per completare:
1 piccolo tartufo
preparate la polenta seguendo le istruzioni della confezione, rapportate al peso che serve.
Una volta pronta la polenta, mettetene un poco in ognuno dei piatti facendo un piccolo incavo
Cuocete le uova.
In un piccolo pentolino preferibilmente antiaderente, fae spumeggiare il burro e rompeteci dentro l'uovo, lasciate che si rapprenda un poco l'albume, poi con l'aiuto di una spatola o una paletta, rigiratelo e continuate la cottura per un paio di minuti, deve rimanere molto morbido. Salate e pepate generosamente, quindi prelevatelo e appoggiatelo nell'incavo che avete fatto nella polenta.
Una grattatina di tartufo ed è pronto.
Regolatevi allo stesso modo per ogni uovo.
Niente di complicato, no? In compenso un piatto che sorprende sempre per la sua bontà.
Calendario del Cibo italiano
pasta
primi
Oggi parliamo di olive sul Calendario del Cibo Italiano verdi, nere, piccole, grosse, un alimento che ha permeato la nostra storia e la nostra cultura, oltre a quella di molte civiltà, dall’antichità fino ai giorni nostri.
Confesso che per gli aperitivi vado direttamente alla Bella di Cerignola mentre per cucinare nutro una vera e propria passione per le olive taggiasche..
Ed è proprio con un piatto di pasta con le olive che celebro questa giornata del Calendario.
A volte, in fila alla cassa del super, lo sguardo va anche nei carrelli degli altri e spesso mi è capitato di vedere barattoli di sughi pronti, oltre a diverse varietà di cibi precotti. Mi convinco, ogni volta un po' di più, di come le persone si lascino prendere da pubblicità varie, di come sia poco informata. Pochi ne vedo leggere le etichette, molto pochi.
Mentre osservo bustine di risotto alla milanese, di minestrone di verdure liofilizzate e di ragù in scatoletta, mi chiedo quanto mai ci vorrà a preparare un sugo, anche lampo, mentre la pasta cuoce? Non so se è perchè non si sappia cucinare o se è la pigrizia, la poca voglia persino di pensare a qualcosa...
E' vero che ci sono momenti di emergenza a volte, dove hai il tempo contato oppure non hai la testa per inventarti qualcosa, ma in quel caso ci si rifugia nella pasta al burro, o nella fettina e alla mala parata in un toast o una piadina.. Perchè comprare sughi pieni di conservanti? Basta davvero poco a volte, un vasetto di tonno, una manciata di olive e il sugo si fa quasi da solo...
Spaghetti tonno e olive
per 3/4 persone
300 g spaghetti grossi, o q.b.
1 vasetto di tonno sott'olio da 250 g
(peso sgocciolato, 162,5 g)
1 manciata di capperi di Pantelleria sotto sale
3 filetti di acciughe sott'olio
2 spicchi d'aglio
3 o 4 cucchiai di olive taggiasche sott'olio, denocciolate
1 scatola di pomodori pelati, o di polpa di pomodoro
oppure una vaschetta piccola di pomodorini freschi
3 o 4 rametti di origano fresco, le foglioline
(in mancanza, 2 bei pizzichi di origano secco)
poco olio, sale, peperoncino
Mettete a bollire l'acqua. Dissalate i capperi.. Mettete a sgocciolare sia le olive che il tonno dall' olio.
In un largo tegame scaldate un filo d'olio, unite l'aglio sbucciato e a cui sarà stata tolta l'anima, aggiungete anche i filetti di acciuga e lasciateli sciogliere. Unite i capperi dissalati e il tonno spezzettato e le foglioline dei rametti di origano fresco, lasciate insaporire bene tutto, poi aggiungete i pelati, ( o la polpa a cubetti) date una schiacciata con la forchetta e aggiungete poca acqua calda, regolate di sale. Se optate per i pomodorini freschi, lavateli, tagliateli a metà, eliminate i semini interni e aggiungeteli a questo punto.
Lasciate cuocere il tempo che la salsa si riduca.
Nel frattempo l'acqua avrà iniziato a bollire, salatela, quindi cuocete gli spaghetti al dente, scolateli e saltateli dentro al sugo di tonno e olive. Un poco di peperoncino e un rametto di origano fresco saranno il tocco finale.
Ovviamente, invece che gli spaghetti, si può scegliere un formato di pasta a piacere.
Questo sugo è una mia variazione della classica puttanesca ed è quello che in casa mi richiedono spesso, non ci vuole molto tempo, più o meno in 15 minuti è pronto, i pomodori pelati o la polpa pronta non serve cuocerli a lungo, e se si usano i pomodorini freschi, anche meno, il tempo che appassiscano un pochino.
Ci si mette di più a scrivere il post che a farlo, quasi.
Spaghetti tonno e olive per il Calendario del Cibo Italiano
Oggi parliamo di olive sul Calendario del Cibo Italiano verdi, nere, piccole, grosse, un alimento che ha permeato la nostra storia e la nostra cultura, oltre a quella di molte civiltà, dall’antichità fino ai giorni nostri.
Confesso che per gli aperitivi vado direttamente alla Bella di Cerignola mentre per cucinare nutro una vera e propria passione per le olive taggiasche..
Ed è proprio con un piatto di pasta con le olive che celebro questa giornata del Calendario.
A volte, in fila alla cassa del super, lo sguardo va anche nei carrelli degli altri e spesso mi è capitato di vedere barattoli di sughi pronti, oltre a diverse varietà di cibi precotti. Mi convinco, ogni volta un po' di più, di come le persone si lascino prendere da pubblicità varie, di come sia poco informata. Pochi ne vedo leggere le etichette, molto pochi.
Mentre osservo bustine di risotto alla milanese, di minestrone di verdure liofilizzate e di ragù in scatoletta, mi chiedo quanto mai ci vorrà a preparare un sugo, anche lampo, mentre la pasta cuoce? Non so se è perchè non si sappia cucinare o se è la pigrizia, la poca voglia persino di pensare a qualcosa...
E' vero che ci sono momenti di emergenza a volte, dove hai il tempo contato oppure non hai la testa per inventarti qualcosa, ma in quel caso ci si rifugia nella pasta al burro, o nella fettina e alla mala parata in un toast o una piadina.. Perchè comprare sughi pieni di conservanti? Basta davvero poco a volte, un vasetto di tonno, una manciata di olive e il sugo si fa quasi da solo...
Spaghetti tonno e olive
per 3/4 persone
300 g spaghetti grossi, o q.b.
1 vasetto di tonno sott'olio da 250 g
(peso sgocciolato, 162,5 g)
1 manciata di capperi di Pantelleria sotto sale
3 filetti di acciughe sott'olio
2 spicchi d'aglio
3 o 4 cucchiai di olive taggiasche sott'olio, denocciolate
1 scatola di pomodori pelati, o di polpa di pomodoro
oppure una vaschetta piccola di pomodorini freschi
3 o 4 rametti di origano fresco, le foglioline
(in mancanza, 2 bei pizzichi di origano secco)
poco olio, sale, peperoncino
Mettete a bollire l'acqua. Dissalate i capperi.. Mettete a sgocciolare sia le olive che il tonno dall' olio.
In un largo tegame scaldate un filo d'olio, unite l'aglio sbucciato e a cui sarà stata tolta l'anima, aggiungete anche i filetti di acciuga e lasciateli sciogliere. Unite i capperi dissalati e il tonno spezzettato e le foglioline dei rametti di origano fresco, lasciate insaporire bene tutto, poi aggiungete i pelati, ( o la polpa a cubetti) date una schiacciata con la forchetta e aggiungete poca acqua calda, regolate di sale. Se optate per i pomodorini freschi, lavateli, tagliateli a metà, eliminate i semini interni e aggiungeteli a questo punto.
Lasciate cuocere il tempo che la salsa si riduca.
Nel frattempo l'acqua avrà iniziato a bollire, salatela, quindi cuocete gli spaghetti al dente, scolateli e saltateli dentro al sugo di tonno e olive. Un poco di peperoncino e un rametto di origano fresco saranno il tocco finale.
Ovviamente, invece che gli spaghetti, si può scegliere un formato di pasta a piacere.
Questo sugo è una mia variazione della classica puttanesca ed è quello che in casa mi richiedono spesso, non ci vuole molto tempo, più o meno in 15 minuti è pronto, i pomodori pelati o la polpa pronta non serve cuocerli a lungo, e se si usano i pomodorini freschi, anche meno, il tempo che appassiscano un pochino.
Ci si mette di più a scrivere il post che a farlo, quasi.
Calendario del Cibo italiano
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Torta glassata al limone per il Calendario del Cibo Italiano
oggi, con il Calendario del Cibo Italiano parliamo di dolci da credenza.
Tutto quell'insieme di dolci semplici, penso alle crostate, alla torta Sabbiosa, alla Mantovana, ai ciambelloni soffici che le nostre nonne e le nostre mamme riponevano nella credenza dopo avercene data una bella fetta. Torte senza aggiunta di crema o panna che potevano essere conservate tranquillamente per qualche giorno senza bisogno di frigorifero e senza perdere in bontà.
Dolci che non passano mai di moda proprio per la loro genuinità e per la loro anima semplice.
Di questa categoria fa parte la torta al limone che adesso vi racconto.
Ha una storia lunga e la ricetta è stata un vero tormentone per anni sul forum di Coquinaria e in rete, dove è universalmente conosciuta come Bettitorte, dal nome della sua madrina, Elisabetta.
E' ormai risaputo che non amo i dolci al limone, di nessun genere, fatta eccezione per quei due o tre che hanno saputo conquistarmi, e che ogni tanto preparo quando mi capita di avere per le mani i limoni giusti, profumati, sani. La Bettitorte è una di questi.
Torta glassata al limone
250 g burro morbido
250 g zucchero
250 g farina
3 grossi limoni di Sorrento, non trattati
2 o 3 cucchiai succo di limone filtrato
3 uova grandi
10 g lievito
per lo sciroppo:
60 g zucchero a velo
(o più, secondo necessità)
il succo di due limoni e mezzo, filtrato
per la glassa:
150 g zucchero a velo
2 o 3 cucchiai di succo di limone
(in alternativa anche del buon limoncello)
Montate bene il burro ammorbidito fino a farlo diventare una crema, aggiungete lo zucchero e continuate a mescolare. Unite le uova, una alla volta, amalgamando bene prima di ogni aggiunta.
Unite anche la scorza grattugiata dei tre limoni e il succo di mezzo limone.
Setacciate la farina con il lievito e pian piano aggiungetela all'impasto, mescolate fino a che è ben liscio ed omogeneo.
Versate tutto in una tortiera apribile da 24 cm. preventivamente imburrata e infarinata. Mettete in forno già caldo a 180° e lasciate cuocere per circa 40 - 50 minuti, dipende dal forno. Vale sempre la prova stecchino.
Mentre la torta cuoce, preparate lo sciroppo. Spremete i due limoni e mezzo e filtratene il succo e trasferitelo in un pentolino, unite lo zucchero a velo e fate scaldare tutto a fuoco dolce. Assaggiate ed aggiustate di zucchero al vostro gusto, perchè i limoni potrebbero essere un po' aspri. Tenete da parte.
Quando la torta è cotta, toglietela dal forno, lasciatela riposare qualche minuto poi aprite la cerniera, togliete il cerchio ma lasciatela sulla base.
Con una siringa da farmacia, senza ago, fate tante punture di sciroppo siringando un po' dappertutto la superficie della torta ancora calda. Non preoccupatevi se si vedono i buchi, verranno ricoperti dalla glassa. E usatelo tutto, lo sciroppo.
Lasciatela raffreddare completamente poi trasferitela su una gratella posta sopra una teglia, in modo che la glassa possa colare indisturbata.
Preparate la glassa. Mettete lo zucchero a velo in una ciotola, aggiungete i due o tre cucchiai di succo di limone o, meglio ancora, di limoncello, mescolate bene fino ad avere un crema consistente ma fluida e senza grumi, e coprite la torta con l'ausilio di una spatola, lasciate colare la glassa lungo i bordi poi, sempre con la spatola, lisciate anch'essi.
Lasciatela riposare fino a quando la glassa si è indurita bene, poi delicatamente , usando una lunga spatola, staccatela, toglietela dalla gratella e trasferitela sul piatto da portata.
Decorate a piacere. Qualcuno dei miei limoni era ancora attaccato ad un piccolo ramo fiorito, e perchè non usarlo per decorare la torta?
Se la preferite un po' più alta, cuocetela in uno stampo apribile da 22 cm. ma anche così è perfetta!
Una signora torta al limone di quelle che, una volta assaggiata, non ti dimentichi più. E se lo dico io che difficilmente mangio dolci al limone, potete credermi!
Tutto quell'insieme di dolci semplici, penso alle crostate, alla torta Sabbiosa, alla Mantovana, ai ciambelloni soffici che le nostre nonne e le nostre mamme riponevano nella credenza dopo avercene data una bella fetta. Torte senza aggiunta di crema o panna che potevano essere conservate tranquillamente per qualche giorno senza bisogno di frigorifero e senza perdere in bontà.
Dolci che non passano mai di moda proprio per la loro genuinità e per la loro anima semplice.
Di questa categoria fa parte la torta al limone che adesso vi racconto.
Ha una storia lunga e la ricetta è stata un vero tormentone per anni sul forum di Coquinaria e in rete, dove è universalmente conosciuta come Bettitorte, dal nome della sua madrina, Elisabetta.
E' ormai risaputo che non amo i dolci al limone, di nessun genere, fatta eccezione per quei due o tre che hanno saputo conquistarmi, e che ogni tanto preparo quando mi capita di avere per le mani i limoni giusti, profumati, sani. La Bettitorte è una di questi.
Torta glassata al limone
250 g burro morbido
250 g zucchero
250 g farina
3 grossi limoni di Sorrento, non trattati
2 o 3 cucchiai succo di limone filtrato
3 uova grandi
10 g lievito
per lo sciroppo:
60 g zucchero a velo
(o più, secondo necessità)
il succo di due limoni e mezzo, filtrato
per la glassa:
150 g zucchero a velo
2 o 3 cucchiai di succo di limone
(in alternativa anche del buon limoncello)
Montate bene il burro ammorbidito fino a farlo diventare una crema, aggiungete lo zucchero e continuate a mescolare. Unite le uova, una alla volta, amalgamando bene prima di ogni aggiunta.
Unite anche la scorza grattugiata dei tre limoni e il succo di mezzo limone.
Setacciate la farina con il lievito e pian piano aggiungetela all'impasto, mescolate fino a che è ben liscio ed omogeneo.
Versate tutto in una tortiera apribile da 24 cm. preventivamente imburrata e infarinata. Mettete in forno già caldo a 180° e lasciate cuocere per circa 40 - 50 minuti, dipende dal forno. Vale sempre la prova stecchino.
Mentre la torta cuoce, preparate lo sciroppo. Spremete i due limoni e mezzo e filtratene il succo e trasferitelo in un pentolino, unite lo zucchero a velo e fate scaldare tutto a fuoco dolce. Assaggiate ed aggiustate di zucchero al vostro gusto, perchè i limoni potrebbero essere un po' aspri. Tenete da parte.
Quando la torta è cotta, toglietela dal forno, lasciatela riposare qualche minuto poi aprite la cerniera, togliete il cerchio ma lasciatela sulla base.
Con una siringa da farmacia, senza ago, fate tante punture di sciroppo siringando un po' dappertutto la superficie della torta ancora calda. Non preoccupatevi se si vedono i buchi, verranno ricoperti dalla glassa. E usatelo tutto, lo sciroppo.
Lasciatela raffreddare completamente poi trasferitela su una gratella posta sopra una teglia, in modo che la glassa possa colare indisturbata.
Preparate la glassa. Mettete lo zucchero a velo in una ciotola, aggiungete i due o tre cucchiai di succo di limone o, meglio ancora, di limoncello, mescolate bene fino ad avere un crema consistente ma fluida e senza grumi, e coprite la torta con l'ausilio di una spatola, lasciate colare la glassa lungo i bordi poi, sempre con la spatola, lisciate anch'essi.
Lasciatela riposare fino a quando la glassa si è indurita bene, poi delicatamente , usando una lunga spatola, staccatela, toglietela dalla gratella e trasferitela sul piatto da portata.
Decorate a piacere. Qualcuno dei miei limoni era ancora attaccato ad un piccolo ramo fiorito, e perchè non usarlo per decorare la torta?
Se la preferite un po' più alta, cuocetela in uno stampo apribile da 22 cm. ma anche così è perfetta!
Una signora torta al limone di quelle che, una volta assaggiata, non ti dimentichi più. E se lo dico io che difficilmente mangio dolci al limone, potete credermi!
buffet
Calendario del Cibo italiano
piatti freddi
piatti unici
secondi
tradizione
Nel frattempo tagliate a pezzetti anche il formaggio.
Frittata friulana per il Calendario del Cibo Italiano
La frittata
è un alimento completo, pietanza tipica della cucina italiana. E' una di
quelle preparazioni più semplici che contano moltissime varianti. Con le verdure, con i formaggi o con i salumi, uova sbattute e un pizzico di fantasia riescono a farne un piatto sempre diverso e sempre gradito.
Il Calendario del Cibo Italiano dedica la giornata di oggi a questo argomento e ci offrirà una carrellata di ricette a testimonianza di quanto sia presente nella tradizione di ogni regione italiana.
Nella tradizione di casa mia, più che di frittata dovrei parlare di una specie di torta di uova, sostanziosamente ricca e gustosa. E' sempre stata il cavallo di battaglia di mia madre e, prima di lei, di mia nonna e forse, prima ancora, della mia bisnonna, retaggio delle loro radici contadine.
Infatti, dalle mie parti, questa frittata era molto spesso il pranzo di chi soleva alzarsi all'alba per andare a lavorare nei campi. Una bella fetta avvolta nel tovagliolo, un pezzo di formaggio, la fiaschetta dell'acqua e via, nella sporta, e si affrontava la fatica del lavoro manuale, soprattutto in tempo di fienagione, quando si doveva prima falciare e poi allargare l'erba per farla seccare e infine raccogliere il fieno con i forconi per caricarlo sui carri. La fatica era tanta e il cibo doveva per forza essere nutriente e sostanzioso. Oggi non è sicuramente più così, ma le tradizioni restano e si perpetuano, passando da madre a figlia, da nonna a nipote. E per me non è diverso...
Frittata friulana della Luisa
per 6/8 persone
8 uova
1 grossa cipolla bionda
2 patate
200 g salsiccia dolce
200 g carne di manzo tritata
200 g formaggio Montasio o latteria
3 cucchiai parmigiano grattugiato
1 cucchiaio prezzemolo tritato
mezzo bicchiere scarso di latte
sale, pepe nero
poco olio e.v.
Mondate, lavate e asciugate cipolla e patate, affettate la cipolla e tagliate a pezzetti non troppo grossi le patate.
Scaldate un goccio d'olio in una teglia possibilmente antiaderente.
Versate le patate per prime nell'olio caldo, mescolandole per qualche minuto, poi aggiungete le cipolle.
Lasciatele cuocere mescolando spesso, in modo che non si coloriscano troppo. Quando
sono a metà cottura aggiungete la salsiccia sbriciolata e la carne
tritata.
mescolate
di nuovo delicatamente per non rompere troppo le patate, e lasciate che
la carne si cuocia completamente insieme a tutto il resto. A questo punto regolate bene di sale e
pepe.
Nel frattempo tagliate a pezzetti anche il formaggio.
In
una ciotola sbattete le uova in modo che siano ben emulsionate,
quindi unite il parmigiano grattugiato, il mezzo bicchiere di
latte, e il prezzemolo tritato, date una ulteriore mescolata.
Scaldate il forno a 180°, ventilato.
Una
volta che il tutto è arrivato a cottura, mescolate cercando di uniformare in modo che gli ingredienti sino
ben distribuiti e cospargete con i pezzetti di formaggio.
senza aspettare, versate anche le uova sbattute e date una breve, delicata mescolata in modo che arrivino dappertutto.
lasciate che inizino a rapprendersi leggermente e trasferite la teglia nel forno caldo.
E' cotta quando la superficie è ben dorata e gonfia. Ci vorrà una mezzoretta, forse meno.
Toglietela dal forno e lasciate che riposi qualche minuto prima di tagliarla.
potete gustarla calda calda, con una spolverata di pepe nero sopra se vi piace, ma fredda, il giorno dopo è ancora più buona.
Un piatto unico, naturalmente, che io faccio sempre con queste dosi anche se so che siamo solo in due, appunto perchè la voglio gustare ancora meglio il giorno dopo.
Perfetta servita a quadrotti, per un buffet, e anche per un pic nic o altre occasioni simili.
Calendario del Cibo italiano
pasta
primi
Fave e pecorino per il Calendario del Cibo Italiano
Ho girato come una trottola e penato tanto a cercare questo formato di pasta, poco diffuso in queste lande del nord, che quando l'ho trovato sono stata talmente felice e euforica neanche avessi vinto qualcosa alla lotteria e credo che a raccontarlo di sicuro verrei presa in giro per anni. Come si può essere tanto felici per avere fra le mani un tipo di pasta secca? Sì può, si può...
Oggi il Calendario del Cibo Italiano dedica la giornata a un classico della tradizione primaverile, fave e pecorino, un binomio indissolubile.
Potevo non contribuire?
Lasagna riccia, puré di fave, pecorino e guanciale croccante
per due o tre persone
4 sfoglie di lasagne ricce
500 gr fave fresche, pesate sgusciate
1 cipolla bionda
200 gr pecorino
mezzo bicchiere scarso di latte
70/80 gr guanciale
un paio di foglioline di menta
sale, pepe
olio e.v.
sgusciate le fave, sbollentatele, scolatele ed eliminate la pellicina esterna, tritate finemente la cipolla e lasciatela appassire in un goccio d'olio, poi aggiungete le fave e lasciatele insaporire. Copritele di acqua calda e portatele a cottura, ci vorrà intorno alla mezz'ora, più o meno. In ogni caso assaggiate. Quando sono morbide morbide sono pronte.
Mentre le fave cuociono, tagliate a pezzetti il pecorino direttamente in un pentolino. Copritelo a filo con il latte e fatelo fondere a fuoco dolcissimo, mescolando spesso, finché è completamente sciolto. Al momento vi sembrerà liquido, ma lasciandolo leggermente raffreddare riprenderà un po' di corpo, addensandosi.
Ungete leggermente una padella, scaldatela a fuoco vivace e aggiungete il guanciale tagliato a pezzetti o a bastoncini, fatelo dorare bene quindi togliete dal fuoco e tenete da parte.
Mettete a bollire dell'acqua per cuocere la pasta. Per le lasagne, io lo faccio dentro una lasagnera, così le lasagne ci stanno belle lunghe e non corro il rischio che si appiccichino fra loro..
Passate al minipimer le fave ormai cotte, conservandone qualcuna per la decorazione. Otterrete un bel puré denso e cremoso.
Cuocete le lasagne, poi scolatele e una a una spalmatele di crema di fave, arrotolatele su se stesse.
Nel piatto mettete un poco di salsa al pecorino, appoggiatevi la lasagna arrotolata, nappatela con dell'altra salsa al pecorino, aggiungete qualcuna delle fave tenute da parte, guarnite con qualche pezzetto di guanciale croccante e la menta a pezzettini.
Oggi il Calendario del Cibo Italiano dedica la giornata a un classico della tradizione primaverile, fave e pecorino, un binomio indissolubile.
Potevo non contribuire?
Lasagna riccia, puré di fave, pecorino e guanciale croccante
per due o tre persone
4 sfoglie di lasagne ricce
500 gr fave fresche, pesate sgusciate
1 cipolla bionda
200 gr pecorino
mezzo bicchiere scarso di latte
70/80 gr guanciale
un paio di foglioline di menta
sale, pepe
olio e.v.
sgusciate le fave, sbollentatele, scolatele ed eliminate la pellicina esterna, tritate finemente la cipolla e lasciatela appassire in un goccio d'olio, poi aggiungete le fave e lasciatele insaporire. Copritele di acqua calda e portatele a cottura, ci vorrà intorno alla mezz'ora, più o meno. In ogni caso assaggiate. Quando sono morbide morbide sono pronte.
Mentre le fave cuociono, tagliate a pezzetti il pecorino direttamente in un pentolino. Copritelo a filo con il latte e fatelo fondere a fuoco dolcissimo, mescolando spesso, finché è completamente sciolto. Al momento vi sembrerà liquido, ma lasciandolo leggermente raffreddare riprenderà un po' di corpo, addensandosi.
Ungete leggermente una padella, scaldatela a fuoco vivace e aggiungete il guanciale tagliato a pezzetti o a bastoncini, fatelo dorare bene quindi togliete dal fuoco e tenete da parte.
Mettete a bollire dell'acqua per cuocere la pasta. Per le lasagne, io lo faccio dentro una lasagnera, così le lasagne ci stanno belle lunghe e non corro il rischio che si appiccichino fra loro..
Passate al minipimer le fave ormai cotte, conservandone qualcuna per la decorazione. Otterrete un bel puré denso e cremoso.
Cuocete le lasagne, poi scolatele e una a una spalmatele di crema di fave, arrotolatele su se stesse.
Nel piatto mettete un poco di salsa al pecorino, appoggiatevi la lasagna arrotolata, nappatela con dell'altra salsa al pecorino, aggiungete qualcuna delle fave tenute da parte, guarnite con qualche pezzetto di guanciale croccante e la menta a pezzettini.
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