crostate
dolci e dessert
Come si cambia..
eh sì, come si cambia...
Non mi sono mai piaciuti i cachi. No, forse non è del tutto esatto. Una volta li mangiavo, quando avevano ancora i semi.
Quattro grossi semi marroncini avvolti da una polpa più gelatinosa ed elastica, gommosa quasi......ecco, era quella che mi piaceva, tutto il resto del frutto lo mangiava mio padre, che ne andava matto. Metteva un'idea di Cognac nel mezzo macello che avevo fatto scavando nella polpa, e letteralmente li divorava...
Mia nonna ne aveva una grande pianta in mezzo all'orto dietro la casa, in Friuli. D'inverno rallegrava tutto con quei palloncini arancioni appesi a sembrare tante piccole lanterne..
Ma lei la odiava quella pianta, e ha fatto di tutto per farla morire, senza riuscirci. Alla fine ha preso la drastica decisione di tagliarla, e l'ha fatto senza metterci ne uno ne due, alla fine di una estate.
Inutile dire che i miei, che vivevano a Milano, non sapevano nulla.
Così, una volta arrivati al paese per le feste di Ognissanti, si sono trovati la sgradita sorpresa. Niente più pianta, e soprattutto niente più cachi.
Ricordo ancora la rabbia di mio padre, imprecava come un camallo inferocito in mezzo al cortile........
ricordo anche il mio dispiacere, sotto l'ombra del suo cappello avevo giocato una infinità di volte da bambina, mentre la nonna faceva il pisolino del dopopranzo...
era sempre stata lì, sempre. Ed era rimasta solo una macchia di terra smossa.....
Odio veder tagliare gli alberi, è una vera sofferenza per me, soprattutto ora che è scoppiata questa maledetta moda di capitozzarli, di tagliare loro la cima, anche senza un vero motivo. L'albero è una scultura viva, che aiuta a vivere, ci regala tantissimo, e capitozzarlo significa condannarlo a una lunghissima agonia...
Se penso a quella pianta di cachi, mi rivedo con AnnaMaria, la mia compagna di scorribande estive, anche lei refrattaria alla pennica post prandiale.... quanti giochi là sotto! Avevamo fatto una specie di armadietto con dei legni di recupero, rivestito alla bell'e meglio con una vecchia tovaglia di plastica, e lo lasciavamo sotto quelle fronde scure.. ci mettevamo i pentolini e le tazzine di plastica, classici regali di Natale per le bambine di un tempo, dove fingevamo di cucinare....che fosse già un segno?
Attingevamo a piene mani dall'orto....cetrioli e pomodori ancora caldi di sole....che sapore!!! I fiori di zucca, sapevo quali prendere, quelli sterili,...non avrebbero fatto zucchine....ce n'erano sempre in abbondanza, nonna non si sarebbe accorta pensavo.....
li stracciavamo e li mescolavamo alle foglie delle succulente di mia nonna tagliate a pezzettini.......un connubio perfetto direi, soprattutto per la gioia di mia nonna,
quel pasticcio non lo mangiavamo di sicuro...fingevamo di preparare il minestrone per i nostri ipotetici mariti....
Questo avveniva d'estate, durante le mie lunghe vacanze friulane.....me ne andavo quando i cachi cominciavano ad abbozzarsi sulla pianta, piccoli frutti verdi in divenire e che non mi piacevano del tutto...
Infatti non è un frutto che gira molto in casa mia, solo sporadicamente, giusto qualche volta per mio marito e le mie figlie, ma anche loro non ne sentono la mancanza.....
col tempo poi, dal cuore del frutto sono spariti i semi, ragione di più per non comprarli, visto che l'unica cosa che mi piaceva era quella membrana gommosa che li rivestiva...ora invece ci sono sui banchi i cachi mela, duri che sembrano palle da tennis.... E la cosa mi ha incuriosito, mi son chiesta se allappassero, come succedeva con quelli non ancora maturi, e nonostante le assicurazioni del contrario del mio fruttivendolo non mi sono mai avventurata a comprare questi cachi-mela .....poi ho visto un dolce che Artemisia ha pubblicato sul suo Blog...talmente bello e particolare che sono stata tentata, perchè no mi son detta, ... ho messo da parte la mia avversione per questo frutto e ho pensato che sicuramente, anche se a me non fosse piaciuto, qualche cliente l'avrei comunque trovato....e infatti...
ecco la mia versione, un po' arrangiata, non avendo la pentola da tatin...
Tatin di cachi e frolla di cioccolato e mandorle
per la frolla:
200 gr farina
100 gr burro
50 gr cioccolato fondente
50 gr zucchero
50 gr mandorle
Rhum
per il ripieno
4 cachi mela
4 o 5 cucchiai zucchero di canna scuro (io avevo il Muscovado, molto scuro e aromatico)
poco burro,
qualche goccia di limone per il caramello.
Nel Bimby o nel mixer tritare il cioccolato con lo zucchero fino a
polverizzarlo, aggiungere le mandorle e tritare ancora il tutto fino ad
avere un composto molto fine.
Nella ciotola dell'impastatore
mettere la farina, il burro ammorbidito, la polvere al cioccolato e
azionare la spatola a foglia aggiungendo tanto Rhum quanto basta ad avere una
pasta liscia e omogenea. Lasciar riposare mezzoretta in frigorifero.
Nel frattempo sbucciare i cachi con una mandolina, facendo lieve pressione per non asportare troppa polpa, tagliarli a metà o in quarti, come si preferisce, eliminando eventuali filamenti interni. Io li ho fatti a quarti perchè non erano tutti di uguale calibro, sarebbe uscito un dolce sbilenco, invece a quarti li ho potuti assestare meglio nella teglia.
In una teglia antiaderente, 24/26 cm. dipende da quanti cachi avete da disporre, caramellare lo zucchero con un cucchiaio d'acqua e qualche goccia di limone, facendo molta attenzione perchè brucia facile, e aggiungere qualche fiocchetto di burro.
Disporre i quarti, o i mezzi cachi sul caramello a piacere ma in modo che sia completamente rivestito il fondo della teglia.
Tirare la pasta e appoggiarla sui cachi rincalzandola ai bordi in modo che il caramello e il liquido che inevitabilmente si formerà, non possa fuoriuscre.
Non è una operazione facile, perchè la pasta può rompersi, ma io di solito mi aiuto mettendola fra due ampi strati di pellicola, la stendo, poi tolgo il foglio superiore e prendendo il foglio sottostante riesco a manovrarla senza problemi...la capovolgo sulla teglia e delicatamente tolgo l'altra pellicola e hop!.... La pasta, anche la più sottile, è nello stampo senza problemi..
Cuocere in forno già caldo a 200° per circa 30 minuti...dipende dal forno.
Una volta pronta, togliere dal forno e lasciarla riposare qualche minuto, in modo che il caramello si distribuisca bene, sformarla capovolgendola su un piatto, o altro, resistente al calore..operazione che va fatta a torta ancora abbastanza calda in modo che la frutta non si appiccichi alla teglia..
Beh è piaciuta.....
Confesso di aver assaggiato un caco mela mentre lo sbucciavo....una fettina sottile sottile, è stata una vera sorpresa....un sapore delicato di caco, ma con la consistenza di una mela....e nemmeno troppo dolce...
mi sa che li comprerò di nuovo...
pranzi e cene
Tagliatelle al ragù
Quaglie ripiene e puré di cavolfiore verde
Costolette d'agnello impanate e patate rosmarine
120g burro
70g di cioccolato fondente
6 uova (M)
100g di miele
170g di zucchero
100g di farina di mandorle
160g di farina
10g di lievito
30g di cacao
160ml di panna
70gl di rum
Procedimento:
Nel micronde o a bagnomaria fondere il burro ed il cioccolato fondente.
Nella ciotola dell’impastatrice sbattere le uova con lo zucchero ed il miele,aggiungere le polveri (farina,farina mandorle,lievito e cacao) e mescolare delicatamente con una spatola per non fare smontare il composto.
Unire,sempre mescolando, la panna ed il rum ed infine la massa sciolta di cioccolato e burro.
Imburrare ed infarinare generosamente uno stampo da plumcake da 25-30cm,versare l’impasto e cuocere a 170-180°C per 30-40min.
Io ho cotto con funzione statica.
per l’impasto
Buon compleanno amore mio!
sotto il segno dell'Acquario
Febbraio. Mio marito è nato a febbraio sotto il segno dell'Acquario.....
Un mese che ha anche altre ricorrenze importanti per noi due, che non vi sto a raccontare..
Lui è nato il 15, fra San Valentino e il mio onomastico.
C'è una ragione migliore per festeggiare? A pensarci bene, arrivati a questa età, i compleanni non è che hai tanta voglia di festeggiarli, allora la metti come fosse un pranzo di famiglia un poco più speciale.
Cominci a telefonare alle ragazze...senti se hanno impegni, come se non sapessi che per loro è immancabile festeggiare il papà, nel frattempo, mentalmente, inizi a pensare a un menu abbastanza semplice che vada incontro alle preferenze di tutti. Infatti i gusti sono abbastanza diversi e per una volta non vuoi fare una cosa unica, che accontenti tutti. No, stavolta vuoi preparare a ognuno il suo piatto preferito....anzi, e a qualcuno anche più di uno, se penso al festeggiato....ne è uscito un pranzo senza voli pindarici, il classico impostato sulla sostanza, e cosa c'è di più sostanzioso di un piatto di tagliatelle al ragù?
Tagliatelle al ragù
Per le tagliatelle, ricetta classica della pasta fatta in casa..1 uovo ogni etto di farina e poi impastata, tirata allo spessore desiderato e tagliata alla larghezza preferita...
il mio ragù:
1 kg. abbondante carne di manzo passata solo una volta al tritacarne
200 gr salsiccia
1 carota
1 cipolla
1 grossa costa di sedano
1 foglia di alloro
1 spicchio d'aglio
sale, pepe, olio e.v.
1 bicchiere vino rosso
1 scatola di pomodori pelati, o di polpa pronta
conserva di pomodoro, quella in tubetto, a occhiometro.
tritare le verdure e farle rosolare in un goccio d'olio con uno spicchio d'aglio, aggiungere la carne tritata, la salsiccia spellata e sbriciolata e lasciar rosolare mescolando ogni tanto. La carne deve "soffrire", deve attaccarsi un po' alla pentola, e alla fine deve essere completamente rosolata e asciutta. Ci vorrà un po' di tempo, nel frattempo mescolare ogni tanto con pazienza.
Una volta rosolata la carne, sfumare con il vino, lasciar evaporare e aggiungere i pomodori pelati, la foglia di alloro e coprire d'acqua calda. Lasciar cuocere pippiando dolcemente per più di due ore, mescolando e avendo cura che non attacchi, nel caso si asciugasse troppo aggiungere poca acqua calda alla volta.
Cuocere le tagliatelle, scolarle e condirle abbondantemente con il ragù e spolverarle con una pioggia di parmigiano grattugiato.
I secondi...
ho privilegiato i gusti del festeggiato, ma, come dicevo, ho cercato di diversificare per dare a ognuno la possibilità di scegliere quello che preferiva.....e allora, per Alice, le ragazze e per me:
Spinacino ripieno
lo Spinacino, così lo chiamano qui in Lombardia, penso, ma non ne sono sicura, che da altre parti lo chiamino Piccione, è una parte del quarto posteriore del vitello (o del manzo) posto sotto la noce. E' un pezzo piccolo, di forma vagamente triangolare allungata, adatto a stufato, o arrosto, o a fare ripieno. Così:
1 Spinacino
200 gr carne tritata di vitello
100 gr salsiccia
80 gr pancetta dolce a cubetti
2 cucchiai parmigiano grattugiato
1 uovo
1 spicchio d'aglio.
sale, pepe, prezzemolo tritato, o timo
poca noce moscata
1 cipolla
salvia, rosmarino, timo
1 bicchiere di vino bianco
olio e poco burro.
dal macellaio fatevi fare una tasca dentro allo Spinacino. Io lo trovo già pronto, confezionato, all'Esselunga.
Preparare la farcia. In una ciotola mettere la carne trita, la salsiccia spellata e sbriciolata, la pancetta a cubetti, l'uovo, il parmigiano, l'aglio tritato finissimo, sale e pepe, la noce moscata e il prezzemolo tritato o il timo, io stavolta ho messo il timo fresco. Mescolare bene il tutto, anche con le mani, sino ad avere un composto ben amalgamato. Riempire la tasca con la farcia preparata e cucire l'apertura. Siccome era piccolo, e siccome odio cucire la carne, ho preferito usare degli stuzzicadenti per sigillare i bordi, ne son serviti solo tre. La cottura ha fatto il resto.
In una pentola alta, che possa andare in forno, rosolare lo spinacino in un goccio d'olio e poco burro, finchè è ben dorato da tutti i lati, aggiungere salvia, rosmarino e timo e una cipolla affettata grossolanamente.
Sfumare con il vino, regolare di sale e pepe, e una volta evaporato aggiungere un po' d'acqua calda, incoperchiare e cuocere per poco mezzora circa, poi passare in forno a 180° e finire la cottura.
Al momento di portare in tavola, affettare la carne e napparla con il suo fondo filtrato.
Quaglie ripiene e puré di cavolfiore verde
1 quaglia a persona
la mollica di tre o quattro panini
80 gr prosciutto cotto
poco latte
2 cucchiaiate abbondanti di parmigiano grattugiato
100 gr o più pancetta liscia, quanto basta a bardarle
1 cipolla bionda
salvia
sale, pepe, poco olio, burro
mezzo bicchiere di Cognac
per il puré di cavolfiore:
1 cavolfiore verde
1 rametto di rosmarino
1 spicchio d'aglio
burro, sale, pepe
Pulire le quaglie, fiammeggiarle per eliminare eventuali piume residue, lavarle ed eviscerarle bene. Eliminare la punta delle ali e l'estremità delle coscette.
In una ciotola mettere la mollica di pane, bagnare con pochissimo latte, e con le mani lavorare il pane finché è ben impregnato, ma non molle. Aggiungere il parmigiano, il prosciutto tritato, poca salvia tritata, sale, e pepe. Mescolare bene per ottenere un composto maneggiabile facilmente, nè troppo duro nè troppo morbido.
Asciugare le quaglie, riempirle con il composto di pane, riunirle bene e bardarle con la pancetta. Legarle con dello spago da cucina o del filo, in modo che restino in forma.... io ho usato quei laccetti di silicone, regalo che mi fece una cara amica molto tempo fa.
In una capace pentola, scaldare l'olio, unire il burro e quando questo comincia a spumeggiare, posarvi le quaglie, e abbondante salvia, lasciarle rosolare da tutti i lati, e sfumarle con il Cognac facendo attenzione...potrebbe incendiarsi se qualche goccia finisce sul fuoco alto... una volta evaporato l'alcool, aggiungere nel tegame una cipolla affettata grossolanamente, un po' d'acqua calda e portare a cottura pian piano. Alla fine dovranno risultare rosolate e conservare del fondo di cottura ristretto.
Per il puré:
mondare il cavolfiore verde, dividerlo in cimette e cuocerle a vapore, io lo faccio nel cestello apposito della pentola a pressione. Conservare l'acqua di cottura una volta tolti dalla pentola.
Una volta ben cotte, passarle al burro in un tegame insieme a uno spicchio d'aglio e un rametto di rosmarino, e un poco dell'acqua di cottura.
Quando il liquido si è riassorbito completamente, schiacciare bene il cavolo con una forchetta in modo da avere una purea leggermente rustica.
Per servire le quaglie, eliminare lo spago, il filo o quello che avete usato per legarle, tagliarle a metà ed appoggiarle su un leggero strato di puré di cavolfiore e bagnarle con un goccio del loro fondo filtrato.
Costolette d'agnello impanate e patate rosmarine
costolette d'agnello (2 o 3 a persona)
scorza di limone
salvia, rosmarino, timo
finocchietto selvatico
aglio
sale, pepe
uova q.b. per la dose da impanare (a me ce ne sono voluti 3)
pane grattugiato q.b.
sale, pepe
per le patate:
patate
rosmarino, aglio, scorza di limone
la sera prima mettere in "condimento" le costolette.
Pararle bene, eliminando grasso in eccesso e tagliando i bordi in modo che friggendo non arriccino.
Metterle tutte ben distese in una teglia o una pirofila. Se son tante anche in due strati, avendo cura di condire ogni strato.
Condirle con il pepe nero, parte delle erbe tritate, l'aglio a pezzetti e la scorza di limone sempre a pezzetti un po' grossi, in modo da poterla recuperare facilmente. Coprire con la pellicola e lasciarle in luogo fresco.
Quando è il momento, preparare per la frittura.
Sbattere le uva in una terrina, e preparare la panure con il pane grattugiato, il resto delle erbe tritate, qualche rametto sbriciolato di finocchietto selvatico e una macinata di pepe.
Togliere le costolette dalla pirofila, eliminare le scorze di limone, e lasciandole tranquillamente "sporche" di erbe tritate, passarle nell'uovo e poi nel pangrattato profumato, premere bene per impanare e friggere in olio d'oliva ben caldo, lasciarle scolare su della carta da cucina e salarle solo a questo punto. Tenerle in caldo, nel forno, visto che già sarà sicuramente caldo dopo la cottura delle patate, fino al momento di portarle a tavola.
per le patate:
una volta sbucciate e lavate, tagliarle a tocchi regolari, asciugarle in un canovaccio, metterle in una teglia antiaderente, cospargerle di un trito grossolano di rosmarino e aglio, condirle con olio d'oliva, mettere qua e là poca scorza di limone tagliata sottile, possibilmente senza il bianco. Poca, solo un'idea, perchè deve solo profumare...e infornare a 200°, a metà cottura salare e dare una mescolata e finire la cottura.
i dolci..
Alice, la mia nipotina non è particolarmnte golosa, ma ai dolci di cioccolato non resiste... e allora niente di meglio di questo dolce di Rita Mezzini, lo aveva messo sul suo blog tempo fa, e recentemente su Coquinaria e io l'ho copiato al volo....il risultato non è dei più belli, mi si è crepato in superficie, segno che ho sbagliato qualcosa, ma il sapore era fantastico, così la consistenza, umido e morbido, niente di ingozzante, cosa che odio...
Plumcake al cioccolato
vi riporto pari pari la ricetta che ha pubblicato Rita
120g burro
70g di cioccolato fondente
6 uova (M)
100g di miele
170g di zucchero
100g di farina di mandorle
160g di farina
10g di lievito
30g di cacao
160ml di panna
70gl di rum
Procedimento:
Nel micronde o a bagnomaria fondere il burro ed il cioccolato fondente.
Nella ciotola dell’impastatrice sbattere le uova con lo zucchero ed il miele,aggiungere le polveri (farina,farina mandorle,lievito e cacao) e mescolare delicatamente con una spatola per non fare smontare il composto.
Unire,sempre mescolando, la panna ed il rum ed infine la massa sciolta di cioccolato e burro.
Imburrare ed infarinare generosamente uno stampo da plumcake da 25-30cm,versare l’impasto e cuocere a 170-180°C per 30-40min.
Io ho cotto con funzione statica.
invece la torta di compleanno è stata una umilissima torta sbriciolata di ricotta e amaretti, niente di pannoso o cremoso, mio marito non ama molto quel genere di torte, predilige dolci più casalinghi e semplici, quasi rustici direi.....e il compleanno era il suo, la torta si è adeguata.....
questa è una ricetta che ho in archivio da una vita, a me l'ha passata la mia amica Silvia e gliene sarò sempre grata, anche se non amo particolarmente gli amaretti, questa torta devo ammettere che è davvero ottima....
Sbriciolata di ricotta e amaretti (e una mela)
per
il ripieno:
300 gr ricotta vaccina fresca
90 gr zucchero
1
uovo intero
1-2 cucchiai di latte o panna liquida (solo se la ricotta è ben
asciutta)
circa 20 amaretti morbidi
1 mela (mia variazione)
per l’impasto
300 gr
farina
1 uovo intero
1 etto di burro ammorbidito ma non fuso
100
gr di zucchero
1 bustina di lievito
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
In
una terrina schiacciare bene la ricotta, aggiungere l’uovo e lo zucchero, mescolare
bene e, se la ricotta è molto asciutta, aggiungere un paio di cucchiai di latte o panna (io ho usato panna) o ancora, dell' Amaretto
di Saronno. All'impasto questa volta ho voluto aggiungere una mela a fettine sottili.
Sbriciolare gli amaretti ed amalgamarli al composto di
ricotta.Tenere da parte al fresco
Nella ciotola dell'impastatore, mettere la farina, il burro, l’uovo e lo
zucchero. Con le fruste a K, mescolare il composto che tenderà a formare
dei bricioloni. Aggiungere il lievito e la vaniglia e, se serve, un
po’ di farina per rendere il tutto più sbriciolato. Imburrare e
infarinare generosamente una teglia apribile da 24 cm o altro stampo a piacere, cospargere la base con 2/3 del briciolame fino a formare uno strato
che, con un po’ di pressione delle mani, formerà la base della
torta. Deve rimanere un po’ meno della metà del composto
sbriciolato.
Spalmare sulla base la crema di ricotta, avendo cura di
lasciare 1 cm e ½ dai bordi. Poi ricoprire con le altre briciole, facendole scendere anche nello spazio lasciato ai bordi.
Cuocere in forno a 180° per circa 40 minuti o più, dipende dal forno. Una volta fredda, sformare e spolverizzare di
zucchero a velo.
Buon compleanno amore mio!
memorie
primi
in un giorno un po' così..
E’ un giorno storto, di quelli che
ti fanno sentire come Matusalemme e Atlante insieme...il freddo e
questa luce invernale non mi aiutano, non amo affatto l'inverno,
non amo il freddo, non mi piace la notte che comincia al pomeriggio,
non mi piace dovermi infagottare, ed è troppo, troppo lungo, non ne posso già più..
La mente vaga qua e la, in un intrico
di pensieri misti a inquietudini, un po' rivolta alle preoccupazioni
per il futuro, e un po' ripercorre pezzi di vita, momenti, persone,
incontri...
Cerco di scacciare la cipressaggine,
ma la mia mente si rifiuta di uscire da questo turbinio, capisco
che è inutile opporsi, ormai lo so come funziona, mi conosco fin
troppo bene……….e allora la lascio andare, la lascio scavare nei
ricordi, lascio che mi faccia male, la lascio esplorare e analizzare
tutto il mio bagaglio di cose belle, di cose meno belle, di errori,
la lascio passare in rivista volti, voci, fatti, luoghi , situazioni
vissute …………..mi farò una bella “caragnata” e poi forse
così smetterò di sentirmi cipressa...
Cerco automaticamente di fare
qualcosa, nella speranza che il lavoro mi aiuti ma è inutile, è
meglio lasciar perdere...potrei far danni..
Allora metto un Cd della Callas e mi
faccio invadere dalla musica……..così, uno dietro l’altro,
chiamati, affiorano i ricordi, per primi quelli che ti fanno male…..
Chiudo gli occhi…….. rivedo una
bambina coi capelli lunghi, due ciocche legate sulla nuca con un
nastro rosso, sta seduta su uno scanno. E’ sola.
La tanza da letto a piano terra è buia, la poca luce entra da una finestra affacciata sul piccolo cortile.
Zia Ines è in guardiola, indaffarata
con la portineria, non la può lasciare incustodita. Ma lei non può
muoversi, non può uscire nel sole a giocare in cortile, in quel
condominio i bambini sono proibiti.
Se ne sta lì con le braccia conserte,
a guardare fuori dalla finestra, cercando di immaginare il volo degli
uccelli in mezzo a quello scorcio di azzurro fra i tetti delle case,
osservando la fila di formiche che si arrampica sul muro fuori dalla
finestra, le conta, scruta il movimento delle loro antenne, cerca di
intuire la direzione che prenderanno dopo aver superato l'arco
della finestra....a sinistra verso la finestra dell'appartamento del
piano di sopra, o a destra verso la tromba delle scale?
Ha un gessetto bianco lì vicino,
appoggiato su una lavagnetta incorniciata di legno chiaro e qualche
matita colorata con un quaderno dalla copertina nera, ogni tanto si
mette a disegnare malamente sulla lavagna, cancellando distrattamente
con la manica del vestito, nel frattempo spera che arrivino subito le cinque
in modo che suo padre possa venire a riprenderla…
Tufy, il persiano nero dalla macchia
bianca sulla fronte finge di sonnecchiare acciambellato sul
lettone, ogni tanto apre un occhio, agita leggermente le vibrisse in una specie di sbuffo e la
controlla. E' un gatto pieno di sussiego, con la puzza al naso....non
si fa né prendere in braccio, e nemmeno accarezzare, ha una
reputazione di gatto scorbutico da difendere....non si struscia
sulle gambe nemmeno quando ha fame.....
mi sa che è vero che ogni animale
assomiglia al suo padrone..
La zia ogni tanto viene a vederla, a
raccomandarsi di non uscire in cortile, di non farsi vedere dagli
inquilini, di giocare con le matite colorate…..
Negli anni ’50 la zia Ines, sorella
di mia nonna, era la portinaia di un elegante condominio di tre piani in Corso
Monforte al numero 25, pieno centro di Milano, vicino alla
Prefettura, un posto cupo, in cui anche i muri trasudavano di un
odore strano, un misto di chiuso, di naftalina e di cucina, un
cortiletto interno dove la luce del sole entrava solo di traverso
per pochissimo tempo, tutto di cemento e sassi grigi, senza una
pianta che fosse una, nemmeno in vaso…..un palazzo patrizio,
abitato da persone altolocate, da qualche nobile e altra gente
ultraricca.... Nessun bambino.
Quel cortile non è mai stato colorato
da risa, giochi, urla…..l'unica persona un po' giovane era la
figlia della contessa Cicogna, Marina, quella che poi diventerà
produttrice cinematografica...a quel tempo non arrivava ai
vent'anni..
Una via del centro di Milano vivacissima,
animata da una vita quotidiana che scorreva fra botteghe artigiane e
negozi di frutta e verdura, panetterie, drogherie, una pasticceria
le cui vetrine guardavo sempre con molto desiderio, con le locandine
del Teatro San Babila appese fuori, da dove il volto di Lucio Flauto
mi sorrideva...
Era vedova la zia Ines, lo zio
Melchiorre se ne era andato presto, lei lo aveva sposato per
convenienza quando si era trovata già un po' avanti con gli anni,
per cui non è mai stata affranta per la sua dipartita, anzi…….
Non era una persona di buon carattere
la zia Ines, tutt'altro. E deve aver corso parecchio la cavallina, e
anche se io ero troppo piccola per capire, ricordo la giacca nera
bordata di rosso di una divisa da carabiniere appoggiata su una
sedia in guardiola.....sempre la stessa, sempre in alcuni
giorni...quando c'era quella giacca sapevo che mio padre sarebbe
arrivato sul far della sera, e mi pesava, non mi piaceva quella
giacca.....lei invece era tutta giuliva e garrula.... poi la giacca
spariva e lei riprendeva la sua aria seriosa e compunta......
Il proprietario della giacca l'ho visto
qualche volta, ma non ne ricordo più il volto....ricordo solo un
uomo corpulento e rigido...
Di lei invece ricordo i capelli
ondulati candidissimi, raccolti a crocchia come mia nonna…. Da che
ho memoria l’ho sempre vista così, vestita quasi sempre di scuro,
vecchia…..e negli ultimi anni della sua vita, claudicante, sempre
appoggiata al bastone....andata in pensione, e lasciata la
portineria, si era messa insieme a Bepi, soprannominato Violon, perchè in gioventù amava suonare il contrabbasso.... uno del mio paese,
pensionato come lei, era tornata in Friuli e viveva nella piccola
casa di lui, in fondo alla strada principale che tagliava il
paese...
Non ha avuto figli, o non ne ha mai voluti, forse è questo il
motivo per cui non ci sapeva fare coi bambini, non aveva la pazienza
necessaria, e probabilmente il fatto di dovermi tenere, anche solo
sporadicamente, la infastidiva, al punto che impose a mio padre, che
una volta era capitato a trovarla senza dirle nulla, di preavvisare
la sua visita con una telefonata....temeva che suo nipote le
scoprisse gli altarini...
Lei con me e mia sorella era solo
capace di fare regali, quelli sì.. a modo suo ti voleva bene, ma
non ne sono del tutto sicura..... Però ricordo il Cicciobello che
regalò a mia sorella, quanto ne fu felice!! Erano i primi che si
vedevano, e averlo era una gran soddisfazione...
E' stata anche la mia madrina di
cresima, ma il braccialettino d'oro che mi regalò in quell'occasione
non ce l'ho più, rubato insieme a molti altri ricordi quando anni
dopo passarono i ladri a trovarci.....
Cucinava per dovere, non che le
piacesse granché, senza infamia senza lode, ma quando aveva la
giacca nera sulla sedia, allora la musica cambiava......faceva la
pasta, niente di particolarmente difficile in verità,
sicuramente non le tagliatelle o i ravioli.....faceva i blecs...una
cosa che in Friuli è di casa, che si fa in un amen, che risolve un
pranzo o una cena anche all'ultimo minuto...
Cosa sono i blecs?
Blec significa più o meno, pezzetto
di stoffa, toppa,.....di qui il loro nome, un impasto che, una
volta tirato a mattarello, poi viene tagliato con la rotella
senza regole o misure, come si fa per i maltagliati...
Il condimento di base era semplice e
povero, specchio della cucina friulana. La trida e formaggio...
la trida è la farina di mais fatta
rosolare nel burro, a volte profumata con la salvia, si versa sui blecs, si mescola e ci si fa cadere
una pioggia di formaggio Latteria vecchio, grattugiato sopra...
ma la fantasia qui si può liberare
perchè è una pasta che si presta a tantissimi abbinamenti.
Io ho scelto questo, per fondere il
mio amore per la mia terra di provenienza a quello per la mia terra
d'adozione..
Blecs alle verze e salsiccia in salsa di Bitto
per la pasta:
150 g. farina di grano saraceno
150 g.. farina di frumento
150 g. di burro
150 g.. farina di frumento
150 g. di burro
3 uova
acqua tiepida q.b.
sale
sale
per il condimento:
mezza verza
200 gr salsiccia dolce
150 gr Bitto
poco vino bianco
poco latte
2 piccoli scalogni
sale, pepe nero
olio e.v. e poco burro
Mescolare le due farine, io ho usato farina di grano saraceno, ma si può usare kamut, o farro, secondo quello che suggeriscono la voglia e la fantasia del momento
preparare la pasta facendo la solita fontana, mettere al centro le uova, il burro ammorbidito a pezzetti, il pizzico di sale e impastare aggiungendo poca acqua solo se necessario, se l'impasto fosse troppo duro...
Quando l'impasto si rassoda è pronto, lasciarlo riposare una mezzoretta coperto, e poi stenderlo col mattarello, e ricavare blecs tagliando la sfoglia ottenuta con una rotella tagliapasta. Si possono tagliare a rombi, a triangoli, a rettangoli..come volete...
Lasciarli un poco asciugare mentre si prepara il condimento scelto.....intanto la pentola dell'acqua è sul fuoco, aggiungete all''acqua anche un poco di brodo vegetale se lo avete..
Per il condimento:
mondare la verza , eliminare le foglie esterne più dure e ridurla a striscioline non troppo sottili, si dovrà trovare e sentire nel piatto...
lavarla bene, e lasciarla scolare. In un largo tegame rosolare in un goccio di'olio e un pezzetto di burro lo scalogno tritato, aggiungere la salsiccia spellata e sbriciolata, lasciar insaprorire bene e sfumare con il vino bianco.
A parte, in un altro tegame, fare appassire la verza in un goccio d'olio e una noce di burro, finchè comincia a diventare morbida. Regolare di sale e trasferirla nel tegame con la salsiccia. Portare a cottura aggiungendo poco brodo vegetale, o acqua calda alla volta....
Una volta pronto, regolare di sale e pepe e tenere in caldo.
In un pentolino fondere il Bitto tagliato a pezzetti, insieme a un goccio di latte, tenere in caldo anche la salsa.
Cuocere quindi i blecs , scolarli e farli saltare direttamente nel tegame della verza finchè i sapori si sono ben amalgamati. Versare qualche cucchiaiata di salsa al Bitto nel piatto e appoggiarvi i blecs conditi, una macinata di pepe nero e via a gustarli belli caldi.
Mi capita ogni tanto di ripassare di
lì, ma quel cortile non si riesce più nemmeno a intravvedere, quel
portone di legno grigio è sempre chiuso, i negozi, i rumori, le
voci, la gente di allora spariti…..come quella bambina che non c’è
più se non dentro ai miei ricordi….
memorie
verdure
Friuli
Dedico a mio padre questa cosa che avevo scritto tempo fa..
Friuli. Le mie radici. Un amore sconfinato...
Noi.
Anime di confine.
Cresciuti in un immenso vigneto chiamato Friuli.
Taciturni, riservati e un po' ruvidi, col volto bruciato dal sole e le mani rovinate.
Noi. Custodi di cultura e storia andata di pari passo con gli eventi, anche i più tragici.
Friuli, dove l'emigrazione carica di dignità ha prodotto una dolorosa diaspora. Ma per quanto lontani, non è mai venuto meno l'attaccamento alla terra, alla casa, al fogolar.
Friuli, dove le donne erano già vecchie a 40 anni, sfiancate dalla fatica del lavoro dei campi e dal fare figli.
Essere donna in Friuli significava essere focolare, legna e fuoco allo stesso tempo, uva e non vite, farina e non grano, madre e non sempre moglie, sempre dietro, sempre dopo, senza porsi troppe domande, sempre condiscendente, servizievole e paziente.
La pazienza è la cosa che si notava per prima nei loro occhi, la pazienza in questa terra di confine è stata e forse è ancora fonte d'insegnamento, è culto, ed è stato forse il collante che ha tenuta unita questa dura società contadina.
Donne che a ottant'anni hanno ancora voglia di pensare al futuro. Come mia nonna, e dopo di lei, ora, come mia madre.
Donne.
Anime di confine.
Cresciuti in un immenso vigneto chiamato Friuli.
Taciturni, riservati e un po' ruvidi, col volto bruciato dal sole e le mani rovinate.
Noi. Custodi di cultura e storia andata di pari passo con gli eventi, anche i più tragici.
Friuli, dove l'emigrazione carica di dignità ha prodotto una dolorosa diaspora. Ma per quanto lontani, non è mai venuto meno l'attaccamento alla terra, alla casa, al fogolar.
Friuli, dove le donne erano già vecchie a 40 anni, sfiancate dalla fatica del lavoro dei campi e dal fare figli.
Essere donna in Friuli significava essere focolare, legna e fuoco allo stesso tempo, uva e non vite, farina e non grano, madre e non sempre moglie, sempre dietro, sempre dopo, senza porsi troppe domande, sempre condiscendente, servizievole e paziente.
La pazienza è la cosa che si notava per prima nei loro occhi, la pazienza in questa terra di confine è stata e forse è ancora fonte d'insegnamento, è culto, ed è stato forse il collante che ha tenuta unita questa dura società contadina.
Donne che a ottant'anni hanno ancora voglia di pensare al futuro. Come mia nonna, e dopo di lei, ora, come mia madre.
Donne.
Una famiglia come punto di partenza. con una famiglia come punto di arrivo e, in mezzo, le memorie, i sogni, i ricordi, le delusioni e
le speranze per una vita migliore.
Donne carniche che d'estate si recavano sui monti a falciare il fieno portando nella gerla un tovagliolo con dentro la polenta fredda, formaggio e una bottiglia di latte.
Donne di pianura che facevano la stessa cosa, la gerla non c'era, sostituita da una borsa di panno, ma i gesti erano gli stessi, la fatica era la stessa.
Donne che preparavano, e preparano, un cibo schietto e povero, ma con un filo conduttore: l'amore per la propria terra, e la grande civiltà della sua tavola. La stessa civiltà della mia gente che si manifesta con ordine e armonia dentro il cuore e fuori, nella vita.
Sì, cucina povera e borghese quella friulana, presentata con silenziosa dignità, incredibilmente ricca di sfumature, contaminata dalla vicinanza con altre culture e altre storie.
In principio, naturalmente, il vino.
Quel vino che ti attrae al primo sorso, che ti rimane nella gola e nella memoria.
Condimenti fatti con il burro cotto, lo strutto e il sic', il latticello, conservati nel sisar, un piccolo recipiente di legno, salumi fatti stagionare nel camarin, appesi alle volte come stalattiti.
Minestre fatte bollire a lungo con dentro un osso di maiale e a metà cottura l'aggiunta della "trida" un condimento fatto con farina arrostita nel burro cotto.
Me la ricordo ancora, e la vedo, quella pentola di fagioli bollire sul fuoco del fogolar, in mezzo alla stanza. Un profumo leggero che saliva mescolato all'odore del fuoco, si spargeva dappertutto anticipando coi profumi ciò che sarebbero stati i sapori...
E le erbe, rosmarino, alloro, salvia, prezzemolo e basilico, erba luisa, timo, menta e menta rossa e tantissime altre ancora...
erano tutte nell'orto dietro casa, a portata di mano in ogni momento, oltre che per profumare ogni pietanza, il basilico era un profumo, la menta un dentifricio, secondo le necessità.... .
Il profumo di rosmarino accompagnava i miei pasti, mia nonna ne usava a iosa con il coniglio e il pollo che usava cuocere nel forno della stufa a legna.
Per cena sempre polenta, da noi bianca, con salsiccia, frico, frittate e umidi. O anche solo polenta e radic, o polenta e formai.
La polenta. Che riempiva le pance, che saziava tutti quando non c'era da mangiare. Quando la carne era un lusso che ci si poteva permettere solo nelle feste più grandi, quando le parti della carne le facevano le nonne, matriarche di famiglie numerosissime che vivevano sotto lo stesso tetto.
E la parte migliore toccava ai vecchi, poi venivano gli uomini, poi le donne ed infine, quel che restava, era dei bambini.
E la grappa. La grappa che mio nonno faceva di nascosto nel mezzo del granturco, che anche mia zia faceva fino a qualche anno fa.
Donne carniche che d'estate si recavano sui monti a falciare il fieno portando nella gerla un tovagliolo con dentro la polenta fredda, formaggio e una bottiglia di latte.
Donne di pianura che facevano la stessa cosa, la gerla non c'era, sostituita da una borsa di panno, ma i gesti erano gli stessi, la fatica era la stessa.
Donne che preparavano, e preparano, un cibo schietto e povero, ma con un filo conduttore: l'amore per la propria terra, e la grande civiltà della sua tavola. La stessa civiltà della mia gente che si manifesta con ordine e armonia dentro il cuore e fuori, nella vita.
Sì, cucina povera e borghese quella friulana, presentata con silenziosa dignità, incredibilmente ricca di sfumature, contaminata dalla vicinanza con altre culture e altre storie.
In principio, naturalmente, il vino.
Quel vino che ti attrae al primo sorso, che ti rimane nella gola e nella memoria.
Condimenti fatti con il burro cotto, lo strutto e il sic', il latticello, conservati nel sisar, un piccolo recipiente di legno, salumi fatti stagionare nel camarin, appesi alle volte come stalattiti.
Minestre fatte bollire a lungo con dentro un osso di maiale e a metà cottura l'aggiunta della "trida" un condimento fatto con farina arrostita nel burro cotto.
Me la ricordo ancora, e la vedo, quella pentola di fagioli bollire sul fuoco del fogolar, in mezzo alla stanza. Un profumo leggero che saliva mescolato all'odore del fuoco, si spargeva dappertutto anticipando coi profumi ciò che sarebbero stati i sapori...
E le erbe, rosmarino, alloro, salvia, prezzemolo e basilico, erba luisa, timo, menta e menta rossa e tantissime altre ancora...
erano tutte nell'orto dietro casa, a portata di mano in ogni momento, oltre che per profumare ogni pietanza, il basilico era un profumo, la menta un dentifricio, secondo le necessità.... .
Il profumo di rosmarino accompagnava i miei pasti, mia nonna ne usava a iosa con il coniglio e il pollo che usava cuocere nel forno della stufa a legna.
Per cena sempre polenta, da noi bianca, con salsiccia, frico, frittate e umidi. O anche solo polenta e radic, o polenta e formai.
La polenta. Che riempiva le pance, che saziava tutti quando non c'era da mangiare. Quando la carne era un lusso che ci si poteva permettere solo nelle feste più grandi, quando le parti della carne le facevano le nonne, matriarche di famiglie numerosissime che vivevano sotto lo stesso tetto.
E la parte migliore toccava ai vecchi, poi venivano gli uomini, poi le donne ed infine, quel che restava, era dei bambini.
E la grappa. La grappa che mio nonno faceva di nascosto nel mezzo del granturco, che anche mia zia faceva fino a qualche anno fa.
Fuoco liquido quello.
Chissà quando è nata la grappa.
Chissà quando è nata la grappa.
A Cividale, nel testamento di di ser Everardo da Cividale si lascia in
eredità un alambicco e si parla di alambicco per la "grespia". Era il 1451.
Un notevole impulso alla produzione lo diede Maria Teresa d'Austria che permise, quale compenso fedeltà alle truppe originarie del Friuli, di distillare nelle famiglie con l'esenzione delle gabelle.
La grappa. Mia nonna la metteva nel caffè della mattina. All'osteria fra un taj di bianco e un taj di nero, faceva capolino anche lei, a qualsiasi ora del giorno e della sera.
Il camarin dei vini era impregnato del suo profumo, che a volte si mescolava con quello delle botti avvinate in una miscela che sconvolgeva le narici inebriandoti un po'….
Un notevole impulso alla produzione lo diede Maria Teresa d'Austria che permise, quale compenso fedeltà alle truppe originarie del Friuli, di distillare nelle famiglie con l'esenzione delle gabelle.
La grappa. Mia nonna la metteva nel caffè della mattina. All'osteria fra un taj di bianco e un taj di nero, faceva capolino anche lei, a qualsiasi ora del giorno e della sera.
Il camarin dei vini era impregnato del suo profumo, che a volte si mescolava con quello delle botti avvinate in una miscela che sconvolgeva le narici inebriandoti un po'….
Friuli. Le mie radici. Un amore sconfinato...
questo è il lidric cu li fricis (radicchio con i ciccioli) anche se nel paese dove sono nata, nella bassa friulana, lo chiamano radic...
è uno dei tanti piatti poverissimi della cucina friulana, ne era anche molto ghiotto mio padre e quando era di stagione era immancabilmente in tavola, con l'altrettanto immancabile polenta bianca....
ricordo che da ragazza non lo amavo molto, per via del suo gusto leggermente amarognolo, ma l'ho riscoperto poi, dopo sposata, e ogni tanto lo compro, quando lo vedo bello e sano, ripensando a mio padre...chissà cosa direbbbe vedendolo sulla mia tavola ora...
Lo rivedo mio padre, intento a pulirlo, con pazienza e cura, lo sceglieva, tagliava un pezzetto di radice lasciandone un piccolo moncone, la scorticava per bene, eliminava le foglie più esterne leggermente ammaccate, o più dure, e poi lo lavava più e più volte finchè l'acqua che restava era perfettamente pulita,... lo pregustava mentre tagliava a dadini la pancetta...niente lardo per noi, ma questo fa parte delle tradizioni che ogni famiglia ha diverse per uno stesso piatto..
Io non amo mangiarlo con la radice, per cui la elimino e lo faccio a foglie, e uso pancetta, come mio padre...
per due persone
300/400 gr cicorino (quello a rosetta, Cicorino verde, o cicoria a grumolo) con la radice
150 gr pancetta liscia in una fetta sola, tagliata a dadini (la ricetta classica prevede lardo)
aceto rosso
poco olio, sale, pepe
Pulire bene l'insalata, eliminare parte della radice, lasciandone un pezzetto comunque, pulire bene anche quella e lavare accuratamente più e più volte. Scolare, mettere in una capiente insalatiera e tenere da parte.
Ridurre a dadini la fetta di pancetta.
In un padellino scaldare un goccio d'olio, rosolarci i dadini di pancetta e quando stanno per diventare croccanti, sfumare con una generosa spruzzata di aceto rosso.
Mentre sfrigola, versare il tutto caldissimo sull'insalata, mescolare e mangiare subito, deve essere caldo.
un piatto davvero molto semplice ma che conserva la memoria della povertà...
minestre
piatti unici
primi
tempo di neve, tempo di zuppe
Con questo freddo che imperversa, cosa c'è di meglio di una bella minestra, o di una zuppa calda?
Questa l'ho scoperta da poco, è una ricetta di Elena Collini, gran donna e gran cuoca, ogni sua ricetta è una garanzia.
Un piatto abbastanza tradizionale, sapore deciso e, per me che amo i ceci, squisito. Perfetto da preparare con questo tempo da lupi, riempie e scalda fino al midollo... Il giorno dopo poi, ancora più buono.... E' un piatto veramente robusto e ricco, di quelli delle nonne, di quelli che per prepararli ci vuole tempo e pazienza perchè devono pippiare dolcemente sul fuoco profumando tutta la casa...
Zuppa di ceci e costine di maiale
150 gr di ceci secchi (a persona)
2 grosse patate, o più, dipende da quanta zuppa si vuole fare
1 pezzetto di cotenna di maiale
poca pancetta affumicata tagliata a dadini
costine di maiale, calcolarne tre a testa, o più, secondo la fame e il gusto..
1 carota
1 costola di sedano
1 bella cipolla
burro abbondante
salvia abbondante
sale, pepe nero
Mettere a bagno i ceci per una notte, con un cucchiaino di bicarbonato a kilo. Il giorno dopo sciacquarli molto molto bene.
Raschiare bene e strinare la cotenna per eliminare eventuali peli e setole residue, tagliarla a pezzetti.
Preparare un trito abbondante di sedano, carota, cipolla. Ridurre a dadini la pancetta affumicata.
In una capace pentola, far stufare il trito con un goccio d'olio e una noce di burro insieme alla pancetta affumicata, aggiungere i ceci, mescolare per farli insaporire un po', quindi coprirli d'acqua bollente, aggiungere anche le patate intere, regolare di sale e di pepe e lasciar cuocere dolcemente a fuoco bassissimo per un paio d'ore. Trascorso questo tempo, schiacciare le patate ormai cotte, aggiungere la cotenna e le costine, e continuare la cottura per un'altra ora e mezza.
Volendo, si possono scottare in acqua bollente sia le costine che la cotenna, conservando la loro acqua di cottura che servirà ad allungare la zuppa in caso si riducesse troppo cuocendo.
Una volta pronta la minestra, la carne delle costine sarà morbidissima, quasi sfatta e si staccherà dalle ossa... far fondere il burro insieme alla salvia, lasciandolo friggere un pochino, quindi unire il tutto alla zuppa, profumare con una bella macinata di pepe nero, mescolare e servire fumante...
Questa l'ho scoperta da poco, è una ricetta di Elena Collini, gran donna e gran cuoca, ogni sua ricetta è una garanzia.
Un piatto abbastanza tradizionale, sapore deciso e, per me che amo i ceci, squisito. Perfetto da preparare con questo tempo da lupi, riempie e scalda fino al midollo... Il giorno dopo poi, ancora più buono.... E' un piatto veramente robusto e ricco, di quelli delle nonne, di quelli che per prepararli ci vuole tempo e pazienza perchè devono pippiare dolcemente sul fuoco profumando tutta la casa...
Zuppa di ceci e costine di maiale
150 gr di ceci secchi (a persona)
2 grosse patate, o più, dipende da quanta zuppa si vuole fare
1 pezzetto di cotenna di maiale
poca pancetta affumicata tagliata a dadini
costine di maiale, calcolarne tre a testa, o più, secondo la fame e il gusto..
1 carota
1 costola di sedano
1 bella cipolla
burro abbondante
salvia abbondante
sale, pepe nero
Mettere a bagno i ceci per una notte, con un cucchiaino di bicarbonato a kilo. Il giorno dopo sciacquarli molto molto bene.
Raschiare bene e strinare la cotenna per eliminare eventuali peli e setole residue, tagliarla a pezzetti.
Preparare un trito abbondante di sedano, carota, cipolla. Ridurre a dadini la pancetta affumicata.
In una capace pentola, far stufare il trito con un goccio d'olio e una noce di burro insieme alla pancetta affumicata, aggiungere i ceci, mescolare per farli insaporire un po', quindi coprirli d'acqua bollente, aggiungere anche le patate intere, regolare di sale e di pepe e lasciar cuocere dolcemente a fuoco bassissimo per un paio d'ore. Trascorso questo tempo, schiacciare le patate ormai cotte, aggiungere la cotenna e le costine, e continuare la cottura per un'altra ora e mezza.
Volendo, si possono scottare in acqua bollente sia le costine che la cotenna, conservando la loro acqua di cottura che servirà ad allungare la zuppa in caso si riducesse troppo cuocendo.
Una volta pronta la minestra, la carne delle costine sarà morbidissima, quasi sfatta e si staccherà dalle ossa... far fondere il burro insieme alla salvia, lasciandolo friggere un pochino, quindi unire il tutto alla zuppa, profumare con una bella macinata di pepe nero, mescolare e servire fumante...
memorie
per le antiche strade..
Mi capita spesso di andare a fare un
giro sul lago di Como, magari a foto, oppure a trovare amici e
parenti di mio marito.....
sarà che gli sono molto legata per
diversi motivi, e pur non negando la bellezza degli altri nostri
laghi lombardi, per me è il più bello di tutti. Lo amo moltissimo,
lo frequento da quando ero bambina praticamente e lo conosco in ogni
suo angolo, eppure ogni volta che ci vado è sempre una emozione
diversa, scopro angoli che vedo in una luce differente, una
inquadratura fotografica insolita....mi affascina e mi cattura ogni
volta..
Mi piace molto anche quando è grigio e
malinconico, di solito il lago è triste in autunno , e soprattutto in inverno, ma
su di me ha un fascino particolare proprio quando è così, con
le sue brume, la sua solitudine.
e dovreste vederlo quando si veste con la luce del temporale...
Ci sono ville nascoste da immensi
giardini che in primavera si colorano di fiori, quasi invisibili
dalla strada e che soltanto navigando sul lago ti si rivelano in
tutta la loro bellezza, e parchi botanici dove ci si perde fra mille essenze e mille incredibili piante....
Ci sono strade e discese a lago
nascoste in mezzo a case dove non passa quasi il sole, con le
persiane che a volte, aprendosi, quasi si toccano fra una casa e
l’altra, con i ciuffi di felci che nascono negli interstizi dei
muri di pietra,
e invece case che sembrano ferme nel
tempo, con la vite canadese a coprirle come una coltre che cambia
colore seguendo le stagioni e regala loro un fascino da nobiltà
decaduta, angoli con atmosfere lente color seppia, altri invece che
brulicano di vita a colori.
Ogni volta che faccio la via Regina da
Cernobbio verso Argegno, lungo la strada costiera più alta, poco
prima di punta Pizzo, (tristemente famosa perché durante il
ventennio, i fascisti ci buttavano in lago i partigiani, vivi)
passo a ridosso di una muraglione
intervallato da griglie di legno di una vecchia villa, che non è
mai cambiato da che ho memoria.
E ogni volta, mentre alla mia destra
scorre tutto questo lungo muro di cinta, con le griglie di legno
scrostate e malridotte, il mio pensiero va inevitabilmente a quel
viaggio in corriera che ho fatto con mia madre nel senso opposto,
quando abbiamo lasciato Lanzo d’Intelvi per venire a vivere a
Milano...
Sedute entrambe sui primi sedili dietro
l’autista di quella vecchia corriera di linea di colore blu, coi
sedili di pelle tutti rovinati,...lei piena di speranze, qualche
rimpianto per gli amici che lasciava e le paure legate al futuro,
io, nel mio vestitino di piquet azzurro con un ricamo a punto smoke
sul carré, inconsapevole e felice per quel viaggio, così bello e
lungo, curiosa ed entusiasta di tutto quello che vedevo compresa
quell’ultima curva alla fine del muraglione che d’improvviso ti
mette davanti a una visione del lago e della Villa D’Este e che
mozza il fiato ancora oggi... ricordo il sole caldo di quel giorno
di settembre che rifletteva sui vetri del finestrino, il pensiero
della scuola che avrei iniziato il 1° ottobre successivo e la
visione di mia madre, giovane, con un vestito blu a righe rosse e
bianche, che si tiene un fazzoletto stropicciato fra le mani
appoggiate all’unica borsetta che possedeva...
Mi viene in mente ogni volta quel
viaggio così carico di ansie, di paure miste a speranze per cambiare
in meglio la nostra vita, andavamo incontro alla grande città anche
con un poco di incoscienza, noi che venivamo da piccoli paesi, ma
con tante, tante aspettative, e anche con qualche lacrima per il
dispiacere di lasciare gli amici lassù nella valle.....eravamo di
nuovo soli, e dovevamo ricominciare un’altra volta, un’altra
vita...
Non si sono spezzati i contatti con gli
amici di Lanzo, non con tutti almeno e quella con cui i rapporti
sono durati sempre, anche dopo il nostro trasferimento a Milano, è
stata la “zia” Elvira. La chiamavo zia perché mi ha visto
crescere e mi voleva molto bene, come io ne volevo a lei.
Una donna di piccola statura,
rotondetta, con un viso tondo incorniciato da una massa di capelli
mossi, sempre illuminato dal sorriso, con la battuta pronta e un
senso dell’umorismo molto spiccato. Era un piacere stare in sua
compagnia, e quante sere abbiamo passato insieme! Lei era sempre da
sola.....Il marito all’estero a lavorare, una “vedova bianca”
come si diceva un tempo delle donne in questa situazione, aveva anche
un figlio, Emilio, un po’ più grande di me che studiava, e per
questa ragione, per potergli far continuare gli studi, si è
trasferita anche lei a Milano, poco distante da casa nostra. Poi, una
volta che il figlio si è sistemato definitivamente a Monza, è
tornata a vivere a Lanzo e si è anche separata dal marito, ormai
divenuto un estraneo praticamente......Non ha avuto molto dalla vita,
passata in solitudine e scaldata solo dall'amore per il figlio, solo
questo l'ha sostenuta e le ha dato la forza di superare un sacco di
difficoltà......
Finché ne è stata in grado, andava e
veniva da Lanzo per vedere il figlio, oppure andava a Pavia,
dalla sorella, e ogni volta che scendeva in città passava a casa
nostra. A volte si andava noi a trovarla a Lanzo, ma più di rado...
Ricordo con tanta tenerezza e un poco
di nostalgia una piccola vacanza che ho fatto con mio marito,
allora ancora fidanzato, a casa sua per
una Epifania di tanti, troppi anni fa.....ci aveva riempito di
coccole e di buon cibo, e allo stesso tempo faceva un po' da
controllore, dato che mia madre mi aveva permesso di andarci a patto
che lei vigilasse e che io dormissi con lei... quante inutili fisime!
Come se il non dormire insieme impedisse....
Lei, finta burbera, un po’ si
atteneva, un po’ chiudeva un occhio sui nostri ritardi a pranzo...
avevo diciotto anni, era la prima
volta che potevo stare tre o quattro giorni di fila con il mio
fidanzato, e mi sembrava di toccare il cielo con un dito dalla
felicità...di giorno ce ne andavamo a zonzo nella neve fin su alla
Sighignola e la sera era talmente freddo che ci rintanavamo in casa.
il camino di pietra della grande stanza
che fungeva da soggiorno/cucina era sempre acceso, e quelle sere
di gennaio le passavamo seduti lì davanti a chiacchierare dei miei
tempi passati a Lanzo, a raccontarci notizie e resoconti sulle
persone che conoscevamo entrambe...ti ricordi questo? E ti ricordi
quello? Il tale è andato via, il talaltro si è sposato, quest'altro
invece ha aperto la bottega di falegname a S. Fedele, il paese più
sotto...... in sostanza, a spettegolare un po'....
e ogni sera, davanti al fuoco, una
bella tazza fumante di queste:
le castagne col latte, un dolce povero,
di quelli di una volta, semplice e buono
Una coccola tipicamente lombarda. La
būsechìna come la
chiamano a Milano...
Mettete a bagno delle castagne secche di ottima qualità in acqua tiepida, lasciatecele una notte e poi, la mattina dopo, armati di pazienza e di uno spelucchino, pulitele bene dalle pellicine eventualmente rimaste, anche negli interstizi.
Cuocetele in acqua che arrivi sopra di loro a un paio di centimetri, per circa tre ora con un cucchiaio di cacao, uno di zucchero, un poco di sale e una foglia di alloro, devono diventare tenerissime e l'acqua deve
asciuugarsi quasi completamente. Non serve altro.
Si servono bollenti con il latte freddo.
Mio marito ama molto questo modo di
mangiare le castagne, da buon comasco, e anche se nelle sue zone
usano mettere la panna semimontata, non le disdegna anche con il
latte. Per cui quando mi capitano castagne secche buone, gliele
faccio volentieri. E ogni volta, quando sono belle fumanti nella
tazza, ci sorridiamo complici, ricordando quel periodo della nostra
vita...
Zia Elvira non c'è più da moltissimo
tempo ormai, ma per e e per tutta la mia famiglia, lei è sempre
qui..
vi regalo ancora qualche immagine alla rinfusa del mio amato lago di Como, sperando di non annoiarvi...
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