dolci e dessert
lieviti
ricette per le feste
tradizione
Tradizioni
oggi vi parlo di una tradizione nota solamente a chi vive o frequenta abitualmente la zona di Como.
La Resta.
E' un pane dolce che si prepara per la domenica delle Palme, e ha origini antiche. Le storie che la riguardano sono molte, tutte diverse, nate nel corso del tempo.
C'è chi crede che sia nata per un errore di lievitazione per cui l'impasto gonfiò a dismisura e per evitare che debordasse dalla teglia, il pasticcere prese un bastoncino di ulivo da una fascina di legna usata per alimentare il forno, e lo schiacciò sulla parte superiore dell'impasto fino a che il legno fu completamente conglobato all'interno.
C'è chi invece sostiene che la specificità simbolica del dolce, il ramoscello d'ulivo e l'incisione di una spiga, o lisca (resta) nella pasta, siano entrambi simboli associati, nelle culture tradizonali, ai miti lunari della rinascita primaverile.
Oppure la Resta si chiama così semplicemente perchè alla fine, una volta consumata, resta soltanto il bastoncino di ulivo.
Non mi ero mai cimentata con questo dolce, mi ha sempre incuriosito ma ad ogni Pasqua me ne ricordavo troppo tardi, quest'anno invece sono riuscita ad essere in tempo.
la Resta
per il lievitino:
18 gr lievito di birra fresco
75 gr acqua tiepida
75 gr farina
per l'impasto:
350 gr farina 00
120 gr zucchero
3 uova grandi
1 cucchiaio abbondante di miele
150 gr burro morbido
la scorza di un limone non trattato
1 pizzico di sale
80 gr uvetta sultanina
80 gr arancia candita a pezzetti
2 cucchiai di rhum
la resta:
1 rametto di ulivo privato delle foglie, lavato e asciugato.
preparate il lievitino.
Intiepidite l'acqua, mettetela direttamente nella ciotola dell'impastatrice, poi sbriciolatevi dentro il lievito di birra e fatelo sciogliere completamente. Unite la farina e mescolate in modo che non ci siano grumi, ottenendo un impasto morbido. Coprite e lasciatelo lievitare per circa mezz'ora, o fino a quando è bello gonfio. Io l'ho messo in forno, spento, ma con la luce accesa.
Nel frattempo mettete a bagno l'uvetta in acqua tiepida mescolata a due cucchiai di rhum.
Una volta pronto il lievitino, unite la farina, lo zucchero, la scorza del limone grattugiata, e cominciate a mescolare con la frusta a gancio, a bassa velocità, aggiungete le uova una alla volta mentre la frusta è in azione, quindi il burro morbido poco alla volta, alla fine il pizzico di sale. Lasciate lavorare la frusta fino ad avere un impasto molto liscio. Sarà parecchio morbido e appiccicoso. Se vi sembra troppo morbido, aggiungete un poco di farina, senza esagerare.
Spegnete l'impastatrice , coprite la ciotola con la pellicola e lasciate sempre in forno con la lampadina accesa fino a che sarà lievitato fino a raddoppiare. Ci vorrà più di un'ora.
A questo punto riprendete l'impasto, infarinate leggermente il piano di lavoro e lavoratelo un poco con le mani, allargatelo leggermente e aggiungete un po' per volta, mentre lo lavorate, uvetta ben scolata e asciugata e i canditi all'arancia. Lavorate ancora abbastanza a lungo da incorporare uvetta e canditi.
Alla fine formate una pagnottella dalla forma ovoidale e posatela su una teglia rivestita di carta forno.
Prendete il rametto di ulivo e infilatelo nell'impasto.
Quindi fate la terza lievitazione. Lasciate lievitare il tutto ancora per un'ora circa, fino al raddoppio o quasi.
Poi cuocete in forno statico a 180° per 45/50 minuti. Trascorso il tempo, provate a fare la prova stecchino, se esce asciutto, spegnete il forno e lasciate la Resta al calduccio in forno fino al raffreddamento.
buona, una specie di panbrioche con uvetta e canditi. Ottima per la colazione, oppure da "pucciare" nel Vinsanto. A me piace anche mangiata nature...
Non ho inciso la pasta col disegno della spiga, avevo paura che sgonfiasse e che alla fine non si vedesse comunque dopo la cottura. Ci proverò la prossima volta.
La Resta.
E' un pane dolce che si prepara per la domenica delle Palme, e ha origini antiche. Le storie che la riguardano sono molte, tutte diverse, nate nel corso del tempo.
C'è chi crede che sia nata per un errore di lievitazione per cui l'impasto gonfiò a dismisura e per evitare che debordasse dalla teglia, il pasticcere prese un bastoncino di ulivo da una fascina di legna usata per alimentare il forno, e lo schiacciò sulla parte superiore dell'impasto fino a che il legno fu completamente conglobato all'interno.
C'è chi invece sostiene che la specificità simbolica del dolce, il ramoscello d'ulivo e l'incisione di una spiga, o lisca (resta) nella pasta, siano entrambi simboli associati, nelle culture tradizonali, ai miti lunari della rinascita primaverile.
Oppure la Resta si chiama così semplicemente perchè alla fine, una volta consumata, resta soltanto il bastoncino di ulivo.
Non mi ero mai cimentata con questo dolce, mi ha sempre incuriosito ma ad ogni Pasqua me ne ricordavo troppo tardi, quest'anno invece sono riuscita ad essere in tempo.
la Resta
per il lievitino:
18 gr lievito di birra fresco
75 gr acqua tiepida
75 gr farina
per l'impasto:
350 gr farina 00
120 gr zucchero
3 uova grandi
1 cucchiaio abbondante di miele
150 gr burro morbido
la scorza di un limone non trattato
1 pizzico di sale
80 gr uvetta sultanina
80 gr arancia candita a pezzetti
2 cucchiai di rhum
la resta:
1 rametto di ulivo privato delle foglie, lavato e asciugato.
preparate il lievitino.
Intiepidite l'acqua, mettetela direttamente nella ciotola dell'impastatrice, poi sbriciolatevi dentro il lievito di birra e fatelo sciogliere completamente. Unite la farina e mescolate in modo che non ci siano grumi, ottenendo un impasto morbido. Coprite e lasciatelo lievitare per circa mezz'ora, o fino a quando è bello gonfio. Io l'ho messo in forno, spento, ma con la luce accesa.
Nel frattempo mettete a bagno l'uvetta in acqua tiepida mescolata a due cucchiai di rhum.
Una volta pronto il lievitino, unite la farina, lo zucchero, la scorza del limone grattugiata, e cominciate a mescolare con la frusta a gancio, a bassa velocità, aggiungete le uova una alla volta mentre la frusta è in azione, quindi il burro morbido poco alla volta, alla fine il pizzico di sale. Lasciate lavorare la frusta fino ad avere un impasto molto liscio. Sarà parecchio morbido e appiccicoso. Se vi sembra troppo morbido, aggiungete un poco di farina, senza esagerare.
Spegnete l'impastatrice , coprite la ciotola con la pellicola e lasciate sempre in forno con la lampadina accesa fino a che sarà lievitato fino a raddoppiare. Ci vorrà più di un'ora.
A questo punto riprendete l'impasto, infarinate leggermente il piano di lavoro e lavoratelo un poco con le mani, allargatelo leggermente e aggiungete un po' per volta, mentre lo lavorate, uvetta ben scolata e asciugata e i canditi all'arancia. Lavorate ancora abbastanza a lungo da incorporare uvetta e canditi.
Alla fine formate una pagnottella dalla forma ovoidale e posatela su una teglia rivestita di carta forno.
Prendete il rametto di ulivo e infilatelo nell'impasto.
Quindi fate la terza lievitazione. Lasciate lievitare il tutto ancora per un'ora circa, fino al raddoppio o quasi.
Poi cuocete in forno statico a 180° per 45/50 minuti. Trascorso il tempo, provate a fare la prova stecchino, se esce asciutto, spegnete il forno e lasciate la Resta al calduccio in forno fino al raffreddamento.
buona, una specie di panbrioche con uvetta e canditi. Ottima per la colazione, oppure da "pucciare" nel Vinsanto. A me piace anche mangiata nature...
Non ho inciso la pasta col disegno della spiga, avevo paura che sgonfiasse e che alla fine non si vedesse comunque dopo la cottura. Ci proverò la prossima volta.
La Resta si chiama così in quanto finito di mangiare il dolce, resta il bastoncino di ulivo, da qui il nome del dolce.
- See more at: http://www.lagodicomo.com/italian/tavola.php#sthash.OmjvnE44.dpuf
- See more at: http://www.lagodicomo.com/italian/tavola.php#sthash.OmjvnE44.dpuf
La Resta si chiama così in quanto finito di mangiare il dolce, resta il bastoncino di ulivo, da qui il nome del dolce.
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La Resta si chiama così in quanto finito di mangiare il dolce, resta il bastoncino di ulivo, da qui il nome del dolce.
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antipasti
memorie
pesce
secondi
mettete a bagno i tranci di baccalà in abbondante acqua, lasciateli al fresco per un altro giorno cambiando l'acqua un paio di volte..
Sono già ammollati, ma meglio non fidarsi del tutto ed eliminare il rischio che non siano stati dissalati a sufficienza.
Quando sono pronti, eliminate la pelle ed eventuali spine, scottateli qualche minuto in acqua bollente profumata col mezzo bicchiere di vino bianco. Scolate e lasciate raffreddare. Dopodichè sminuzzate grossolanamente il baccalà e tenete da parte.
In una ciotola mettete i 200 gr di acqua tiepida, scioglieteci il lievito di birra, quindi unite la farina mescolando con la frusta per non fare grumi. Dovrete ottenere una pastella densa ma fluida.
Salate leggermente e aggiungete il baccalà sminuzzato. Mescolate di nuovo in modo che il tutto sia perfettamente omogeneo, quindi coprite la ciotola con la pellicola e mettete in frigorifero per 3 o 4 ore a lievitare.
Trascorso il tempo, scadate l'olio in una padella non troppo grande, in modo che l'olio sia profondo.
Prelevate il baccalà a cucchiaiate e friggetelo da tutti i lati fino a che è dorato e croccante.
Scolate man mano che friggete le bignole su carta da cucina o carta paglia in modo da eliminare il più possibile eventuale olio in eccesso.
Servite caldissimo accompagnato dalla marmellata di cipolle rosse.
Una cosa, questa, che ho imparato dallo chef della Cuccagna, il mio ristorante preferito. Ci sta benissimo col baccalò cotto in questo modo.
Ovviamente la marmellata di cipolle rosse è una conserva che faccio d'estate quando è piena stagione di cipolle di Tropea. La ricetta è questa:
1 kg cipolle rosse di Tropea
600 gr zucchero
1 bicchiere d'aceto rosso
2o 3 foglie di alloro
1 cucchiaino di bacche di ginepro
1 cucchiaino di grani di pepe nero
sale
in una capace pentola affettate sottilmente le cipolle mondate, lavate e asciugate, con la mandolina in modo che lo spessore sia uniforme. Aggiungete lo zucchero, l'aceto, le bacche e le foglie di alloro, il sale.
Mescolate tutto e lasciate macerare il tutto per 3 o 4 ore, coperto.
Portate sul fuoco e fate cuocere la marmellata per 20/25 minuti. Lasciatela un po' liquida, col tempo le cipolle riassorbiranno parte del liquido addensando la marmellata che comunque si manterrà sempre morbida.
Invasate a caldo in vasetti sterilizzati.
Io, visto che ne regalo molta, preferisco sterilizzare tutto a caldo. Non ce ne sarebbe bisogno, visto la presenza dell'aceto e la dose dello zucchero, ma mi fa stare più tranquilla. Quindi metto i barattoli in una capace pentola, li copro completamente, li sommergo di acqua tiepida e porto a bollore, lascio bollire circa 25 minuti, poi spengo il fuoco e lascio il tutto a raffreddare nella pentola. Di solito è un lavoro che faccio la sera, quindi la mattina riprendo i vasetti, controllo nuovamente i coperchi dei barattoli, asciugo bene tutto e ripongo in cantina al fresco. Un mesetto di riposo ed è più buona. Perfetta per i formaggi, per certe terrine, con la cacciagione e con il maiale.
memorie e baccalà
Marianna viveva sola, in una casetta
bianca e rossa, in fondo al paese. Tutta la sua famiglia consisteva
in un lontano cugino che risiedeva altrove, credo nel bellunese.
Non so a che punto della vita fosse
rimasta sola, da che ho memoria la ricordo così.
Credo si mantenesse con una esigua
pensione Coldiretti, con gli animali del cortile, con le verdure che
coltivava nell'orto dietro casa . Anche un po' con l'aiuto dei
compaesani che ogni tanto le portavano un pezzo di formaggio, un
salame, o patate o frutta di stagione e con qualche lavoretto di
cucito o di lavanderia per i militari. Ogni giorno infatti, verso
sera, percorreva a piedi tutta la strada principale del paese
fino ad arrivare alle caserme. C'era sempre qualcuno, graduato o no,
che poteva permettersi di farsi lavare e stirare le camicie. Ormai
la conoscevano bene anche in caserma; aveva ormai dei clienti fissi
che rimanevano tali per tutta la ferma. Aspettava fuori, seduta su
un paracarro della strada, la libera uscita del cliente di turno,
prendeva in consegna la roba da lavare e stirare e poi rifaceva la
strada a ritroso, un paio di km circa all'andata e altrettanti al
ritorno.....
Passava davanti a casa nostra e non
c'erano santi che le impedissero di entrare ogni sera. Mia nonna la
accoglieva con un sorriso e con un abbraccio. Il dialogo che
iniziava fra loro in quel momento era come una pantomima, qualcosa di
surreale anche per me che allora non arrivavo a 10 anni.
Parlavano, se così si può dire, a
gesti e a versi, perché Marianna era muta.
Fortunatamente, per non so quale
motivo, non era sorda.
Si esprimeva con la mimica, con qualche
sforzo vocale indefinito, con gli occhi e con le mani.
Ossuta e segaligna, aveva un viso
dolcissimo e grandi occhi da cerbiatto, quasi a compensare quella sua
statura allampanata e quella sua magrezza che la facevano sembrare
un fenicottero curvo e che mi colpivano molto.
Assistere a quei dialoghi fatti di
gesti, di smorfie, di suoni indistinti era strano, molto strano, ma
confesso che ne ero sempre incuriosita. E mi chiedevo come facessero
a capirsi, ma si capivano, in tutto.
Mia nonna le voleva molto bene, credo
avessero più o meno la stessa età ed erano cresciute insieme. Due
percorsi diversi, vite diversamente difficili e paradossalmente
uguali nell'affrontare le grandi difficoltà, nello stesso piccolo paese
dove ci si conosceva tutti e ci si aiutava, dove solidarietà ed
empatia non erano solo parole, soprattutto in quei tempi lontani.
A volte mia nonna la tratteneva per
cena, e allora lei si sedeva vicino al fogolar, al camino posto nel
centro della stanza, come in tutte le vecchie case friulane, lo
sguardo fisso sul fuoco che crepitava, persa nel suo silenzio,
aspettando che il cibo fosse pronto.
Io la osservavo da dietro la mia sedia
vicino al tavolo, il fuoco riverberava sul suo volto, sui suoi corti
capelli ondulati pepe e sale, tenuti all'indietro da una specie di
cerchietto in grosgrain nero e da piccoli pettini di osso ai lati
delle orecchie. Osservavo le sue mani che stropicciavano nervosamente
il grembiule di cotonina grigia a fiorellini bianchi che
immancabilmente indossava sopra un vestito alquanto liso e consunto.
Come per tutte le donne friulane del resto, a quel tempo, il
grembiule e il fazzolettone annodato in testa erano una
consuetudine quasi obbligatoria.
Mani lunghe e affusolate, mani gentili
e delicate, curate, punteggiate dalle macchie dell'età, molto
diverse da quelle di mia nonna, grandi e callose, rovinate dal
lavoro nei campi e dalle tante fatiche.
Eppure anche lei lavorava l'orto,
faceva lavori faticosi, andava a lavare al fiume....ma le sue mani
non erano rovinate come quelle di mia nonna. Un dettaglio che mi è
rimasto sempre impresso.
Non stavano ferme quelle mani, andavano
dalle tasche del grembiule fino all'orlo, ai bottoni del vestito,
e passavano e ripassavano sopra i capelli mentre era assorta ad
osservare il guizzare delle fiamme nel centro del fogolar.
Poi a un certo punto alzava lo sguardo
dal fuoco e mi sorrideva. Quel sorriso le illuminava il volto e lo
sguardo si riempiva di tenerezza. Allora mi faceva cenno di andare
vicino a lei e quando lo facevo mi avvolgeva in un abbraccio e mi
accarezzava i capelli, le guance, e si sforzava di dire qualcosa
senza riuscirci ovviamente, emetteva solo suoni incomprensibili. Ma
la capivo lo stesso, e mi abbandonavo alla tenerezza del suo
abbraccio affondando il viso sulla sua spalla . Respiravo il suo
profumo di pulito, di borotalco.
Andava pazza per il baccalà.
Quello che in Friuli si chiama baccalà
è invece lo stoccafisso, che va battuto e ammorbidito, messo a
bagno per giorni. Il rito del baccalà ora, nella mia famiglia, si
compie solamente la vigilia di Natale, ma un tempo compariva molto
più spesso sulla tavola. Costava molto anche allora, ma rendeva
parecchio, e con la polenta poteva sfamare parecchie persone per un
paio di giorni.
Così ogni tanto mia nonna lo preparava in umido alla sua maniera, e quando lo faceva era naturale che Marianna sedesse a tavola con
noi.
Era felice come una bimba, guardava mia
nonna versarlo a mestolate nei piatti, aspettando il suo turno con
evidente bramosia. Una bella fetta di polenta bianca e lei non alzava
più la testa dal piatto finché non era vuoto.
Io invece non l'ho mai amato
tantissimo e regolarmente ne avanzavo un poco. Lei mi guardava e mi
interrogava con gli occhi.....allora le passavo il mio piatto da
finire cercando di non farmi vedere da nonna. Che invece
regolarmente si accorgeva, ma faceva finta di non vedere quello scambio di piatti.
Dopo cena si fermava un poco vicino al
fuoco con mia nonna. Percepivo la loro complicità, pur nel silenzio
rotto dal crepitìo della legna che bruciava. Un silenzio diverso
dalla quiete, un silenzio che comunque riempiva la stanza del
palpabile affetto che le legava.
L'ho capito molto dopo, da adulta, quando Marianna
se ne andò. La trovarono in casa, esanime, una mattina di dicembre
di molti anni fa.
La ricordo con quel suo profumo di
borotalco, con quelle sue mani gentili, con quei suoi abbracci colmi
di tenerezza, con quei suoi occhi da cerbiatta che riuscivano a darle
le parole che non ha mai avuto.
Quando torno in Friuli, ogni volta che
passo davanti a quella che era la sua casa, mi sembra di vederla lì,
seduta sulla panchina di pietra davanti alla porta, il grembiule di
cotonina a fiori ripiegato ad angolo sul vestito e il cerchietto di
grosgrain nero. E' solo un attimo, ma è sufficiente a farmi venire
un nodo in gola. Marianna era una di quelle persone che hanno
accompagnato la mia infanzia, lasciando ricordi indelebili.
Cucino poco il baccalà, o lo stocco,
ma quando lo faccio fatico a non pensare a lei, al suo sguardo
mentre osserva mia nonna fare le porzioni, aspettando con desiderio
di affondare la polenta nell'intingolo.
Temo che la ricetta che ho
fatto io non sarebbe stata tanto di suo gusto , ma gliela dedico
lo stesso. Chissà..
Bignole di baccalà e marmellata di cipolle rosse
2 tranci di baccalà già ammollato, circa 400 gr
mezzo bicchiere di vino bianco
200 gr farina
200 gr acqua
8/10 gr lievito di birra
poco sale
olio per friggere
io ho usato olio di arachidi.
Sono già ammollati, ma meglio non fidarsi del tutto ed eliminare il rischio che non siano stati dissalati a sufficienza.
Quando sono pronti, eliminate la pelle ed eventuali spine, scottateli qualche minuto in acqua bollente profumata col mezzo bicchiere di vino bianco. Scolate e lasciate raffreddare. Dopodichè sminuzzate grossolanamente il baccalà e tenete da parte.
In una ciotola mettete i 200 gr di acqua tiepida, scioglieteci il lievito di birra, quindi unite la farina mescolando con la frusta per non fare grumi. Dovrete ottenere una pastella densa ma fluida.
Salate leggermente e aggiungete il baccalà sminuzzato. Mescolate di nuovo in modo che il tutto sia perfettamente omogeneo, quindi coprite la ciotola con la pellicola e mettete in frigorifero per 3 o 4 ore a lievitare.
Trascorso il tempo, scadate l'olio in una padella non troppo grande, in modo che l'olio sia profondo.
Prelevate il baccalà a cucchiaiate e friggetelo da tutti i lati fino a che è dorato e croccante.
Scolate man mano che friggete le bignole su carta da cucina o carta paglia in modo da eliminare il più possibile eventuale olio in eccesso.
Servite caldissimo accompagnato dalla marmellata di cipolle rosse.
Una cosa, questa, che ho imparato dallo chef della Cuccagna, il mio ristorante preferito. Ci sta benissimo col baccalò cotto in questo modo.
Ovviamente la marmellata di cipolle rosse è una conserva che faccio d'estate quando è piena stagione di cipolle di Tropea. La ricetta è questa:
1 kg cipolle rosse di Tropea
600 gr zucchero
1 bicchiere d'aceto rosso
2o 3 foglie di alloro
1 cucchiaino di bacche di ginepro
1 cucchiaino di grani di pepe nero
sale
in una capace pentola affettate sottilmente le cipolle mondate, lavate e asciugate, con la mandolina in modo che lo spessore sia uniforme. Aggiungete lo zucchero, l'aceto, le bacche e le foglie di alloro, il sale.
Mescolate tutto e lasciate macerare il tutto per 3 o 4 ore, coperto.
Portate sul fuoco e fate cuocere la marmellata per 20/25 minuti. Lasciatela un po' liquida, col tempo le cipolle riassorbiranno parte del liquido addensando la marmellata che comunque si manterrà sempre morbida.
Invasate a caldo in vasetti sterilizzati.
Io, visto che ne regalo molta, preferisco sterilizzare tutto a caldo. Non ce ne sarebbe bisogno, visto la presenza dell'aceto e la dose dello zucchero, ma mi fa stare più tranquilla. Quindi metto i barattoli in una capace pentola, li copro completamente, li sommergo di acqua tiepida e porto a bollore, lascio bollire circa 25 minuti, poi spengo il fuoco e lascio il tutto a raffreddare nella pentola. Di solito è un lavoro che faccio la sera, quindi la mattina riprendo i vasetti, controllo nuovamente i coperchi dei barattoli, asciugo bene tutto e ripongo in cantina al fresco. Un mesetto di riposo ed è più buona. Perfetta per i formaggi, per certe terrine, con la cacciagione e con il maiale.
piatti unici
primi
sistemando la dispensa
mi sono resa conto di avere molte cose aperte, pacchetti non finiti di farine varie, frutta secca e altro, e siccome ho il terrore di essere invasa da farfalle dopo che ho passato una estate un paio d'anni fa a bonificare i mobili e la cucina, dovrò pensare a come usarle tutte prima che arrivi il caldo.
Di solito metto in congelatore le farine e per i pacchi ancora intonsi, soprattutto di farina da polenta bianca che ho comprato in Friuli e a cui tengo molto, lo farò. Ma per le farine avanzate bisogna che mi dia da fare.
E visto che la stagione ancora mi sostiene dato che è tornato il freddo, stavolta è toccato a un fondo di farina di castagne, giusto la quantità per una cosa che mi girava in testa da un po', così ho approfittato per finire anche un pezzo di formaggio Salva cremasco che stava invecchiando in frigorifero.
Gnocchi di patate e castagne, speck, fonduta di Salva cremasco e mirtilli
per 3 persone
1 kg patate a pasta bianca (pesate con la buccia)
150 gr farina
100 gr farina di castagne
1 uovo
sale
100 gr speck
un goccio d'olio
1 rametto di rosmarino
un poco di vino bianco
150 gr formaggio Salva cremasco
1 cucchiaio di parmigiano reggiano
latte q.b.
mirtilli per accompagnare
spelate le patate, tagliatele a grossi tocchi e cuocetele a vapore. A volte, per fare prima, le cuocio così, nel cestello a vapore della pentola a pressione, restano asciutte e le posso lavorare subito.
Mentre le patate cuociono, in una piccola padella antiaderente scaldate un filo d'olio, aggiungete lo speck tagliato a dadini, a fettine, come vi piace, unite un rametto di rosmarino e quando lo speck inizia a dorarsi, sfumatelo con un poco di vino bianco. Lasciate restringere l'intingolo, eliminate il rosmarino ed eventuali aghi sparsi e tenete in caldo.
Tagliate il Salva a piccoli pezzi, metteteli in un pentolino, copriteli a filo con del latte intero e mettete su fuoco dolce, quando inizia a scaldarsi, iniziate a mescolare e fatelo fino a che il formaggio non è completamente sciolto. Aggiungete un cucchiaio abbondante di parmigiano. Mescolate bene per amalgamare tutto. Dovrete ottenere una crema densa e liscia, al liminte, se vi sembra troppo densa, aggiungete un goccio di latte, fatelo mentre è sul fuoco e poco alla volta, fino ad avere la consistenza desiderata.
Quando le patate saranno cotte, schiacciatele sulla spianatoia e lasciate evaporare un paio di minuti, poi fate una fontana e aggiungete l'uovo, sbattetelo con la forchetta e unite anche le farina, impastate velocemente e formate una palla liscia e omogenea.
Procedete come sempre per dei normali gnocchi, fate i rotolini e tagliateli a pezzi, rigateli se vi va. Io non lo faccio, per abitudine. Spolverateli di farina.
Cuocete gli gnocchi pochi alla volta, una porzione ogni volta.
Quando tornano a galla, prelevateli con una schiumarola.
Fate un letto di fonduta nel piatto, appoggiatevi gli gnocchi, aggiungete una cucchiaiata di speck con un poco del suo fondo e colorate il piatto con i mirtilli.
E' un piatto sostanzioso, che può essere anche un piatto unico.
Inutile dire che li abbiamo spazzolati. Erano buonissimi! Lo speck e l'acidità dei mirtilli smorzano il dolce della castagna, in una armonia di sapori che mi ha veramente soddisfatto.
Di solito metto in congelatore le farine e per i pacchi ancora intonsi, soprattutto di farina da polenta bianca che ho comprato in Friuli e a cui tengo molto, lo farò. Ma per le farine avanzate bisogna che mi dia da fare.
E visto che la stagione ancora mi sostiene dato che è tornato il freddo, stavolta è toccato a un fondo di farina di castagne, giusto la quantità per una cosa che mi girava in testa da un po', così ho approfittato per finire anche un pezzo di formaggio Salva cremasco che stava invecchiando in frigorifero.
Gnocchi di patate e castagne, speck, fonduta di Salva cremasco e mirtilli
per 3 persone
1 kg patate a pasta bianca (pesate con la buccia)
150 gr farina
100 gr farina di castagne
1 uovo
sale
100 gr speck
un goccio d'olio
1 rametto di rosmarino
un poco di vino bianco
150 gr formaggio Salva cremasco
1 cucchiaio di parmigiano reggiano
latte q.b.
mirtilli per accompagnare
spelate le patate, tagliatele a grossi tocchi e cuocetele a vapore. A volte, per fare prima, le cuocio così, nel cestello a vapore della pentola a pressione, restano asciutte e le posso lavorare subito.
Mentre le patate cuociono, in una piccola padella antiaderente scaldate un filo d'olio, aggiungete lo speck tagliato a dadini, a fettine, come vi piace, unite un rametto di rosmarino e quando lo speck inizia a dorarsi, sfumatelo con un poco di vino bianco. Lasciate restringere l'intingolo, eliminate il rosmarino ed eventuali aghi sparsi e tenete in caldo.
Tagliate il Salva a piccoli pezzi, metteteli in un pentolino, copriteli a filo con del latte intero e mettete su fuoco dolce, quando inizia a scaldarsi, iniziate a mescolare e fatelo fino a che il formaggio non è completamente sciolto. Aggiungete un cucchiaio abbondante di parmigiano. Mescolate bene per amalgamare tutto. Dovrete ottenere una crema densa e liscia, al liminte, se vi sembra troppo densa, aggiungete un goccio di latte, fatelo mentre è sul fuoco e poco alla volta, fino ad avere la consistenza desiderata.
Quando le patate saranno cotte, schiacciatele sulla spianatoia e lasciate evaporare un paio di minuti, poi fate una fontana e aggiungete l'uovo, sbattetelo con la forchetta e unite anche le farina, impastate velocemente e formate una palla liscia e omogenea.
Procedete come sempre per dei normali gnocchi, fate i rotolini e tagliateli a pezzi, rigateli se vi va. Io non lo faccio, per abitudine. Spolverateli di farina.
Cuocete gli gnocchi pochi alla volta, una porzione ogni volta.
Quando tornano a galla, prelevateli con una schiumarola.
Fate un letto di fonduta nel piatto, appoggiatevi gli gnocchi, aggiungete una cucchiaiata di speck con un poco del suo fondo e colorate il piatto con i mirtilli.
E' un piatto sostanzioso, che può essere anche un piatto unico.
Inutile dire che li abbiamo spazzolati. Erano buonissimi! Lo speck e l'acidità dei mirtilli smorzano il dolce della castagna, in una armonia di sapori che mi ha veramente soddisfatto.
dolci al cioccolato
dolci e dessert
La domenica e il dessert
ormai l'ho detto e ridetto molte volte, la domenica un dolce non deve, non può mancare sulla mia tavola. E' una tradizione consolidata da molti anni, diciamo da quando le mie figlie erano piccole. Non è domenica se non c'è qualcosa di dolce a fine pasto.
Nel cassetto delle ricette da fare ce ne sono alcune che già da un po' ho intenzione di provare, mi girano in testa da tempo, ma non sempre le idee corrispondono con la voglia di fare, o con il tempo e la calma che mi ci vogliono per realizzarle.
Ieri sono stata indecisa fino all'ultimo su un paio di idee, ma mi sono talmente impigrita e attardata a fare altro che ad un certo punto, guardando l'orologio, mi sono resa conto che non c'era più tempo a sufficienza per nessuna delle cose che avevo in mente.
Solo che la tradizione va rispettata.
E allora mi sono ricordata una foto incrociata non so più dove, ricordo solo di essermi annotata mentalmente il fatto che fosse qualcosa che si poteva realizzare velocemente, perfetto per quando hai poco tempo, o un ospite inaspettato, o poca voglia di spignattare.
Ho controllato di avere l'occorrente, c'era tutto, e allora ho calibrato le dosi e in poco tempo, intanto che il brasato finiva di cuocere, le crêpes erano pronte e aspettavano solo di essere farcite.
Veloce ma molto, molto goloso!
Foresta nera sciué sciué
per 8/10 crêpes
per le crêpes:
300 gr latte intero
25 gr cacao amaro
140 gr farina
2 uova grandi
1 cucchiaio abbondante zucchero a velo
1 cucchiaino estratto di vaniglia
per la ganache:
150 gr cioccolato fondente
150 gr panna liquida fresca
1 cucchiaio Kirsch
per completare:
amarene sciroppate q.b.
250 gr panna liquida
1 cucchiaio abbondante zucchero a velo
poco cacao amaro
In una ciotola sbattete le uova, aggiungete il latte, l'estratto di vaniglia e lo zuccehero, mescolate bene il tutto e unite la farina mescolata al cacao, facendola scendere man mano da un setaccino.
Mescolate il tutto con la frusta finchè avrete ottenuto una pastella densa e liscia. Coprite la ciotola e lasciatela riposare in frigorifero per una mezz'ora.
Nel frattempo preparate la ganache. Spezzettate il cioccolato in una ciotola, scaldate la panna e non appena si alza il bollore, versatela sul cioccolato spezzettato, aspettate un paio di minuti poi mescolate il tutto fino ad avere una crema perfettamente liscia. Profumatela con il cucchiaio di Kirsch o altro liquore di ciliegie.
Lasciate intiepidire poi mettete in frigorifero a indurire, ben coperta.
Ora preparate le crêpes. Ungete leggermente una piccola padella. Io uso un padellino basso da crêpes, da 20 cm. antiaderente, è comodissimo.
Scaldate la padella e con il mestolo versate un poco del composto al cacao, facendo roteare il padellino in modo che la pastella si distribuisca uniformemente. Lasciate cuocere un attimo, poi con l'aiuto di una spatola, staccate i bordi della crêpe e giratela dall'altro lato. Cuocetela per altri due minuti facendo attenzione che non bruci e adagiatela su un piatto. Procedete allo stesso modo fino a finire la pastella. Io ho ricavato una decina di crêpes. Lasciate raffreddare poi copritele con della pellicola, affinché restino belle morbide.
Al momento di servire, scolate le amarene dallo sciroppo lasciandole a sgocciolare in un colino.
In una ciotola mettete la panna e iniziate a montarla con le fruste elettriche, quando è semimontata aggiungete lo zucchero a velo e continuate a montarla finchè sarà una neve ferma. Trasferitela in una sac à poche con la bocchetta spizzata.
Al momento di servire, spalmate ogni crêpe con un paio di cucchiai di ganache al cioccolato, sopra la ganache spremete dei ciuffi di panna montata, spargete qualche amarena qua e là in quantità a piacere . Piegate su se stessa ogni crêpe tenendo il bordo un po' sfalzato, come nella foto.
Fate altri ciuffi lungo il bordo inferiore e alternateli con delle altre amarene.
Date una leggera spolverata col cacao amaro.
Facile, veloce, golosissimo e gratificante!
Nel cassetto delle ricette da fare ce ne sono alcune che già da un po' ho intenzione di provare, mi girano in testa da tempo, ma non sempre le idee corrispondono con la voglia di fare, o con il tempo e la calma che mi ci vogliono per realizzarle.
Ieri sono stata indecisa fino all'ultimo su un paio di idee, ma mi sono talmente impigrita e attardata a fare altro che ad un certo punto, guardando l'orologio, mi sono resa conto che non c'era più tempo a sufficienza per nessuna delle cose che avevo in mente.
Solo che la tradizione va rispettata.
E allora mi sono ricordata una foto incrociata non so più dove, ricordo solo di essermi annotata mentalmente il fatto che fosse qualcosa che si poteva realizzare velocemente, perfetto per quando hai poco tempo, o un ospite inaspettato, o poca voglia di spignattare.
Ho controllato di avere l'occorrente, c'era tutto, e allora ho calibrato le dosi e in poco tempo, intanto che il brasato finiva di cuocere, le crêpes erano pronte e aspettavano solo di essere farcite.
Veloce ma molto, molto goloso!
Foresta nera sciué sciué
per 8/10 crêpes
per le crêpes:
300 gr latte intero
25 gr cacao amaro
140 gr farina
2 uova grandi
1 cucchiaio abbondante zucchero a velo
1 cucchiaino estratto di vaniglia
per la ganache:
150 gr cioccolato fondente
150 gr panna liquida fresca
1 cucchiaio Kirsch
per completare:
amarene sciroppate q.b.
250 gr panna liquida
1 cucchiaio abbondante zucchero a velo
poco cacao amaro
In una ciotola sbattete le uova, aggiungete il latte, l'estratto di vaniglia e lo zuccehero, mescolate bene il tutto e unite la farina mescolata al cacao, facendola scendere man mano da un setaccino.
Mescolate il tutto con la frusta finchè avrete ottenuto una pastella densa e liscia. Coprite la ciotola e lasciatela riposare in frigorifero per una mezz'ora.
Nel frattempo preparate la ganache. Spezzettate il cioccolato in una ciotola, scaldate la panna e non appena si alza il bollore, versatela sul cioccolato spezzettato, aspettate un paio di minuti poi mescolate il tutto fino ad avere una crema perfettamente liscia. Profumatela con il cucchiaio di Kirsch o altro liquore di ciliegie.
Lasciate intiepidire poi mettete in frigorifero a indurire, ben coperta.
Ora preparate le crêpes. Ungete leggermente una piccola padella. Io uso un padellino basso da crêpes, da 20 cm. antiaderente, è comodissimo.
Scaldate la padella e con il mestolo versate un poco del composto al cacao, facendo roteare il padellino in modo che la pastella si distribuisca uniformemente. Lasciate cuocere un attimo, poi con l'aiuto di una spatola, staccate i bordi della crêpe e giratela dall'altro lato. Cuocetela per altri due minuti facendo attenzione che non bruci e adagiatela su un piatto. Procedete allo stesso modo fino a finire la pastella. Io ho ricavato una decina di crêpes. Lasciate raffreddare poi copritele con della pellicola, affinché restino belle morbide.
Al momento di servire, scolate le amarene dallo sciroppo lasciandole a sgocciolare in un colino.
In una ciotola mettete la panna e iniziate a montarla con le fruste elettriche, quando è semimontata aggiungete lo zucchero a velo e continuate a montarla finchè sarà una neve ferma. Trasferitela in una sac à poche con la bocchetta spizzata.
Al momento di servire, spalmate ogni crêpe con un paio di cucchiai di ganache al cioccolato, sopra la ganache spremete dei ciuffi di panna montata, spargete qualche amarena qua e là in quantità a piacere . Piegate su se stessa ogni crêpe tenendo il bordo un po' sfalzato, come nella foto.
Fate altri ciuffi lungo il bordo inferiore e alternateli con delle altre amarene.
Date una leggera spolverata col cacao amaro.
Facile, veloce, golosissimo e gratificante!
pesce
secondi
Mescolanze
Sono una persona curiosa, amo mangiare, e amo scoprire e ricordare i sapori che incontro. Mi restano nella testa e mi diverte combinarli, mescolarli con quelli conosciuti, consueti, per arrivare ad altri abbinamenti. Un gioco che mi tenta sempre.
A volte l'idea arriva all'improvviso, certi sapori mi girano in testa e non smettono finchè non realizzo quella idea di partenza.
Ci sono volte in cui non sono affatto contenta del risultato. E' frustrante quando non riesco ad arrivare al sapore che ho in testa, e allora mi incaponisco e ci riprovo finchè non lo ottengo.
Per cui la soddisfazione è massima quando, assaggiando il piatto finito, mi rendo conto che è proprio come lo immaginavo, come lo volevo. E se è come volevo, se è buono, lo condivido.
Come in questo caso:
Coda di rospo al Cognac, cardoncelli e Pak Choi su salsa al Sauvignon
per due persone
1 piccola coda di rospo intera (600 gr circa)
300 gr cardoncelli
1 cespo di Pak choi
2 piccoli scalogni
2 bicchieri di Sauvignon
2 spicchi d'aglio
un ciuffo di prezzemolo
poca farina di riso
mezzo bicchiere di Cognac
olio e.v, sale, pepe bianco
una noce di burro
Preparate prima la salsa. Tritate finemente gli scalogni. Fateli appassire a fuoco basso in un goccio d'olio, lasciateli ammorbidire senza che prendano colore. Aggiungete il Sauvignon e abbassate ulteriormente il fuoco, coprite e lasciate ridurre il tutto fino a che lo scalogno è perfettamente cotto ma ha conservato un poco del fondo di cottura. Salate, frullate il tutto e tenete in caldo.
Dalla coda di rospo ricavate due filetti usando un coltello per sfilettare. Eliminate la grossa spina centrale.
Dividete ogni filetto in tre grossi pezzi, lavateli e asciugateli bene.
Mondate e pulite bene i funghi, date una veloce sciacquata sotto l'acqua corrente e asciugateli molto bene con della carta da cucina. Tritate un ciuffo di prezzemolo.
Affettateli non troppo sottilmente. Scaldate dell'olio in una padella, aggiungete uno spicchio d'aglio e lasciate imbiondire, quindi unite i funghi e mescolate per far prendere sapore. Abbassate il fuoco, salate e portate a cottura senza aggiungere altro. Una volta cotti, aggiungete metà del prezzemolo tritato, mescolate, togliete dal fuoco e tenete in caldo.
Mondate anche il Pak Choi, lavatelo e tagliate le sue coste a listarelle nel senso della lunghezza. Scaldate un goccio d'olio insieme all'aglio in una padella antiaderente, aggiungete la verdura tagliata e lasciate cuocere a fuoco medio mescolando spesso per farla brasare nel liquido che rilascerà. Ci vorranno meno di dieci minuti. Non dovrà essere stracotta.
Accendete il forno a 180° ventilato. Passate i pezzi di coda di rospo nella farina di riso.
In una padella mettete un poco d'olio e una abbondante noce di burro, mettete sul fuoco e quando il burro spumeggia, friggete i pezzi di pesce infarinati. Fateli dorare da tutti i lati, quindi, facendo molta attenzione, sfumate con il Cognac. Lasciate evaporare, salate, pepate e passate il tutto in forno per circa 15 minuti, finchè la pescatrice sarà cotta e dorata.
Preparate il piatto. Mettete un poco di salsa sul fondo, fate dei piccoli gomitoli con il Pak Choi e appoggiateli, distanziati fra loro, in fila da tre su ogni piatto. Appoggiate un pezzetto di coda di rospo su ogni nido di verdura, mettete un poco dei funghi negli spazi che avete lasciato e completate con il resto del prezzemolo tritato.
Ecco, l'accostamento fra un tipo di verdura, il Pak Choi, tipicamente cinese, e i cardoncelli, così saporiti e "nervosi", legati con quella salsa al vino, la morbidezza della pescatrice ci hanno regalato una cena davvero speciale..
A volte l'idea arriva all'improvviso, certi sapori mi girano in testa e non smettono finchè non realizzo quella idea di partenza.
Ci sono volte in cui non sono affatto contenta del risultato. E' frustrante quando non riesco ad arrivare al sapore che ho in testa, e allora mi incaponisco e ci riprovo finchè non lo ottengo.
Per cui la soddisfazione è massima quando, assaggiando il piatto finito, mi rendo conto che è proprio come lo immaginavo, come lo volevo. E se è come volevo, se è buono, lo condivido.
Come in questo caso:
Coda di rospo al Cognac, cardoncelli e Pak Choi su salsa al Sauvignon
per due persone
1 piccola coda di rospo intera (600 gr circa)
300 gr cardoncelli
1 cespo di Pak choi
2 piccoli scalogni
2 bicchieri di Sauvignon
2 spicchi d'aglio
un ciuffo di prezzemolo
poca farina di riso
mezzo bicchiere di Cognac
olio e.v, sale, pepe bianco
una noce di burro
Preparate prima la salsa. Tritate finemente gli scalogni. Fateli appassire a fuoco basso in un goccio d'olio, lasciateli ammorbidire senza che prendano colore. Aggiungete il Sauvignon e abbassate ulteriormente il fuoco, coprite e lasciate ridurre il tutto fino a che lo scalogno è perfettamente cotto ma ha conservato un poco del fondo di cottura. Salate, frullate il tutto e tenete in caldo.
Dalla coda di rospo ricavate due filetti usando un coltello per sfilettare. Eliminate la grossa spina centrale.
Dividete ogni filetto in tre grossi pezzi, lavateli e asciugateli bene.
Mondate e pulite bene i funghi, date una veloce sciacquata sotto l'acqua corrente e asciugateli molto bene con della carta da cucina. Tritate un ciuffo di prezzemolo.
Affettateli non troppo sottilmente. Scaldate dell'olio in una padella, aggiungete uno spicchio d'aglio e lasciate imbiondire, quindi unite i funghi e mescolate per far prendere sapore. Abbassate il fuoco, salate e portate a cottura senza aggiungere altro. Una volta cotti, aggiungete metà del prezzemolo tritato, mescolate, togliete dal fuoco e tenete in caldo.
Mondate anche il Pak Choi, lavatelo e tagliate le sue coste a listarelle nel senso della lunghezza. Scaldate un goccio d'olio insieme all'aglio in una padella antiaderente, aggiungete la verdura tagliata e lasciate cuocere a fuoco medio mescolando spesso per farla brasare nel liquido che rilascerà. Ci vorranno meno di dieci minuti. Non dovrà essere stracotta.
Accendete il forno a 180° ventilato. Passate i pezzi di coda di rospo nella farina di riso.
In una padella mettete un poco d'olio e una abbondante noce di burro, mettete sul fuoco e quando il burro spumeggia, friggete i pezzi di pesce infarinati. Fateli dorare da tutti i lati, quindi, facendo molta attenzione, sfumate con il Cognac. Lasciate evaporare, salate, pepate e passate il tutto in forno per circa 15 minuti, finchè la pescatrice sarà cotta e dorata.
Preparate il piatto. Mettete un poco di salsa sul fondo, fate dei piccoli gomitoli con il Pak Choi e appoggiateli, distanziati fra loro, in fila da tre su ogni piatto. Appoggiate un pezzetto di coda di rospo su ogni nido di verdura, mettete un poco dei funghi negli spazi che avete lasciato e completate con il resto del prezzemolo tritato.
Ecco, l'accostamento fra un tipo di verdura, il Pak Choi, tipicamente cinese, e i cardoncelli, così saporiti e "nervosi", legati con quella salsa al vino, la morbidezza della pescatrice ci hanno regalato una cena davvero speciale..
primi
Semplice semplice
da quando ho trovato per la prima volta i cardoncelli non li mollo più.
Non c'è storia. Li adoro!
Bisogna dire che all'Esselunga ormai c'è una vastissima scelta di verdure. Vedi il cavolo riccio, i broccoli rapini, cavolfiori viola e arancioni, carote nere, insalate in vaschetta comprensive di fiori eduli e molto molto altro. Mi diverte curiosare fra i banchi, alla ricerca di ingredienti non molto frequentati....se vedo qualcosa che non conosco bene, è inevitabile, lo compro.
Dei cardoncelli ne avevo sentito spesso parlare da amiche pugliesi, ma difficilmente arrivavano in queste lande, per cui vederli normalmente sui banchi insieme a tutti gli altri funghi coltivati, che ho sempre disdegnato o quasi, è stato irresistibile...
E così, chi assaggia, ritorna.
Mi piacciono perchè sono gradevoli e delicati di sapore, callosi e poco viscidi, hanno una consistenza che resta pressocchè inalterata in cottura, e molto molto eclettici. Perfetti per tutte le preparazioni, ti lasciano dare spazio alla fantasia, certa che andrai sul sicuro qualsiasi cosa preparerai.
Questo piatto, semplice semplice, l'ho preparato oggi ed era talmente buono che ho pensato che valeva la pena condividerlo...
Fusilli salsicca e cardoncelli allo zafferano
per due persone
200 gr pasta grossa, io ho scelto i fusilli
300 gr cardoncelli (una vaschetta)
250 gr salsiccia dolce a nastro
1 piccola cipolla
1 spicchio d'aglio
poco prezzemolo tritato
mezzo bicchiere di vino bianco
1 bustina di zafferano
olio e.v. d'oliva
sale, pepe
Mondate i funghi, date una veloce risciacquata sotto l'acqua corrente (lo so, i funghi non si dovrebbero lavare, ma io non ce la faccio, per cui un veloce giro sotto il rubinetto mentre li sfrego bene, glielo faccio fare)
Asciugateli molto bene e affettateli non troppo sottili.
In una padella scaldate un goccio d'olio, aggiungete lo spicchio d'aglio e la cipolla tritata grossolanamente, lasciate insaporire, quindi unite i funghi e mescolate per far prendere sapore.
Salate e pepate, abbassate il fuoco e lasciate cuocere per una decina di minuti.
In un'altra padella scaldate un goccio d'olio, unite un altr spicchio d'aglio e aggiungete la salsiccia, spellata e ridotta a pezzetti, fate rosolare ben bene poi sfumate con il vino bianco.
Una volta che il vino è evaporato del tutto, unite anche la salsiccia al sugo di funghi, mescolate bene e lasciate cuocere tutto insieme per altri 5 minuti.
A parte, in un goccio d'acqua calda, fate sciogliere lo zafferano. Aggiungetelo nella padella e mescolate bene. Lasciate andare ancora il tutto fino a che il fondo si sarà asciugato e lo zafferano avrà colorato bene tutto.
Tritate un ciuffo di prezzemolo. Spegnete il sugo e aggiungetelo nel tegame.
Cuocete la pasta al dente, scolatela dentro la padella dei funghi, fate saltare il tutto finchè è perfettamente condito e servite, se vi va, con una spolverata di parmigiano e un pizzico di peperoncino.
Semplice semplice e veloce. Il tempo che bolle l'acqua e si cuoce la pasta e il sugo è pronto....
Non c'è storia. Li adoro!
Bisogna dire che all'Esselunga ormai c'è una vastissima scelta di verdure. Vedi il cavolo riccio, i broccoli rapini, cavolfiori viola e arancioni, carote nere, insalate in vaschetta comprensive di fiori eduli e molto molto altro. Mi diverte curiosare fra i banchi, alla ricerca di ingredienti non molto frequentati....se vedo qualcosa che non conosco bene, è inevitabile, lo compro.
Dei cardoncelli ne avevo sentito spesso parlare da amiche pugliesi, ma difficilmente arrivavano in queste lande, per cui vederli normalmente sui banchi insieme a tutti gli altri funghi coltivati, che ho sempre disdegnato o quasi, è stato irresistibile...
E così, chi assaggia, ritorna.
Mi piacciono perchè sono gradevoli e delicati di sapore, callosi e poco viscidi, hanno una consistenza che resta pressocchè inalterata in cottura, e molto molto eclettici. Perfetti per tutte le preparazioni, ti lasciano dare spazio alla fantasia, certa che andrai sul sicuro qualsiasi cosa preparerai.
Questo piatto, semplice semplice, l'ho preparato oggi ed era talmente buono che ho pensato che valeva la pena condividerlo...
Fusilli salsicca e cardoncelli allo zafferano
per due persone
200 gr pasta grossa, io ho scelto i fusilli
300 gr cardoncelli (una vaschetta)
250 gr salsiccia dolce a nastro
1 piccola cipolla
1 spicchio d'aglio
poco prezzemolo tritato
mezzo bicchiere di vino bianco
1 bustina di zafferano
olio e.v. d'oliva
sale, pepe
Mondate i funghi, date una veloce risciacquata sotto l'acqua corrente (lo so, i funghi non si dovrebbero lavare, ma io non ce la faccio, per cui un veloce giro sotto il rubinetto mentre li sfrego bene, glielo faccio fare)
Asciugateli molto bene e affettateli non troppo sottili.
In una padella scaldate un goccio d'olio, aggiungete lo spicchio d'aglio e la cipolla tritata grossolanamente, lasciate insaporire, quindi unite i funghi e mescolate per far prendere sapore.
Salate e pepate, abbassate il fuoco e lasciate cuocere per una decina di minuti.
In un'altra padella scaldate un goccio d'olio, unite un altr spicchio d'aglio e aggiungete la salsiccia, spellata e ridotta a pezzetti, fate rosolare ben bene poi sfumate con il vino bianco.
Una volta che il vino è evaporato del tutto, unite anche la salsiccia al sugo di funghi, mescolate bene e lasciate cuocere tutto insieme per altri 5 minuti.
A parte, in un goccio d'acqua calda, fate sciogliere lo zafferano. Aggiungetelo nella padella e mescolate bene. Lasciate andare ancora il tutto fino a che il fondo si sarà asciugato e lo zafferano avrà colorato bene tutto.
Tritate un ciuffo di prezzemolo. Spegnete il sugo e aggiungetelo nel tegame.
Cuocete la pasta al dente, scolatela dentro la padella dei funghi, fate saltare il tutto finchè è perfettamente condito e servite, se vi va, con una spolverata di parmigiano e un pizzico di peperoncino.
Semplice semplice e veloce. Il tempo che bolle l'acqua e si cuoce la pasta e il sugo è pronto....
dolci al cucchiaio
dolci alla frutta
dolci e dessert
ricette per le feste
Di profumi e di colori
Mi piace sfogliare i libri di Michalak, mi diverte leggere i suoi commenti, le sue dediche, e le sue ricette.
Trovo che siano abbastanza facili da realizzare, perlomeno quelle che ritengo siano alla mia portata, e mi piace il modo con cui le presenta, abbastanza particolare, giovane e fresco.
Leggo ingredienti e a volte mi trovo immersa nel profumo di cioccolato, o di vaniglia, vedendo le sue meraviglie, metto segnalibri sulle pagine dei dolci che mi hanno colpito, ma già so che mi ci vorranno tre vite per farli tutti, però questo l'avevo messo nei top ten.
E' bastato leggere fra gli ingredienti: gelée di Ylang Ylang.
In un attimo sono tornata in mezzo a una piantagione che avevo visitato in Madagascar.
Alberi che i malgasci coltivano appunto per le molte proprietà del loro fiore, molto richiesto e alla base di molti prodotti di profumeria.
A vederle, quelle piante sembra che soffrano terribilmenete, sono contorte, piegate, in una posizione forzata rispetto alla loro natura di albero a medio fusto, costrette a restare basse dai malgasci che legano i rami fino terra per facilitare la raccolta dei fiori. Creano così un intrico di rami storti, dalle forme innaturali. Ti colpiscono perchè leggi la sofferenza in quei rami nodosi, grossi e contorti.
La fitta e intricata vegetazione, attraversata da piccoli e stretti sentieri ti fa pensare a un bosco incantato, un luogo fatato dove il tempo si è fermato e la natura ha preso il sopravvento.
Trovo che siano abbastanza facili da realizzare, perlomeno quelle che ritengo siano alla mia portata, e mi piace il modo con cui le presenta, abbastanza particolare, giovane e fresco.
Leggo ingredienti e a volte mi trovo immersa nel profumo di cioccolato, o di vaniglia, vedendo le sue meraviglie, metto segnalibri sulle pagine dei dolci che mi hanno colpito, ma già so che mi ci vorranno tre vite per farli tutti, però questo l'avevo messo nei top ten.
E' bastato leggere fra gli ingredienti: gelée di Ylang Ylang.
In un attimo sono tornata in mezzo a una piantagione che avevo visitato in Madagascar.
Alberi che i malgasci coltivano appunto per le molte proprietà del loro fiore, molto richiesto e alla base di molti prodotti di profumeria.
A vederle, quelle piante sembra che soffrano terribilmenete, sono contorte, piegate, in una posizione forzata rispetto alla loro natura di albero a medio fusto, costrette a restare basse dai malgasci che legano i rami fino terra per facilitare la raccolta dei fiori. Creano così un intrico di rami storti, dalle forme innaturali. Ti colpiscono perchè leggi la sofferenza in quei rami nodosi, grossi e contorti.
La fitta e intricata vegetazione, attraversata da piccoli e stretti sentieri ti fa pensare a un bosco incantato, un luogo fatato dove il tempo si è fermato e la natura ha preso il sopravvento.
Le suggestioni che crea sono quelle
della natura che vince su tutto, e invece è solo la mano dell'uomo, che piega qualunque cosa alle sue necessità.
Alberi proni, così nodosi e contorti da sembrare streghe
immobilizzate da qualche incantesimo pronunciato chissà quando.
E i fiori, il loro profumo....ti investe immediatamente, si appiccica ai capelli, ai vestiti, ti resta nel naso e nella mente a lungo, anche dopo che hai lasciato quel posto.
Vengono raccolti esclusivamente a mano, e al mattino molto presto, quando la concentrazione degli oli essenziali che contengono è molto più alta, un lavoro che fanno quasi esclusivamente le donne, e ce ne vuole una esagerazione per fare pochi ml. di essenza.
Prezioso e talmente inebriante da stordire...indimenticabile. Ylang Ylang , anche solo il suono del suo nome ci fa immaginare paradisi lontani, e il significato letterale del suo nome "il fiore dei fiori" evoca sensazioni molto piacevoli.
come non potevo fare subito un dessert che mi parlava di Ylang Ylang? Già me lo sentivo in testa quel sapore, e subito mi son messa alla ricerca della gelatina di cui parla Michalak, ma ovviamente, già pronta, non l'ho trovata affatto. Così, memore dell'essenza che mi ero portata a casa da quel viaggio, non ho faticato a trovare un sito internet che la vendeva.
Non ci ha messo molto ad arrivare, e nemmeno io ci ho messo molto a preparare il dolce.
Per puro caso è arrivata il 13 febbraio.....e guarda caso il dolce si chiama ...
La crème d'amour
(dal libro Les meilleurs desserts de France di Christophe Michalak)
per 6 vasetti Weck da 140 ml
70 gr zucchero di canna chiaro
80 gr tuorli
220 ml panna liquida fresca
80 ml succo di frutti della passione (freschi)
1 mango maturo ma sodo
chicchi di melograno per colorare
per la gelatina:
120 gr acqua
50 gr zucchero
3 gr gelatina in fogli
2 gocce di essenza di Ylang Ylang
A questo punto Michalak indica di scaldare il forno a 90°, io ho seguito la sua indicazione, ma dopo il tempo indicato di cottura, 45 minuti, era ancora tutto liquido, allora ho alzato la temperatura a 130° e ho cotto ancora per altri 25 minuti. Per cui meglio se partite già da 130° statico, e cuocete per 45/50minuti.
Svuotate della polpa i frutti della passione, a me ne sono serviti 7, e mettetela nel frullatore. Frullate un minuto o due, e poi passatela al colino fine per eliminare i semi.
Mescolate i tuorli con lo zucchero, senza incorporare aria. Unite la panna liquida e il succo ricavato dai frutti della passione. Mescolate bene il tutto e distribuite il composto nei sei vasetti, arrivando circa un poco sopra la metà.
Disponete i vasetti su una placca e cuocete in forno come ho detto sopra.
E' pronto quando la crema si è rassodata ma ancora un poco tremolante. Togliete dal forno, lasciate raffreddare bene, poi coprite ogni vasetto e conservate in frigorifero fino a un paio d'ore prima di servire.
Arrivato il momento, preparate la gelatina.
Scaldate l'acqua in un pentolino, aggiungete lo zucchero e fate sciogliere bene, senza farlo bollire.
Ammollate i fogli di gelatina in acqua, e quando è pronta strizzatela bene e aggiungetela allo sciroppo preparato e mescolate per farla sciogliere completamente. Lasciate raffreddare, e solo quando sarà completamente freddo aggiungete due gocce di essenza di ylang ylang e mescolate.
Sbucciate il mango, fatene dadini. Sgranate anche un poco di melograno.
Riempite i vasetti con il mango, colorate con i chicchi di melograno sparsi qua e là e con un cucchiaio aggiungete la gelatina preparata in modo da coprire la frutta, anche non del tutto.
Mettete in frigorifero a rassodare per un'ora circa poi il dessert sarà pronto.
Michalak dice che in alternativa all'Ylang Ylang si può usare la gelatina al gelsomino, quindi mi toccherà provare anche con quella.
ne è uscito un dessert profumato e colorato, e, inutile dirlo, buonissimo. L'ho assaporato con un po' di nostalgia per il Madagascar, ma il profumo che ho ritrovato nel vasetto mi ha riportato là per un attimo, facendomi rivivere momenti molto belli.
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