dolci al cucchiaio
dolci e dessert
Il Club del 27
E sono due! Buon compleanno Club del 27!
Due anni di ricette, di sperimentazioni, di condivisione e di apprendimento.
Sì perchè in questi due anni ho imparato tantissime cose , soprattutto ad aprire la mente e ad uscire dalla routine e dagli schemi abituali della solita cucina, ho imparato ad usare ingredienti e tecniche e a destreggiarmi con la scelta dei sapori. Due anni che mi hanno arricchito ancora di più, in molti sensi.
Quindi sono felice di festeggiare questo compleanno e lo faccio con un tipo di dolce, il trifle, che mi era piaciuto molto la volta che l'abbiamo avuto come tema. Allora mi ero ripromessa di farli tutti col tempo ma, come sempre succede, gli impegni si accavallano e i buoni propositi vanno nel dimenticatoio.
E allora quale migliore occasione di questa per un dolce ricco e cremoso?
Sherry Trifle Wally Ladd
per 2 persone
4 cucchiai di marmellata di ciliegie
50 ml di Sherry
5 o 6 savoiardi
per la crema pasticcera:
200 ml di latte
2 tiorli di uova grandi
30 g di farina
70 g di zucchero
1 cucchiaino scarso di essenza di vaniglia
per completare il dolce:
150 g di panna liquida fresca
15 g di zucchero a velo
20 g di mandorle a lamelle
poca granella di pistacchi
Tostate le mandorle in un padellino e tenetele da parte.
Preparate la crema pasticcera. Scaldate il latte, montate i tuorli con lo zucchero fino a che sono gonfi e spumosi, aggiungete la farina, incorporate tutto con le fruste elettriche, poi unite il latte a filo, mescolando con una spatola o un cucchiaio di legno. Rimettete sul fuoco, unite la vaniglia e cuocete la crema fino a quando è densa. Copritela subito con la pellicola direttamente a contatto.
In un altro pentolino mettete la marmellata di ciliegie e metà dello Sherry, scaldate tutto a fuoco dolce, mescolando per qualche minuto. Lasciate raffreddare.
Montate la panna a neve ferma insieme allo zucchero a velo e trasferitela in una sac à poche munita di bocchetta liscia. Tagliate a metà i savoiardi e passateli velocissimamente nel resto dello Sherry.
Ora potete preparare i bicchieri o le coppe, o anche una sola grande coppa da Trifle. Iniziate partendo col fare uno strato di marmellata sul fondo, posateci i savoiardi, poi la crema pasticcera, ancora marmellata e savoiardi e finite con la crema pasticcera.
Completate la superficie con la panna montata. Distribuite su ciascun bicchiere, o coppa, la granella di pistacchi e le mandorle tostate.
Tanti auguri Club del 27, e lunga vita!
Buon Compleanno Club del 27! Il mio Sherry Trifle Wally Ladd
Due anni di ricette, di sperimentazioni, di condivisione e di apprendimento.
Sì perchè in questi due anni ho imparato tantissime cose , soprattutto ad aprire la mente e ad uscire dalla routine e dagli schemi abituali della solita cucina, ho imparato ad usare ingredienti e tecniche e a destreggiarmi con la scelta dei sapori. Due anni che mi hanno arricchito ancora di più, in molti sensi.
Quindi sono felice di festeggiare questo compleanno e lo faccio con un tipo di dolce, il trifle, che mi era piaciuto molto la volta che l'abbiamo avuto come tema. Allora mi ero ripromessa di farli tutti col tempo ma, come sempre succede, gli impegni si accavallano e i buoni propositi vanno nel dimenticatoio.
E allora quale migliore occasione di questa per un dolce ricco e cremoso?
Sherry Trifle Wally Ladd
per 2 persone
4 cucchiai di marmellata di ciliegie
50 ml di Sherry
5 o 6 savoiardi
per la crema pasticcera:
200 ml di latte
2 tiorli di uova grandi
30 g di farina
70 g di zucchero
1 cucchiaino scarso di essenza di vaniglia
per completare il dolce:
150 g di panna liquida fresca
15 g di zucchero a velo
20 g di mandorle a lamelle
poca granella di pistacchi
Tostate le mandorle in un padellino e tenetele da parte.
Preparate la crema pasticcera. Scaldate il latte, montate i tuorli con lo zucchero fino a che sono gonfi e spumosi, aggiungete la farina, incorporate tutto con le fruste elettriche, poi unite il latte a filo, mescolando con una spatola o un cucchiaio di legno. Rimettete sul fuoco, unite la vaniglia e cuocete la crema fino a quando è densa. Copritela subito con la pellicola direttamente a contatto.
In un altro pentolino mettete la marmellata di ciliegie e metà dello Sherry, scaldate tutto a fuoco dolce, mescolando per qualche minuto. Lasciate raffreddare.
Montate la panna a neve ferma insieme allo zucchero a velo e trasferitela in una sac à poche munita di bocchetta liscia. Tagliate a metà i savoiardi e passateli velocissimamente nel resto dello Sherry.
Ora potete preparare i bicchieri o le coppe, o anche una sola grande coppa da Trifle. Iniziate partendo col fare uno strato di marmellata sul fondo, posateci i savoiardi, poi la crema pasticcera, ancora marmellata e savoiardi e finite con la crema pasticcera.
Completate la superficie con la panna montata. Distribuite su ciascun bicchiere, o coppa, la granella di pistacchi e le mandorle tostate.
Tanti auguri Club del 27, e lunga vita!
eventi
recensioni
Un baccalà d'autore
Giovedì scorso ho avuto il piacere di partecipare all’evento
promosso dal Ristorante la Kuccagna di
Dovera (fraz. Barbuzzera) dei fratelli
Magnani sul baccalà, e quando si tratta de la Kuccagna, niente è lasciato al
caso e un baccalà d’autore è stato
il protagonista della serata.
Cinque portate declinate con grande originalità per
valorizzare e promuovere un prodotto di grande qualità.
Infatti il baccalà
che abbiamo degustato è il prodotto, totalmente
artigianale, di Martxel di San Sebastian, famosa località dei
Paesi Baschi. La pesca del merluzzo
Marxtel è tuttora effettuata all’amo lungo le coste delle Isole
Faroe, la lavorazione iniziale e la salatura avvengono quando il pesce è ancora fresco e solo successivamente portato in Spagna. Il risultato alla fine è un prodotto di altissima
qualità, e i nostri due protagonisti de la Kuccagna, con i loro piatti, ne hanno sottolineato magistralmente le caratteristiche.
Cinque portate dicevo. Siamo partiti alla grande con un crudo, morbido e succulento, accompagnato
da un piccolo prato germogliato, senza substatro, che all’assaggio è stata una
vera scoperta. Un accostamento insolito che
ha stupito e deliziato tutti i commensali seduti a tavola.
Poi una piccola
tempura di moros di punta, accompagnata
da una crema di peperone alla brace e crauto fermentato che ne ha esaltato il sapore.
Si è passati poi a un piatto che è stato molto apprezzato, la
gola di baccalà con crema di zucca e ristretto di Martini rosso. Un piatto di altissimo livello perché non è consueto trovare questi tagli del
pesce, quindi doppiamente gradito.
Una portata che mi ha sorpreso e favorevolmente stupito è stata la trippa di baccalà
con fagioli zolfini. Non l’avevo mai mangiata, lo confesso, per una mia remora
sulla consistenza delle interiora. Mi sono ampiamente ricreduta al primo
assaggio. Era deliziosa! Purtroppo dovrete credermi sulla parola perchè la foto che ho fatto non è pubblicabile, troppo sfocata per poter rendere omaggio come si deve a questo piatto.
E infine il piatto più rappresentativo, la suprème di baccalà
con patate mantecate e pomodorino gold
di Ciro Flagella. Carne saporita e soda,
consistente al taglio, come deve essere
un prodotto artigianale. La morbidezza
della patata e la dolcezza del pomodorino hanno fatto da perfetto contraltare
alla sapidità pesce.
Per finire fragole Candonga al Moscato e drops di cioccolato bianco, un dessert semplice e fresco, perfetto per chiudere una cena come questa.
Una menzione speciale la meritano i vini proposti che bene hanno esaltato ogni portata:
- Cremant d'Alsace domaine Saint Remy
- From Black to White di Zymè ( un uvaggio composto dai vitigni Rondinella Bianca Gold Traminer, Kerner, Incrocio Manzoni)
- Pinot Grigio domaine Saint Remy
Che dire? Che i fratelli Magnani sono sempre una garanzia di qualità e di saper fare e il
loro Kaos meravigliosamente organizzato ha su di me una presa e una attrattiva
irresistibile da molti anni ormai.
Complimenti dunque, e un grazie sentito, per la vostra instancabile ricerca della materia prima, del meglio e del bello,
per la vostra conoscenza e la vostra capacità di stupire sempre. Non è da
tutti.
dolci e dessert
torte da credenza
Torta semplice di ricotta, amaretti e mandorle
Ultimamente desidero dolci semplici, che ti gratifichino senza farti perdere mezza giornata per finire di prepararli, stramazzando per la stanchezza e senza nemmeno più la voglia di assaggiare. Mi sono stancata di tutti questi dolci da competizione, da esibire a dimostrazione delle proprie capacità. Sono arrivata da tempo alla consapevolezza che non devo dimostrare niente. So quello che valgo, quello che sono capace di fare, anche con soddisfazione, perdipiù non mi sento in competizione con nessuno. Non so, forse è un bisogno di semplicità, di eliminare ingredienti, di sottrarre anzichè aggiungere. Forse è un tornare alle origini ogni tanto, sta di fatto che per ora va così...
Questa la semplicissima similcrostata, molto facile da realizzare e tanto buona da essere stata il dolce di domenica scorsa.
Torta semplice di ricotta, amaretti e mandorle
per l'impasto:
100 g di burro
150 g di zucchero di canna
1 uovo
300 g di farina
1 bustina di lievito
un pizzico di sale
per il ripieno:
300 g di ricotta fresca
100 g di zucchero di canna
60 g di mandorle con la buccia
100 g di amaretti morbidi
1 uovo
2 cucchiai di Rum
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
1 cucchiaino di scorza di limone grattugiata
1 pizzico di sale
Fondete il burro e lasciatelo intiepidire.
Mettete la ricotta a scolare in un colino. Tritate le mandorle, non troppo grossolane ma nemmeno troppo fini.
In una terrina montate l'uovo intero con lo zucchero fino a farlo diventare gonfio e spumoso, unite il burro fuso sempre montando con le fruste elettriche, poi incorporare la farina setacciata con il lievito, quindi il pizzico di sale.
Togliete l'impasto dalla terrina e lavoratelo velocemente con le mani per compattarlo meglio, poi dividetelo in due parti di cui una un po' più grande.
Imburrate e infarinate una teglia apribile da 24 cm.
Rivestitene il fondo con la metà più grande della pasta, compattando bene il tutto con le mani e facendola risalire appena lungo i bordi.
Ora trasferite la ricotta in una ciotola, aggiungete lo zucchero di canna, l'uovo intero, gli amaretti sbriciolati, le mandorle tritate, la vaniglia, il liquore, la scorza di limone e il pizzico di sale e mescolate bene il tutto fino a renderlo omogeneo.
Con un cucchiaio distribuitelo sull'impasto che avete steso nella teglia, avendo cura di non farlo arrivare ai bordi.
Con il mattarello stendete il resto dell'impasto e appoggiatelo sopra il composto di ricotta, premete leggermente perchè aderisca bene e poi sigillatene i bordi con le mani unendoli all'impasto sottostante.
Cuocete il dolce nel ripiano a metà del forno, già caldo e statico, a 180° per circa 50 minuti.
Sarà pronto quando uno stecchino infilato nel centro, uscirà perfettamente asciutto.
Lasciate raffreddare il dolce, poi sganciate la tortiera e fatelo scivolare sul piatto di servizio. Spolveratelo con abbondante zucchero a velo.
Questa la semplicissima similcrostata, molto facile da realizzare e tanto buona da essere stata il dolce di domenica scorsa.
Torta semplice di ricotta, amaretti e mandorle
per l'impasto:
100 g di burro
150 g di zucchero di canna
1 uovo
300 g di farina
1 bustina di lievito
un pizzico di sale
per il ripieno:
300 g di ricotta fresca
100 g di zucchero di canna
60 g di mandorle con la buccia
100 g di amaretti morbidi
1 uovo
2 cucchiai di Rum
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
1 cucchiaino di scorza di limone grattugiata
1 pizzico di sale
Fondete il burro e lasciatelo intiepidire.
Mettete la ricotta a scolare in un colino. Tritate le mandorle, non troppo grossolane ma nemmeno troppo fini.
In una terrina montate l'uovo intero con lo zucchero fino a farlo diventare gonfio e spumoso, unite il burro fuso sempre montando con le fruste elettriche, poi incorporare la farina setacciata con il lievito, quindi il pizzico di sale.
Togliete l'impasto dalla terrina e lavoratelo velocemente con le mani per compattarlo meglio, poi dividetelo in due parti di cui una un po' più grande.
Imburrate e infarinate una teglia apribile da 24 cm.
Rivestitene il fondo con la metà più grande della pasta, compattando bene il tutto con le mani e facendola risalire appena lungo i bordi.
Ora trasferite la ricotta in una ciotola, aggiungete lo zucchero di canna, l'uovo intero, gli amaretti sbriciolati, le mandorle tritate, la vaniglia, il liquore, la scorza di limone e il pizzico di sale e mescolate bene il tutto fino a renderlo omogeneo.
Con un cucchiaio distribuitelo sull'impasto che avete steso nella teglia, avendo cura di non farlo arrivare ai bordi.
Con il mattarello stendete il resto dell'impasto e appoggiatelo sopra il composto di ricotta, premete leggermente perchè aderisca bene e poi sigillatene i bordi con le mani unendoli all'impasto sottostante.
Cuocete il dolce nel ripiano a metà del forno, già caldo e statico, a 180° per circa 50 minuti.
Sarà pronto quando uno stecchino infilato nel centro, uscirà perfettamente asciutto.
Lasciate raffreddare il dolce, poi sganciate la tortiera e fatelo scivolare sul piatto di servizio. Spolveratelo con abbondante zucchero a velo.
memorie
pollame
secondi
Sono stata per un po' innamorata di Giovanni, ma avevo quasi 13 anni e lui quasi 15. Senza speranza perchè non mi si filava per niente. Sarà che i maschi a quella età di tutto si accorgono tranne che del turbamento che suscitano in una ragazzina.
Abitava in una casa sulla piazza principale, ma la stalla e l'orto guardavano nella via di casa mia, proprio dirimpetto, e ogni estate che passavo da mia nonna in Friuli, coglievo segnali inequivocabili che mi facevano capire quanto mi piacesse.
Ma io ero praticamente tagliata fuori, ero "la milanesa", considerata un po' quella che se la tirava, anche se non era affatto così. Probabilmente scambiavano la mia timidezza per altezzosità, il fatto è che mi sentivo un pesce fuor d'acqua infatti, a parte Anna Maria, parente alla lontana e compagna di scorribande, i suoi amici e mia cugina Olivia, non frequentavo altri della mia età in paese. A quel tempo non avevo la faccia tosta per rompere il ghiaccio per prima, prevaleva la paura di non essere accettata.
Così ci guardavamo a distanza.
Passavo certi pomeriggi seduta sulla panchina di pietra appena fuori casa con un libro, ogni tanto osservavo il guizzare delle sanguisughe e dei girini nell'acqua della roggia, o il volo degli uccelli. Aspettavo di vederlo comparire sull'uscio dell'orto quando andava a dar da mangiare alle bestie. O quando aiutava il padre, in tempo di fienagione, a spostare il fieno dal carro al fienile.
Quando capitava il cuore si metteva a battere all'impazzata per cui abbassavo il viso per paura che lo capisse, e allo stesso tempo lo guardavo di sottecchi sperando che non se ne accorgesse.
A volte coglievo il suo sguardo indugiare su di me, e anche il sorriso appena accennato che faceva capolino. Il che mi riempiva di mille dubbi. Chissà cosa pensava in quel momento, chissà se aveva capito..
La domenica mattina era scandita dal richiamo delle campane per la messa, e alla fine ci si ritrovava in piazza, davanti alla fontana. Era uno dei pochi momenti in cui anche lui rimaneva per qualche minuto con me, mia cugina ed altri ragazzi a chiacchierare.
Aveva una erre arrotata alla francese, che mi piaceva tantissimo. Non ricordo più i discorsi, sono passati quasi sessant'anni. Ricordo però i suoi occhi azzurrissimi e l'emozione se per sbaglio mi sfiorava...
Uno di quei pomeriggi lenti di agosto in cui ero seduta sulla panca di pietra con il solito libro, la mia attesa fu premiata. A un certo punto lui attraversò l'orto per andare a rigovernare galline e conigli quando improvvisamente quattro o cinque anatre infilarono il cancello dell'orto lasciato sbadatamente socchiuso.
Fermale! Prendile! Aiutami! Mi gridò mentre rincorreva le povere anatre sulla strada.
Io mollai il libro e corsi in aiuto, cercando di spingerle nella direzione giusta. Le povere anitre impaurite e starnazzanti zampettavano di qua e di là completamente disorientate. Giovanni imprecava e urlava contro le povere malcapitate minacciando di tirare loro il collo, una scena comica degna di Hucklebrry Finn e Tom Sawyer .
Alla fine riuscimmo, a fatica, a farle tornare al loro posto.
Accaldati, ci rinfrescammo nell'acqua della roggia e alla fine ci mettemmo a ridere di gusto come solo i ragazzini di quella età sanno fare. Fu un momento magico che non si ripetè mai più.
La vita poi scorre come un fiume, a volte tranquillo, a volte tumultuoso.
Io smisi di passare l'estate in Friuli, nel frattempo arrivò l'età per lavorare, a 16 anni conobbi quello che sarebbe poi diventato mio marito, e con Giovanni ci perdemmo di vista. Avevo comunque, sporadicamente, sue notize grazie a mia nonna o mia cugina.
Venni a sapere che aveva avuto una grossa delusione d'amore e che per questo si era buttato dal fienile, fratturandosi il bacino e gli arti inferiori. Dopo mesi di ospedale era sprofondato in una brutta depressione e ne era uscito a fatica.
Molti, molti anni dopo, quando ero già nonna, mentre ero per qualche giorno in Friuli, ci siamo reincontrati nella piazza principale, in occasione del piccolo mercato del mercoledì.
I suoi occhi erano ancora azzurrissimi, illuminati dal sorriso mentre mi stringeva la mano, un po' curvo e claudicante per via di quel suo gesto assurdo, ma sempre con quella sua aria un po' scanzonata e ironica e la sua erre arrotata alla francese.
Mi disse che lui era solo e da poco in pensione, che passava il tempo accudendo sua madre, di oltre 100 anni, Me la ricordavo come un vero cerbero, scostante e autoritaria, indurita e sfiancata dal lavoro in campagna, come tutte le donne friulane di quella generazione. Mi son sentita un nodo in gola, allora gli ho ricordato l'episodio delle anatre. Se lo ricordava anche lui e ci siamo messi a ridere come facemmo quella volta, da ragazzini. E' stato in quel momento che, ridendo, gli ho confessato che a 13 anni ero stata segretamente innamorata di lui. Lui mi ha guardato in silenzio, ha annuito appena e un sorriso triste gli è comparso in viso velandogli lo sguardo. Si è avvicinato e mi ha baciato delicatamente sulla guancia, e in quel gesto di tenerezza ho avvertito una muta malinconia.
Sono tornata in Friuli diverse volte da quel giorno, il suo orto ormai diventato un semplice terreno verde, è ancora affacciato sulla strada di casa mia ma non ci sono più galline e conigli e tantomeno anatre, non ci sono nemmeno più la panchina di pietra e la roggia dove guizzavano girini e sanguisughe, il mondo va avanti, progredisce, la roggia ha lasciato il posto ai parcheggi per le auto, ma io non posso fare a meno di ricordare quei giorni lontani ogni volta che guardo verso la sua casa.
Ricordo che salutandolo quella volta, gli avevo promesso che per ricordare i vecchi tempi gli avrei cucinato l'anatra quando sarei tornata al paese, ma non sono ancora riuscita a mantenere la promessa...

Petto d'anatra speziato e chutney di kumquat affumicati
per 2 persone
per l'anatra:
1 petto d'anatra di circa 250/300 g
1 spicchio d'aglio
5 g di cannella
5 g di pepe nero macinato al momento
1 g di noce moscata
2 g di cardamomo
2 g di coriandolo
2 g di peperoncino
30 ml di succo d'ananas
10 ml di olio e.v. d'oliva
poca scorza d'arancia
per il fondo:
1 piccola carota
1 cipolla
1 costa di sedano
5 g di concentrato di pomodoro
100 ml di Madeira (o Marsala)
poco olio
una noce di burro
sale
per il chutney:
200 g di kumquat
80 g di zucchero semolato
2 g di peperoncino
sale
per l'affumicatura:
100 g di riso
150 g di trucioli di legno d'arancio da affumicatura
1 rametto di rosmarino
2 foglie di alloro
1 cucchiaio di pepe rosa
Affumicate i kumquat.
Foderate molto bene il fondo di una pentola alta con due o tre strati di alluminio, facendolo risalire per un poco lungo i bordi. Sul fondo mettete il riso, i trucioli di legno, il rosmarino, l'alloro e il pepe rosa. Posate sopra a tutto una piccola griglia, qualcosa che tenga poi sollevato il contenitore che conterrà i kumquat. Tagliate a metà i mandarini cinesi ed eliminate i semi interni. Disponeteli dentro a uno di quei cestini di bambù per la cottura a vapore. Mettete la pentola ben coperta sul fuoco, e quando l'interno inizia a fare fumo inserite il cestello con i kumquat, posizionandolo sulla griglia. Coprite di nuovo la pentola e lasciate così per un paio di minuti, poi spegnete il fuoco e lasciate raffreddare così com'è.
Una volta freddi, togliete i kumquat dalla pentola metteteli in un pentolino con lo zucchero, il peperoncino e un pizzico di sale. Portate sul fuoco e fate cuocere fino ad avere un composto sciropposo. Tenete in frigorifero fino al momento di usarlo.
Preparate il petto d'anatra. Se avete modo di usare il sottovuoto inserite il petto e tutti gli ingredienti della marinatura in un sacchetto da sottovuoto e sigillate, altrimenti mettete tutto in una piccola pirofila che contenga il petto di misura, unite tutti gli altri ingredienti, girate e rigirate il petto in modo che si impregni bene poi coprite con la pellicola e tenete in frigo per almeno 12 ore.
Trascorso il tempo liberate il petto, dategli una pulita sommaria con un poco di carta da cucina. In un pentolino fate spumeggiare il burro, unite il petto dalla parte della pelle e lasciate che diventi dorato e croccante a fuoco medio. Ci vorranno circa 5 o 6 minuti, poi ripetete l'operazione girandolo dall'altra parte per 3 o 4 minuti.
Infine mettete in forno caldo a 120° per altri 10 minuti, con la pelle rivolta verso l'alto. Toglietelo dal forno, avvolgetelo nell'alluminio in modo che i succhi ritornino all'interno e mettetelo nel forno con lo sportello aperto.
Nel frattempo preparate il fondo. Eliminate il grosso del condimento dal pentolino di cottura del petto, poi deglassate il fondo con il Madeira (o il Marsala) aggiungete la carota, e la costa di sedano lavate e tagliate in 3 o 4 pezzi, la cipolla tritata grossolanamente, un filo d'olio, il concentrato di pomodoro e un bicchiere abbondante d'acqua. Lasciate cuocere pian piano, aggiungendo dell'altra acqua o un goccio ancora di Madeira. Filtrate tutto e rimettete sul fuoco in un piccolo pentolino, riportate a ebollizione poi togliete dal fuoco e unite una noce di burro, fate roteare il pentolino in modo che il burro freddo, sciogliendosi, addensi la salsa. Tenete in caldo.
Intiepidite leggermente il chutney di kumquat affumicati. Ricavate con la mandolina un pezzetto di scorza d'arancia, tagliatela a striscioline sottili e sbollentatela.
Riprendete il petto d'anatra, scaloppatelo e servitelo nappato con la salsa al Madeira e con i kumquat. Completate con qualche strisciolina di scorza d'arancia.
Ho cotto al rosa, non ho lasciato il petto più crudo per una questione di gusti ma era tenerissimo e succoso comunque.
Non so se Giovanni lo gradirebbe cucinato così, però a noi è piaciuta molto e l'accostamento con il kumquat affumicato ha esaltato moltissimo i sapori. Un bel matrimonio davvero.
Petto d'anatra speziato con chutney di kumquat affumicati
Sono stata per un po' innamorata di Giovanni, ma avevo quasi 13 anni e lui quasi 15. Senza speranza perchè non mi si filava per niente. Sarà che i maschi a quella età di tutto si accorgono tranne che del turbamento che suscitano in una ragazzina.
Abitava in una casa sulla piazza principale, ma la stalla e l'orto guardavano nella via di casa mia, proprio dirimpetto, e ogni estate che passavo da mia nonna in Friuli, coglievo segnali inequivocabili che mi facevano capire quanto mi piacesse.
Ma io ero praticamente tagliata fuori, ero "la milanesa", considerata un po' quella che se la tirava, anche se non era affatto così. Probabilmente scambiavano la mia timidezza per altezzosità, il fatto è che mi sentivo un pesce fuor d'acqua infatti, a parte Anna Maria, parente alla lontana e compagna di scorribande, i suoi amici e mia cugina Olivia, non frequentavo altri della mia età in paese. A quel tempo non avevo la faccia tosta per rompere il ghiaccio per prima, prevaleva la paura di non essere accettata.
Così ci guardavamo a distanza.
Passavo certi pomeriggi seduta sulla panchina di pietra appena fuori casa con un libro, ogni tanto osservavo il guizzare delle sanguisughe e dei girini nell'acqua della roggia, o il volo degli uccelli. Aspettavo di vederlo comparire sull'uscio dell'orto quando andava a dar da mangiare alle bestie. O quando aiutava il padre, in tempo di fienagione, a spostare il fieno dal carro al fienile.
Quando capitava il cuore si metteva a battere all'impazzata per cui abbassavo il viso per paura che lo capisse, e allo stesso tempo lo guardavo di sottecchi sperando che non se ne accorgesse.
A volte coglievo il suo sguardo indugiare su di me, e anche il sorriso appena accennato che faceva capolino. Il che mi riempiva di mille dubbi. Chissà cosa pensava in quel momento, chissà se aveva capito..
La domenica mattina era scandita dal richiamo delle campane per la messa, e alla fine ci si ritrovava in piazza, davanti alla fontana. Era uno dei pochi momenti in cui anche lui rimaneva per qualche minuto con me, mia cugina ed altri ragazzi a chiacchierare.
Aveva una erre arrotata alla francese, che mi piaceva tantissimo. Non ricordo più i discorsi, sono passati quasi sessant'anni. Ricordo però i suoi occhi azzurrissimi e l'emozione se per sbaglio mi sfiorava...
Uno di quei pomeriggi lenti di agosto in cui ero seduta sulla panca di pietra con il solito libro, la mia attesa fu premiata. A un certo punto lui attraversò l'orto per andare a rigovernare galline e conigli quando improvvisamente quattro o cinque anatre infilarono il cancello dell'orto lasciato sbadatamente socchiuso.
Fermale! Prendile! Aiutami! Mi gridò mentre rincorreva le povere anatre sulla strada.
Io mollai il libro e corsi in aiuto, cercando di spingerle nella direzione giusta. Le povere anitre impaurite e starnazzanti zampettavano di qua e di là completamente disorientate. Giovanni imprecava e urlava contro le povere malcapitate minacciando di tirare loro il collo, una scena comica degna di Hucklebrry Finn e Tom Sawyer .
Alla fine riuscimmo, a fatica, a farle tornare al loro posto.
Accaldati, ci rinfrescammo nell'acqua della roggia e alla fine ci mettemmo a ridere di gusto come solo i ragazzini di quella età sanno fare. Fu un momento magico che non si ripetè mai più.
La vita poi scorre come un fiume, a volte tranquillo, a volte tumultuoso.
Io smisi di passare l'estate in Friuli, nel frattempo arrivò l'età per lavorare, a 16 anni conobbi quello che sarebbe poi diventato mio marito, e con Giovanni ci perdemmo di vista. Avevo comunque, sporadicamente, sue notize grazie a mia nonna o mia cugina.
Venni a sapere che aveva avuto una grossa delusione d'amore e che per questo si era buttato dal fienile, fratturandosi il bacino e gli arti inferiori. Dopo mesi di ospedale era sprofondato in una brutta depressione e ne era uscito a fatica.
Molti, molti anni dopo, quando ero già nonna, mentre ero per qualche giorno in Friuli, ci siamo reincontrati nella piazza principale, in occasione del piccolo mercato del mercoledì.
I suoi occhi erano ancora azzurrissimi, illuminati dal sorriso mentre mi stringeva la mano, un po' curvo e claudicante per via di quel suo gesto assurdo, ma sempre con quella sua aria un po' scanzonata e ironica e la sua erre arrotata alla francese.
Mi disse che lui era solo e da poco in pensione, che passava il tempo accudendo sua madre, di oltre 100 anni, Me la ricordavo come un vero cerbero, scostante e autoritaria, indurita e sfiancata dal lavoro in campagna, come tutte le donne friulane di quella generazione. Mi son sentita un nodo in gola, allora gli ho ricordato l'episodio delle anatre. Se lo ricordava anche lui e ci siamo messi a ridere come facemmo quella volta, da ragazzini. E' stato in quel momento che, ridendo, gli ho confessato che a 13 anni ero stata segretamente innamorata di lui. Lui mi ha guardato in silenzio, ha annuito appena e un sorriso triste gli è comparso in viso velandogli lo sguardo. Si è avvicinato e mi ha baciato delicatamente sulla guancia, e in quel gesto di tenerezza ho avvertito una muta malinconia.
Sono tornata in Friuli diverse volte da quel giorno, il suo orto ormai diventato un semplice terreno verde, è ancora affacciato sulla strada di casa mia ma non ci sono più galline e conigli e tantomeno anatre, non ci sono nemmeno più la panchina di pietra e la roggia dove guizzavano girini e sanguisughe, il mondo va avanti, progredisce, la roggia ha lasciato il posto ai parcheggi per le auto, ma io non posso fare a meno di ricordare quei giorni lontani ogni volta che guardo verso la sua casa.
Ricordo che salutandolo quella volta, gli avevo promesso che per ricordare i vecchi tempi gli avrei cucinato l'anatra quando sarei tornata al paese, ma non sono ancora riuscita a mantenere la promessa...

Petto d'anatra speziato e chutney di kumquat affumicati
per 2 persone
per l'anatra:
1 petto d'anatra di circa 250/300 g
1 spicchio d'aglio
5 g di cannella
5 g di pepe nero macinato al momento
1 g di noce moscata
2 g di cardamomo
2 g di coriandolo
2 g di peperoncino
30 ml di succo d'ananas
10 ml di olio e.v. d'oliva
poca scorza d'arancia
per il fondo:
1 piccola carota
1 cipolla
1 costa di sedano
5 g di concentrato di pomodoro
100 ml di Madeira (o Marsala)
poco olio
una noce di burro
sale
per il chutney:
200 g di kumquat
80 g di zucchero semolato
2 g di peperoncino
sale
per l'affumicatura:
100 g di riso
150 g di trucioli di legno d'arancio da affumicatura
1 rametto di rosmarino
2 foglie di alloro
1 cucchiaio di pepe rosa
Affumicate i kumquat.
Foderate molto bene il fondo di una pentola alta con due o tre strati di alluminio, facendolo risalire per un poco lungo i bordi. Sul fondo mettete il riso, i trucioli di legno, il rosmarino, l'alloro e il pepe rosa. Posate sopra a tutto una piccola griglia, qualcosa che tenga poi sollevato il contenitore che conterrà i kumquat. Tagliate a metà i mandarini cinesi ed eliminate i semi interni. Disponeteli dentro a uno di quei cestini di bambù per la cottura a vapore. Mettete la pentola ben coperta sul fuoco, e quando l'interno inizia a fare fumo inserite il cestello con i kumquat, posizionandolo sulla griglia. Coprite di nuovo la pentola e lasciate così per un paio di minuti, poi spegnete il fuoco e lasciate raffreddare così com'è.
Una volta freddi, togliete i kumquat dalla pentola metteteli in un pentolino con lo zucchero, il peperoncino e un pizzico di sale. Portate sul fuoco e fate cuocere fino ad avere un composto sciropposo. Tenete in frigorifero fino al momento di usarlo.
Preparate il petto d'anatra. Se avete modo di usare il sottovuoto inserite il petto e tutti gli ingredienti della marinatura in un sacchetto da sottovuoto e sigillate, altrimenti mettete tutto in una piccola pirofila che contenga il petto di misura, unite tutti gli altri ingredienti, girate e rigirate il petto in modo che si impregni bene poi coprite con la pellicola e tenete in frigo per almeno 12 ore.
Trascorso il tempo liberate il petto, dategli una pulita sommaria con un poco di carta da cucina. In un pentolino fate spumeggiare il burro, unite il petto dalla parte della pelle e lasciate che diventi dorato e croccante a fuoco medio. Ci vorranno circa 5 o 6 minuti, poi ripetete l'operazione girandolo dall'altra parte per 3 o 4 minuti.
Infine mettete in forno caldo a 120° per altri 10 minuti, con la pelle rivolta verso l'alto. Toglietelo dal forno, avvolgetelo nell'alluminio in modo che i succhi ritornino all'interno e mettetelo nel forno con lo sportello aperto.
Nel frattempo preparate il fondo. Eliminate il grosso del condimento dal pentolino di cottura del petto, poi deglassate il fondo con il Madeira (o il Marsala) aggiungete la carota, e la costa di sedano lavate e tagliate in 3 o 4 pezzi, la cipolla tritata grossolanamente, un filo d'olio, il concentrato di pomodoro e un bicchiere abbondante d'acqua. Lasciate cuocere pian piano, aggiungendo dell'altra acqua o un goccio ancora di Madeira. Filtrate tutto e rimettete sul fuoco in un piccolo pentolino, riportate a ebollizione poi togliete dal fuoco e unite una noce di burro, fate roteare il pentolino in modo che il burro freddo, sciogliendosi, addensi la salsa. Tenete in caldo.
Intiepidite leggermente il chutney di kumquat affumicati. Ricavate con la mandolina un pezzetto di scorza d'arancia, tagliatela a striscioline sottili e sbollentatela.
Riprendete il petto d'anatra, scaloppatelo e servitelo nappato con la salsa al Madeira e con i kumquat. Completate con qualche strisciolina di scorza d'arancia.
Ho cotto al rosa, non ho lasciato il petto più crudo per una questione di gusti ma era tenerissimo e succoso comunque.
Non so se Giovanni lo gradirebbe cucinato così, però a noi è piaciuta molto e l'accostamento con il kumquat affumicato ha esaltato moltissimo i sapori. Un bel matrimonio davvero.
Risotto allo zafferano e molto altro...
Ieri si è conclusa la prova prevista dalla Mtc S-Cool che mi ha visto docente insieme a Greta e a Maria Pia.
L'argomento oggetto della prova era il risotto.
Per una nata al nord e che si sente per metà lombarda come me, è la normalità cucinare un risotto, ma non è sempre così scontato.
Sembra una cosa facile, ma non lo è affatto, soprattutto per chi non ne ha la tradizione, per cui non è abituato a farlo, o per chi non lo ama particolarmente. La tecnica ha delle regole che vanno seguite se si vuole ottenere un risotto morbido e cremoso.
Per ovvi motivi ho aspettato che scadesse il tempo previsto per la realizzazione di una prova tecnica e di una creativa, per cimentarmi anche io. Sì perchè c'è sempre qualcosa da imparare, da provare, e in questo caso ho sperimentato sui brodi moderni, cosa che non avevo ancora mai fatto.
Il risultato mi è piaciuto molto anche se il risotto, nel tempo di scattare le foto, si è asciugato un pochino. Il riso purtroppo è così. Hai un bel preparare tutto l'occorrente prima per essere prontissima, anche se sei svelta come un fulmine, non aspetta.
Comunque eccolo
Risotto allo zafferano, salamella mantovana e scarole caramellate, riduzione di brodo
per 2 o 3 persone
250/300 g di riso Carnaroli
1 piccola cipolla
70 g di burro + una noce
50 g circa di parmigiano
sale
2 salamelle mantovane
una decina di foglie di scarola
2 cucchiai scarsi di sciroppo di mostarda
1 cucchiaio di tartufo tritato
per il brodo di pollo:
mezzo pollo
1 cipolla
1 porro
1 spicchio d'aglio
1 carota
1 costa di sedano
3 o 4 champignon
2 foglie di salvia
pepe in grani
sale
per il brodo del risotto:
1 l. circa del brodo di pollo preparato
1 gambo di citronella (lemongrass)
sale
per la riduzione di brodo:
1 tazza del brodo per il risotto
1 noce abbondante di burro
Per prima cosa preparate il brodo di base. Togliete il grosso della pelle al pollo, mettetelo nella pentola con tutte le verdure, riempitela di acqua fredda e portate a ebollizione. Schiumate man mano, poi abbassate il fuoco e portate a cottura.
Scegliete le foglie più grandi e sane della scarola, lavatele.
Quando il brodo è pronto filtratelo e ricavatene un litro abbondante, sufficiente per il risotto e la riduzione.
Mettetelo in una casseruola, aggiungete il gambo di citronella tagliato a metà e riportatelo a ebollizione. Nel frattempo eliminate la pelle dalle salamelle mantovane e aggiungetele al brodo, lasciatele cuocere dai 15 ai 20 minuti, poi prelevatele e tenetele da parte, coperte.
Continuate a tenere in ebollizione il brodo e aggiungete le foglie di scarola, poche alla volta, lasciatele nel brodo un minuto o poco più poi prelevatele con una pinza e stendetele ben aperte su un foglio di carta da cucina in modo da tamponarle e asciugarle un poco. Eliminate a questo punto la citronella e filtrate nuovamente il brodo per eliminare eventuali residui.
Tagliate a rondelle non troppo spesse ma nemmeno troppo sottili, le salamelle cotte.
In una piccola padella antiaderente, sciogliete una noce di burro, lasciatelo spumeggiare poi unite i due cucchiai di sciroppo di mostarda (avevo giusto quella di mele campanine, mantovana).
Adagiate nel burro e sciroppo le foglie di indivia, una alla volta, insieme a una rondella di salamella, rigirandole per qualche secondo finchè iniziano a caramellarsi, trasferite una alla volta su un piatto e avvolgete la salamella con la scarola, facendo dei piccoli fagottini. Continuate fino ad esaurire gli ingredienti, se il fondo tendesse ad asciugare troppo unite ancora una piccola noce di burro a fondersi.
Preparate la riduzione del brodo. Mettete una tazza di brodo del risotto in un pentolino e fatelo sobbollire pian piano fin quando è ridotto alla metà, poi aggiungete una noce di burro molto freddo e, fuori dal fuoco, scuotete il pentolino roteandolo in modo che il burro si sciolga. Fondendo, la differenza di temperatura addenserà la salsa. Tenete in caldo, oppure calcolate bene i tempi in modo da aver tutto pronto quando il riso sarà al punto giusto.
Ora che tutto è pronto, preparate il risotto. Tritate finissimamente la cipolla, lasciatela soffriggere pian piano in un tegame con il burro, non fatela scurire.
Portate a ebollizione il brodo che avete filtrato dopo le cotture.
A parte, in una risottiera, mettete 10 o 20 gr del burro previsto, lasciatelo fondere bene poi unite il riso e tostatelo mescolandolo continuamente finchè inizia a cantare nel tegame e cerca di attaccarsi.
Unite il soffritto di cipolla, mescolate e sfumate con un mestolo di brodo bollente e iniziate a tirare il risotto al solito modo, aggiungendo il brodo bollente poco alla volta.
Quando il riso è quasi cotto, toglietelo dal fuoco e lasciatelo riposare un paio di minuti, poi iniziate a mantecare unendo il resto del burro e il parmigiano.
Mescolate mentre scuotete la pentola e le imprimete quel movimento avanti/indietro basilare per la mantecatura. Assaggiate ed eventualmente regolate di sale.
Non appena è pronto, mettetelo nel piatto piano, aggiungete la riduzione di brodo e i fagottini di salamella e scarola, posate una piccola dosa di tartufo grattugiato al centro.
Non ho sfumato con il vino, non volevo acidità in questo risotto, e l'ho tenuto volutamente un po' indietro perchè non amo il riso molto cotto, lo preferisco leggermente al dente.
Ho scelto le salamelle mantovane perchè sono molto meno grasse rispetto a cotechino e altre salsicce. Quindi cuocendole nel brodo non lo hanno ingrassato più di tanto.
L'argomento oggetto della prova era il risotto.
Per una nata al nord e che si sente per metà lombarda come me, è la normalità cucinare un risotto, ma non è sempre così scontato.
Sembra una cosa facile, ma non lo è affatto, soprattutto per chi non ne ha la tradizione, per cui non è abituato a farlo, o per chi non lo ama particolarmente. La tecnica ha delle regole che vanno seguite se si vuole ottenere un risotto morbido e cremoso.
Per ovvi motivi ho aspettato che scadesse il tempo previsto per la realizzazione di una prova tecnica e di una creativa, per cimentarmi anche io. Sì perchè c'è sempre qualcosa da imparare, da provare, e in questo caso ho sperimentato sui brodi moderni, cosa che non avevo ancora mai fatto.
Il risultato mi è piaciuto molto anche se il risotto, nel tempo di scattare le foto, si è asciugato un pochino. Il riso purtroppo è così. Hai un bel preparare tutto l'occorrente prima per essere prontissima, anche se sei svelta come un fulmine, non aspetta.
Comunque eccolo
Risotto allo zafferano, salamella mantovana e scarole caramellate, riduzione di brodo
per 2 o 3 persone
250/300 g di riso Carnaroli
1 piccola cipolla
70 g di burro + una noce
50 g circa di parmigiano
sale
2 salamelle mantovane
una decina di foglie di scarola
2 cucchiai scarsi di sciroppo di mostarda
1 cucchiaio di tartufo tritato
per il brodo di pollo:
mezzo pollo
1 cipolla
1 porro
1 spicchio d'aglio
1 carota
1 costa di sedano
3 o 4 champignon
2 foglie di salvia
pepe in grani
sale
per il brodo del risotto:
1 l. circa del brodo di pollo preparato
1 gambo di citronella (lemongrass)
sale
per la riduzione di brodo:
1 tazza del brodo per il risotto
1 noce abbondante di burro
Per prima cosa preparate il brodo di base. Togliete il grosso della pelle al pollo, mettetelo nella pentola con tutte le verdure, riempitela di acqua fredda e portate a ebollizione. Schiumate man mano, poi abbassate il fuoco e portate a cottura.
Scegliete le foglie più grandi e sane della scarola, lavatele.
Quando il brodo è pronto filtratelo e ricavatene un litro abbondante, sufficiente per il risotto e la riduzione.
Mettetelo in una casseruola, aggiungete il gambo di citronella tagliato a metà e riportatelo a ebollizione. Nel frattempo eliminate la pelle dalle salamelle mantovane e aggiungetele al brodo, lasciatele cuocere dai 15 ai 20 minuti, poi prelevatele e tenetele da parte, coperte.
Continuate a tenere in ebollizione il brodo e aggiungete le foglie di scarola, poche alla volta, lasciatele nel brodo un minuto o poco più poi prelevatele con una pinza e stendetele ben aperte su un foglio di carta da cucina in modo da tamponarle e asciugarle un poco. Eliminate a questo punto la citronella e filtrate nuovamente il brodo per eliminare eventuali residui.
Tagliate a rondelle non troppo spesse ma nemmeno troppo sottili, le salamelle cotte.
In una piccola padella antiaderente, sciogliete una noce di burro, lasciatelo spumeggiare poi unite i due cucchiai di sciroppo di mostarda (avevo giusto quella di mele campanine, mantovana).
Adagiate nel burro e sciroppo le foglie di indivia, una alla volta, insieme a una rondella di salamella, rigirandole per qualche secondo finchè iniziano a caramellarsi, trasferite una alla volta su un piatto e avvolgete la salamella con la scarola, facendo dei piccoli fagottini. Continuate fino ad esaurire gli ingredienti, se il fondo tendesse ad asciugare troppo unite ancora una piccola noce di burro a fondersi.
Preparate la riduzione del brodo. Mettete una tazza di brodo del risotto in un pentolino e fatelo sobbollire pian piano fin quando è ridotto alla metà, poi aggiungete una noce di burro molto freddo e, fuori dal fuoco, scuotete il pentolino roteandolo in modo che il burro si sciolga. Fondendo, la differenza di temperatura addenserà la salsa. Tenete in caldo, oppure calcolate bene i tempi in modo da aver tutto pronto quando il riso sarà al punto giusto.
Ora che tutto è pronto, preparate il risotto. Tritate finissimamente la cipolla, lasciatela soffriggere pian piano in un tegame con il burro, non fatela scurire.
Portate a ebollizione il brodo che avete filtrato dopo le cotture.
A parte, in una risottiera, mettete 10 o 20 gr del burro previsto, lasciatelo fondere bene poi unite il riso e tostatelo mescolandolo continuamente finchè inizia a cantare nel tegame e cerca di attaccarsi.
Unite il soffritto di cipolla, mescolate e sfumate con un mestolo di brodo bollente e iniziate a tirare il risotto al solito modo, aggiungendo il brodo bollente poco alla volta.
Quando il riso è quasi cotto, toglietelo dal fuoco e lasciatelo riposare un paio di minuti, poi iniziate a mantecare unendo il resto del burro e il parmigiano.
Mescolate mentre scuotete la pentola e le imprimete quel movimento avanti/indietro basilare per la mantecatura. Assaggiate ed eventualmente regolate di sale.
Non appena è pronto, mettetelo nel piatto piano, aggiungete la riduzione di brodo e i fagottini di salamella e scarola, posate una piccola dosa di tartufo grattugiato al centro.
Non ho sfumato con il vino, non volevo acidità in questo risotto, e l'ho tenuto volutamente un po' indietro perchè non amo il riso molto cotto, lo preferisco leggermente al dente.
Ho scelto le salamelle mantovane perchè sono molto meno grasse rispetto a cotechino e altre salsicce. Quindi cuocendole nel brodo non lo hanno ingrassato più di tanto.
Finocchi e carote caramellati all'arancia per il Club del 27
Finalmente, dopo qualche défaillance, riprendo l'appuntamento mensile col Club del 27 che questo mese è dedicato alle cotture in sheet pan, la teglia da forno dai bordi bassi.
Si mescolano gli ingredienti e si cuoce tutto insieme in forno. Data la tipologia di cottura le ricette sono solitamente vegetariane, oppure dessert da tagliare poi a quadrotti.
Io ho optato per una ricetta con le verdure, nonostante contemplasse carote di due colori. Ma la presenza di arance e finocchi, un connubio che amo particolarmente, mi ha convinto a provare.
Finocchi e carote colorate, caramellati all'arancia
per 4 persone
2 grossi finocchi
4 carote
2 carote viola
4 arance succose
1 limone, il succo
2 cucchiaini di zucchero
5 cucchiai di olio e.v. d'oliva
sale, pepe nero macinato al momento.
per il condimento:
1 limone, scorza e succo
1 grossa manciata di erbe miste tritate (prezzemolo, coriandolo, aneto, erba cipollina)
5 cucchiai di olio d'oliva
1 cucchiaino di zucchero semolato
Scaldate il forno a 190° ventilato.
Mondate i finocchi eliminando le foglie esterne, lavateli e asciugateli quindi tagliateli a metà e ogni metà a spicchi sottili.
Mondate anche le carote, lavatele e asciugatele poi tagliatele a fette sottili dal lato lungo.
Mettete un paio di cucchiai d'olio sul fondo della teglia e ungetela bene.
Disponete i finocchi tagliati in un solo strato, aggiungete le carote distribuendole in modo omogeneo.
In una tazza mescolate il resto dell'olio, il succo del limone e lo zucchero e distribuite la vinaigrette ottenuta sulla verdura.
Infornate e cuocete per circa 25 o 30 minuti, finchè le verdure saranno morbide e leggermente colorate ai bordi.
Nel frattempo tritate le erbe aromatiche, mescolatele all'olio, alla scorza, al succo di limone, e al cucchiaino di zucchero.
Pelate a vivo le arance, cercando di conservare il poco succo che colerà, e affettatele non troppo sottili.
Togliete la teglia dal forno, cospargete generosamente con il condimento alle erbe e completate con le fette di arancia e l'eventuale succo recuperato dalla sbucciatura.
Un piatto sano e molto colorato, a rallegrare questa giornata invernale.
Si mescolano gli ingredienti e si cuoce tutto insieme in forno. Data la tipologia di cottura le ricette sono solitamente vegetariane, oppure dessert da tagliare poi a quadrotti.
Io ho optato per una ricetta con le verdure, nonostante contemplasse carote di due colori. Ma la presenza di arance e finocchi, un connubio che amo particolarmente, mi ha convinto a provare.
Finocchi e carote colorate, caramellati all'arancia
per 4 persone
2 grossi finocchi
4 carote
2 carote viola
4 arance succose
1 limone, il succo
2 cucchiaini di zucchero
5 cucchiai di olio e.v. d'oliva
sale, pepe nero macinato al momento.
per il condimento:
1 limone, scorza e succo
1 grossa manciata di erbe miste tritate (prezzemolo, coriandolo, aneto, erba cipollina)
5 cucchiai di olio d'oliva
1 cucchiaino di zucchero semolato
Scaldate il forno a 190° ventilato.
Mondate i finocchi eliminando le foglie esterne, lavateli e asciugateli quindi tagliateli a metà e ogni metà a spicchi sottili.
Mondate anche le carote, lavatele e asciugatele poi tagliatele a fette sottili dal lato lungo.
Mettete un paio di cucchiai d'olio sul fondo della teglia e ungetela bene.
Disponete i finocchi tagliati in un solo strato, aggiungete le carote distribuendole in modo omogeneo.
In una tazza mescolate il resto dell'olio, il succo del limone e lo zucchero e distribuite la vinaigrette ottenuta sulla verdura.
Infornate e cuocete per circa 25 o 30 minuti, finchè le verdure saranno morbide e leggermente colorate ai bordi.
Nel frattempo tritate le erbe aromatiche, mescolatele all'olio, alla scorza, al succo di limone, e al cucchiaino di zucchero.
Pelate a vivo le arance, cercando di conservare il poco succo che colerà, e affettatele non troppo sottili.
Togliete la teglia dal forno, cospargete generosamente con il condimento alle erbe e completate con le fette di arancia e l'eventuale succo recuperato dalla sbucciatura.
Un piatto sano e molto colorato, a rallegrare questa giornata invernale.
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