carne
maiale
secondi
metti una sera a cena..
una di quelle sere in cui ti arriva un ospite inaspettato, e tu naturalmente non hai fatto la spesa.
Che fai? Apri il frigorifero, fai l'inventario di quello che passa il convento, ci pensi un attimo e poi improvvisi incrociando le dita...
Allora, cosa passa questo benedetto convento per farmi imbastire una cena e per confermare il fatto che so cucinare?
Un filetto di maiale che giace da un paio di giorni in attesa della pentola, affettati vari, qualche formaggio già iniziato, nel cassetto della verdura le ultime due arance, delle patate, una busta di insalata e stop.....
Guardo in dispensa, perché la prima scelta era di farlo con le prugne secche, di cui cerco di avere sempre in casa un pacchetto per quando viene la mia mamma. Le piacciono cotte con le mele.
Niente prugne, accidenti.....però, però.....in compenso mi capitano in mano delle albicocche secche che avevo comprato per metterle in Cognac e naturalmente non ho ancora avuto il tempo di farlo...
La lampadina si accende e allora vado veloce, l'ospite è in salotto col consorte che lo intrattiene mentre si scolano un Campari con due olive nell'attesa...
Filetto di maiale con albicocche e arancia
1 filetto di maiale intero
5 o 6 albicocche disidratate
5 o 6 fette di pancetta liscia
1 bicchiere di vino bianco
1 spicchio d'aglio
il succo di una arancia
mezza arancia tagliata a spicchietti
rosmarino
poco finocchietto selvatico
sale, pepe
olio e.v.
per accompagnare:
patate
abbondante rosmarino
1 spicchio d'aglio
poca scorza d'arancia
Parare bene il filetto eliminando eventuale grasso in eccesso.
Con un coltello affilato fare un taglio longitudinale, ma senza arrivare fino in fondo. Creare solamente una apertura.
Salare e pepare l'interno, spargere degli aghi di rosmarino. Avvolgere ogni albicocca in una fettina di pancetta e posizionarla a farcire la carne in modo da ottenere una fila lunga tanto quanto il taglio effettuato.
Ora, legare strettamente il filetto per ricomporlo.
In una casseruola, magari antiaderente, scaldare un goccio d'olio quindi rosolare a fuoco vivo il filetto in modo che si rosoli bene da tutte le parti, regolare di sale e pepe, aggiungere lo spicchio d'aglio e il rosmarino e il finocchietto, che col maiale ci sta benissimo, anche col pollo devo dire....
Una volta ben dorato il filetto sfumare con il vino, e quando è ben evaporato, aggiungere il succo della arancia e un paio di spicchi della mezza arancia, con tutta la scorza.
Coprire la casseruola e lasciar cuocere per circa 20 minuti mezz'ora al massimo, il filetto non deve essere troppo cotto altrimenti resta stoppaccioso.
Nel frattempo pelare le patate, tagliarle a tocchetti e rosolarle a fuoco vivo con un goccio d'olio, questo passaggio lo faccio quando non ho molto tempo. Così, rosolandole prima per qualche minuto, in forno ci mettono meno tempo a cuocere.
Cospargerle con un trito abbondante di rosmarino e aglio e pochissima scorza d'arancia. Regolare di sale, mescolare bene e mettere in forno a 200° finchè sono ben dorate.
Bene, di là stanno ancora chiacchierando quando io sono quasi pronta a mettere in tavola, e allora....apparecchiamo???
Che fai? Apri il frigorifero, fai l'inventario di quello che passa il convento, ci pensi un attimo e poi improvvisi incrociando le dita...
Allora, cosa passa questo benedetto convento per farmi imbastire una cena e per confermare il fatto che so cucinare?
Un filetto di maiale che giace da un paio di giorni in attesa della pentola, affettati vari, qualche formaggio già iniziato, nel cassetto della verdura le ultime due arance, delle patate, una busta di insalata e stop.....
Guardo in dispensa, perché la prima scelta era di farlo con le prugne secche, di cui cerco di avere sempre in casa un pacchetto per quando viene la mia mamma. Le piacciono cotte con le mele.
Niente prugne, accidenti.....però, però.....in compenso mi capitano in mano delle albicocche secche che avevo comprato per metterle in Cognac e naturalmente non ho ancora avuto il tempo di farlo...
La lampadina si accende e allora vado veloce, l'ospite è in salotto col consorte che lo intrattiene mentre si scolano un Campari con due olive nell'attesa...
Filetto di maiale con albicocche e arancia
1 filetto di maiale intero
5 o 6 albicocche disidratate
5 o 6 fette di pancetta liscia
1 bicchiere di vino bianco
1 spicchio d'aglio
il succo di una arancia
mezza arancia tagliata a spicchietti
rosmarino
poco finocchietto selvatico
sale, pepe
olio e.v.
per accompagnare:
patate
abbondante rosmarino
1 spicchio d'aglio
poca scorza d'arancia
Parare bene il filetto eliminando eventuale grasso in eccesso.
Con un coltello affilato fare un taglio longitudinale, ma senza arrivare fino in fondo. Creare solamente una apertura.
Salare e pepare l'interno, spargere degli aghi di rosmarino. Avvolgere ogni albicocca in una fettina di pancetta e posizionarla a farcire la carne in modo da ottenere una fila lunga tanto quanto il taglio effettuato.
Ora, legare strettamente il filetto per ricomporlo.
In una casseruola, magari antiaderente, scaldare un goccio d'olio quindi rosolare a fuoco vivo il filetto in modo che si rosoli bene da tutte le parti, regolare di sale e pepe, aggiungere lo spicchio d'aglio e il rosmarino e il finocchietto, che col maiale ci sta benissimo, anche col pollo devo dire....
Una volta ben dorato il filetto sfumare con il vino, e quando è ben evaporato, aggiungere il succo della arancia e un paio di spicchi della mezza arancia, con tutta la scorza.
Coprire la casseruola e lasciar cuocere per circa 20 minuti mezz'ora al massimo, il filetto non deve essere troppo cotto altrimenti resta stoppaccioso.
Nel frattempo pelare le patate, tagliarle a tocchetti e rosolarle a fuoco vivo con un goccio d'olio, questo passaggio lo faccio quando non ho molto tempo. Così, rosolandole prima per qualche minuto, in forno ci mettono meno tempo a cuocere.
Cospargerle con un trito abbondante di rosmarino e aglio e pochissima scorza d'arancia. Regolare di sale, mescolare bene e mettere in forno a 200° finchè sono ben dorate.
Bene, di là stanno ancora chiacchierando quando io sono quasi pronta a mettere in tavola, e allora....apparecchiamo???
pasta
primi
e dopo tanto zucchero....
qualcosa di salato è cosa buona e giusta.
Una pastasciutta semplice semplice, dal sapore inaspettato, diverso e piacevolissimo.
Assaggiata non mi ricordo più dove, e subito messa nelle cose da sperimentare....non ho chiesto ricetta, è davvero molto semplice, tre ingredienti tre, oltre al condimento. Cosa c'è di meglio della semplicità?
Tagliolini all'uovo con agretti e scorza d'arancia
per due persone
tagliolini all'uovo q.b. (se sono freschi è anche meglio)
1 mazzetto di agretti
2 cucchiai scarsi di scorza d'arancia
una noce abbondante di burro
un goccio d'olio
sale e pepe
Pulire gli agretti, lavari e asciugarli bene. Fondere una noce di burro insieme a un goccio d'olio e aggiungere gli agretti, si cuoceranno in pochi minuti. Consiglio di non cuocerli troppo, meglio se sono al dente, conservano le loro proprietà e sono più saporiti.
Nel frattempo cuocere la pasta e tritare grossolanamente a coltello un pezzo di scorza d'arancia, ben pulita dall'albedo bianco, altrimenti resterebbe amara. Alla fine sarà una quantità circa di due cucchiai rasi...
Scolare la pasta al dente, versarla nella padella degli agretti pronti, spadellare bene, regolare di sale e pepe, spegnere il fuoco e cospargere con la scorza d'arancia. Una veloce mescolata et voilà, pronta.
Veloce no? Ci è voluto più tempo a pulire gli agretti......
Una pastasciutta semplice semplice, dal sapore inaspettato, diverso e piacevolissimo.
Assaggiata non mi ricordo più dove, e subito messa nelle cose da sperimentare....non ho chiesto ricetta, è davvero molto semplice, tre ingredienti tre, oltre al condimento. Cosa c'è di meglio della semplicità?
Tagliolini all'uovo con agretti e scorza d'arancia
per due persone
tagliolini all'uovo q.b. (se sono freschi è anche meglio)
1 mazzetto di agretti
2 cucchiai scarsi di scorza d'arancia
una noce abbondante di burro
un goccio d'olio
sale e pepe
Pulire gli agretti, lavari e asciugarli bene. Fondere una noce di burro insieme a un goccio d'olio e aggiungere gli agretti, si cuoceranno in pochi minuti. Consiglio di non cuocerli troppo, meglio se sono al dente, conservano le loro proprietà e sono più saporiti.
Nel frattempo cuocere la pasta e tritare grossolanamente a coltello un pezzo di scorza d'arancia, ben pulita dall'albedo bianco, altrimenti resterebbe amara. Alla fine sarà una quantità circa di due cucchiai rasi...
Scolare la pasta al dente, versarla nella padella degli agretti pronti, spadellare bene, regolare di sale e pepe, spegnere il fuoco e cospargere con la scorza d'arancia. Una veloce mescolata et voilà, pronta.
Veloce no? Ci è voluto più tempo a pulire gli agretti......
dolci e dessert
torte
non potrò mai essere una pasticcera
al massimo una pasticciona, questo sì, è un ruolo in cui mi ritrovo di più.
Nutro una benevola invidia verso chi riesce, alla fine, a tirar fuori un risultato perfetto, senza sbavature, senza difetti. Ragazze come Rita Mezzini o Assunta Pecorelli, o Paola Bazzoni o Elisabetta Cuomo solo per citarne qualcuna che conosco, sono inarrivabili per me, per la loro perfezione, per la pulizia che vedo sempre nei loro dessert ....per non parlare poi di quella maga dalle mani appassionate che è Pinella Orgiana Lei è sicuramente una aliena, chissà da quale pianeta della Galassia arriva...
Non credo che loro tribolino così tanto con glasse, tagli di torta, farciture, quanto peno io ogni volta, ottenendo un risultato che non mi soddisfa mai, quasi sempre inversamente proporzionale al mio impegno.....sgrunt!
Insomma, mercoledì festeggiavamo un compleanno in famiglia, e a me è venuta la voglia di preparare una torta che da molto molto tempo non facevo. Ma che cosa mi è venuto in mente???
Inizialmente ero partita bene, il composto non si era smontato, e meno male! Ci avevo messo tutta la mia pazienza e la mia cura per non farlo smontare....
Ok, via col forno. Cottura giusta, la torta si gonfia come deve. Sbirciando il forno mi congratulo con me stessa anche per aver scelto questo modello della Bosch.... Cotta è cotta penso e la tolgo, indecisa se lasciarla raffreddare nello stampo o sformarla dopo poco. Opto per lasciarla nello stampo. La vedo staccarsi bene dai bordi e allora la lascio lì, tranquilla, mentre mi dedico ad altro...poi passando dalla cucina vedo qualcosa che non avrei voluto vedere....arghhhhhh! Un avallamento proprio nel centro.....e comincio a innervosirmi....poi penso, poco male dai, la capovolgo. Detto fatto, la torta era pressocchè fredda. Vado.
Operazione riuscita....va che bella mi dico! Tanto poi il sotto si ricompatterà col peso. E mi dimentico della torta fino al giorno dopo...la finirò domattina mi son detta.
La mattina presto, prima di iniziare a cucinare sul serio, inizio la finitura di questo dolce.
Preparo la crema, la lascio raffreddare, trito le noci, mescolo col burro e mi accingo a tagliare la torta per farcirla, e qui cominciano i guai.
I bordi sono un poco secchi e si sbriciolano facilmente....maremma quanto è delicata questa torta! Forse forse mi ricordo perchè non l'ho più fatta....
Vabbè, mi armo del coltello più lungo e affilato che possiedo e vado con mano ferma. Sì, addio....
Ho tagliato troppo in basso. Il tondo sotto ha uno spessore troppo sottile. Ecco, brava pluta, e ora come la farcisci senza romperla? Difficilmente, dovendola poi spostare, reggerà il peso della crema e del cappello superiore..... Semplice, la metto direttamente sul piatto da portata e la preparo lì, vorrà dire che penerò ancora un po' per pulire bene il piatto senza toccare la torta. Ma non avevo fatto i conti con quella maledetta glassa al caffè.
Bene, riempio la torta con la crema alle noci e caffè e cerco di piazzarle sopra il tondo di copertura seguendo il taglio, ma non è facile, la torta mi resta leggermente sbilenca, la compatto al meglio, cercando di pareggiarla il più possibile, intanto dai bordi continuano a scendere briciole ogni volta che la tocco....
Prevedo una catastrofe.....un festeggiato e nessuna torta di compleanno...
La lascio compattarsi ancora un poco un frigorifero, così la crema, rassodandosi, la terrà ben ferma dove voglio io. Il guaio è che quando tagli una torta a metà resta sempre un piccolo avallamento proprio dove hai esercitato il taglio, poi basta che la ricopri con della panna o della ganache e riesci sempre a pareggiare i buchi e a farla diventare liscia e perfetta....ma io ho una glassa abbastanza solida da spalmare senza possibilmente rovinare tutto....
Impavida mi ci metto d'impegno. Pinella, Rita, Assunta, guardate di qua per favore! Invoco mentalmente il loro aiuto, e che la precisione sia con me! Mescolo vigorosamente lo zucchero a velo col caffè e verso in un sol colpo tutta la glassa al centro e, armata di spatola a gomito, inizio a spalmare e a far colare la glassa dai bordi. La parte superiore va , qualche piccola magagna c'è ma nessuno mi farà appunti, siamo in famiglia. Ma sullo spalmarla ai bordi, giuro che ho avuto il mio bel daffare, si rassodava velocemente prima che potessi arrivare a stenderla omogenea, e lo sfarinamento dei bordi ha fatto il resto.....
Insomma alla fine, la lotta con la glassa è stata impari, ha vinto lei. Ho cercato di fare più in fretta possibile per farla andare dove volevo, prima che si rassodasse e alla fine il risultato non è stato dei migliori, esteticamente. Prendo le noci per guarnire, e mi do della pluta da sola....non mi ero ricordata di scegliere le più sane, così i mezzi gherigli sono tutti scorticati .....ma perchè non ci ho pensato, maledetta me???
Ecco perchì non l'avevo più fatta quest torta, probabile che anche la volta precedente avevo tribolato così...!
Certo, la sua bontà non è in discussione, anzi, è un dolce che ti resta in mente per parecchio....e sono anche certa che fra le mani delle ragazze che ho citato, ne uscirebbe un capolavoro di perfezione!
Chi è che ci vuole provare? Garantisco che la torta è fantastica....
Torta glassata di noci e caffé
qualche chicco di caffè ricoperto di cioccolato
qualche gheriglio di noce
Montare lungamente le uova intere, meglio se nel Kenwood, come per il pandispagna, finchè il composto "scrive".
Tritare finissimamente i gherigli di noce
Lasciare il burro a temperatura ambiente e quando è morbido lavorarlo a crema con le fruste elettriche.
in ogni caso non saremmo rimasti senza dolce, meno male che Serena aveva pensato a una bella torta ripiena di crema chantilly e fragole, coperta di panna montata...peccato che si sia un po' acciaccata nel trasporto, ma davvero ottima!!
Auguri Juan!!
Nutro una benevola invidia verso chi riesce, alla fine, a tirar fuori un risultato perfetto, senza sbavature, senza difetti. Ragazze come Rita Mezzini o Assunta Pecorelli, o Paola Bazzoni o Elisabetta Cuomo solo per citarne qualcuna che conosco, sono inarrivabili per me, per la loro perfezione, per la pulizia che vedo sempre nei loro dessert ....per non parlare poi di quella maga dalle mani appassionate che è Pinella Orgiana Lei è sicuramente una aliena, chissà da quale pianeta della Galassia arriva...
Non credo che loro tribolino così tanto con glasse, tagli di torta, farciture, quanto peno io ogni volta, ottenendo un risultato che non mi soddisfa mai, quasi sempre inversamente proporzionale al mio impegno.....sgrunt!
Insomma, mercoledì festeggiavamo un compleanno in famiglia, e a me è venuta la voglia di preparare una torta che da molto molto tempo non facevo. Ma che cosa mi è venuto in mente???
Inizialmente ero partita bene, il composto non si era smontato, e meno male! Ci avevo messo tutta la mia pazienza e la mia cura per non farlo smontare....
Ok, via col forno. Cottura giusta, la torta si gonfia come deve. Sbirciando il forno mi congratulo con me stessa anche per aver scelto questo modello della Bosch.... Cotta è cotta penso e la tolgo, indecisa se lasciarla raffreddare nello stampo o sformarla dopo poco. Opto per lasciarla nello stampo. La vedo staccarsi bene dai bordi e allora la lascio lì, tranquilla, mentre mi dedico ad altro...poi passando dalla cucina vedo qualcosa che non avrei voluto vedere....arghhhhhh! Un avallamento proprio nel centro.....e comincio a innervosirmi....poi penso, poco male dai, la capovolgo. Detto fatto, la torta era pressocchè fredda. Vado.
Operazione riuscita....va che bella mi dico! Tanto poi il sotto si ricompatterà col peso. E mi dimentico della torta fino al giorno dopo...la finirò domattina mi son detta.
La mattina presto, prima di iniziare a cucinare sul serio, inizio la finitura di questo dolce.
Preparo la crema, la lascio raffreddare, trito le noci, mescolo col burro e mi accingo a tagliare la torta per farcirla, e qui cominciano i guai.
I bordi sono un poco secchi e si sbriciolano facilmente....maremma quanto è delicata questa torta! Forse forse mi ricordo perchè non l'ho più fatta....
Vabbè, mi armo del coltello più lungo e affilato che possiedo e vado con mano ferma. Sì, addio....
Ho tagliato troppo in basso. Il tondo sotto ha uno spessore troppo sottile. Ecco, brava pluta, e ora come la farcisci senza romperla? Difficilmente, dovendola poi spostare, reggerà il peso della crema e del cappello superiore..... Semplice, la metto direttamente sul piatto da portata e la preparo lì, vorrà dire che penerò ancora un po' per pulire bene il piatto senza toccare la torta. Ma non avevo fatto i conti con quella maledetta glassa al caffè.
Bene, riempio la torta con la crema alle noci e caffè e cerco di piazzarle sopra il tondo di copertura seguendo il taglio, ma non è facile, la torta mi resta leggermente sbilenca, la compatto al meglio, cercando di pareggiarla il più possibile, intanto dai bordi continuano a scendere briciole ogni volta che la tocco....
Prevedo una catastrofe.....un festeggiato e nessuna torta di compleanno...
La lascio compattarsi ancora un poco un frigorifero, così la crema, rassodandosi, la terrà ben ferma dove voglio io. Il guaio è che quando tagli una torta a metà resta sempre un piccolo avallamento proprio dove hai esercitato il taglio, poi basta che la ricopri con della panna o della ganache e riesci sempre a pareggiare i buchi e a farla diventare liscia e perfetta....ma io ho una glassa abbastanza solida da spalmare senza possibilmente rovinare tutto....
Impavida mi ci metto d'impegno. Pinella, Rita, Assunta, guardate di qua per favore! Invoco mentalmente il loro aiuto, e che la precisione sia con me! Mescolo vigorosamente lo zucchero a velo col caffè e verso in un sol colpo tutta la glassa al centro e, armata di spatola a gomito, inizio a spalmare e a far colare la glassa dai bordi. La parte superiore va , qualche piccola magagna c'è ma nessuno mi farà appunti, siamo in famiglia. Ma sullo spalmarla ai bordi, giuro che ho avuto il mio bel daffare, si rassodava velocemente prima che potessi arrivare a stenderla omogenea, e lo sfarinamento dei bordi ha fatto il resto.....
Insomma alla fine, la lotta con la glassa è stata impari, ha vinto lei. Ho cercato di fare più in fretta possibile per farla andare dove volevo, prima che si rassodasse e alla fine il risultato non è stato dei migliori, esteticamente. Prendo le noci per guarnire, e mi do della pluta da sola....non mi ero ricordata di scegliere le più sane, così i mezzi gherigli sono tutti scorticati .....ma perchè non ci ho pensato, maledetta me???
Ecco perchì non l'avevo più fatta quest torta, probabile che anche la volta precedente avevo tribolato così...!
Certo, la sua bontà non è in discussione, anzi, è un dolce che ti resta in mente per parecchio....e sono anche certa che fra le mani delle ragazze che ho citato, ne uscirebbe un capolavoro di perfezione!
Chi è che ci vuole provare? Garantisco che la torta è fantastica....
Torta glassata di noci e caffé
per
la torta:
250 gr gherigli di noci
100 gr farina
4 uova
250 gr zucchero
per la farcia:
120 gr burro
2 tuorlo d'uovo
120 gr zucchero
250 gr gherigli di noci
100 gr farina
4 uova
250 gr zucchero
per la farcia:
120 gr burro
2 tuorlo d'uovo
120 gr zucchero
1 tazzina scarsa di
caffè molto ristretto freddo
50 gr gherigli di noci
2 cucchiai Rhum
per la glassa:
1 tazzina scarsa di caffè ristretto
200 zucchero a velo
per guarnire:
50 gr gherigli di noci
2 cucchiai Rhum
per la glassa:
1 tazzina scarsa di caffè ristretto
200 zucchero a velo
per guarnire:
qualche chicco di caffè ricoperto di cioccolato
qualche gheriglio di noce
Montare lungamente le uova intere, meglio se nel Kenwood, come per il pandispagna, finchè il composto "scrive".
Passare
le noci al tritatutto con un po' di zuchero e ridurle in farina e con l'aiuto di una spatola e tanta pazienza,
aggiungerle un po' per volta e molto delicatamente alla crema di
uova, unire anche la farina setacciata, poca alla volta
anch'essa.
Imburrare e infarinare uno stampo a cerniera da cm. 24, versare il composto e cuocere in forno a 180/200 per circa mezzora, o finchè facendo la prova, lo stecchino esce asciutto.
Togliere dal forno e lasciarla intiepidire, quindi sformare su una gratella e lasciarla raffreddare completamente.
Nel frattempo preparare la farcia:
Imburrare e infarinare uno stampo a cerniera da cm. 24, versare il composto e cuocere in forno a 180/200 per circa mezzora, o finchè facendo la prova, lo stecchino esce asciutto.
Togliere dal forno e lasciarla intiepidire, quindi sformare su una gratella e lasciarla raffreddare completamente.
Nel frattempo preparare la farcia:
Tritare finissimamente i gherigli di noce
Lasciare il burro a temperatura ambiente e quando è morbido lavorarlo a crema con le fruste elettriche.
In un pentolino mettere i tuorli d'uovo, lo zucchero e il liquore, sbattere bene con le fruste poi metterlo in un bagnomaria caldo continuando a montare, aggiungere anche il caffè e continuare con le fruste elettriche finchè la crema sarà densa. Togliere dal fuoco sempre continuando a montare finchè questa specie di zabaione sarà freddo. A questo punto unire il burro montato in precendenza e le noci tritate, mescolando bene per rendere la crema ben omogenea.
Credo che qui, come farcitura, ci starebbe bene anche una crema mousseline profumata al caffè e con le noci....
Riprendere la torta
ormai fredda, tagliarla a metà e spalmarvi dentro la crema alle noci
e caffè. Ricomporla con la parte superiore.
Setacciare lo zucchero a velo.
Preparare la glassa mescolando il caffè allo zucchero a velo setacciato. Versare la glassa tutta insieme sulla torta e con una spatola livellare e lisciare bene, anche sui bordi.
Guarnire con i chicchi di caffè ricoperti e con qualche gheriglio di noce.
Lasciar indurire in frigorifero.
Setacciare lo zucchero a velo.
Preparare la glassa mescolando il caffè allo zucchero a velo setacciato. Versare la glassa tutta insieme sulla torta e con una spatola livellare e lisciare bene, anche sui bordi.
Guarnire con i chicchi di caffè ricoperti e con qualche gheriglio di noce.
Lasciar indurire in frigorifero.
ecco come si presenta...
in ogni caso non saremmo rimasti senza dolce, meno male che Serena aveva pensato a una bella torta ripiena di crema chantilly e fragole, coperta di panna montata...peccato che si sia un po' acciaccata nel trasporto, ma davvero ottima!!
Auguri Juan!!
comfort food
dolci al cioccolato
dolci al cucchiaio
ricette per le feste
del cioccolato bianco
Non posso dire di amare il cioccolato bianco, anche se in qualche dolce non lo disdegno. Ne ho sempre in casa comunque, sempre per via della mia abitudine di avere la dispensa ben fornita. Anche di quello che poi non serve davvero.. Non so quanti tipi di farine, sia da polenta che di frumento, quanti tipi di spezie, di quelle avevo fatto incetta alla Spezieria di Via Garigliano, appena aperta, quanti tipi di sale, quanti di aceto, di quelli potrei metter su un banchetto e venderli sulla pubblica piazza......anche di cioccolato a dire il vero, quello bianco compreso.....
se devo scegliere, naturalmente mi butto sul cioccolato fondente, ma ci sono due o tre dolci in cui il cioccolato bianco dà il meglio. Uno è quello che vi propongo stavolta.
E' una vecchissima ricetta, una delle molte che mi ha regalato molti anni fa Maurizio, lo chef patissier dell'attuale ristorante Al Mulino di Ospiate quando ancora non aveva cambiato nome e si chiamava Trattoria Primavera ed era sita nel centro di Arese. Lui non c'è più da qualche anno, per cui questa ricetta mi è molto cara, mi ricorda una persona che mi è rimasta nel cuore per la sua generosità e la sua calda umanità..
La prima volta che l'ho assaggiata sono stata conquistata dalla scioglievolezza e dalla morbida, voluttuosa cremosità che ha avvolto il palato regalandomi un momento di puro piacere...
voglio condividerlo questo piacere, un modo mio di ringraziare Maurizio, credo che sarebbe contento di sapere che la sua ricetta vola nella rete, a disposizione di tutti...
Mousse al cioccolato bianco e salsa al caffé
Fondere il cioccolato bianco col burro, mescolare bene e far raffreddare. Reidratare la colla di pesce in acqua fredda.
montare li tuorli con lo zucchero fino a renderli quasi bianchi e spumosi, a parte pestare grossolanamente nel mortaio il caffè in grani. Bollire il latte con la panna e il caffè pestato.
Quando il latte è caldo, versarlo, con tutto il caffè, sulle uova e mescolare bene, rimettere sul fuoco a cuocere per qualche minuto a fuoco bassissimo, finchè si addensa, quindi filtrare e raffreddare.
E' un dessert che si prepara in pochi minuti, ci vuole più tempo e più pazienza ad aspettare che sia pronta...
Portatela in tavola accompagnata dalla salsa al caffé rimasta...
ciao Maurizio, un bacio ovunque tu sia.
se devo scegliere, naturalmente mi butto sul cioccolato fondente, ma ci sono due o tre dolci in cui il cioccolato bianco dà il meglio. Uno è quello che vi propongo stavolta.
E' una vecchissima ricetta, una delle molte che mi ha regalato molti anni fa Maurizio, lo chef patissier dell'attuale ristorante Al Mulino di Ospiate quando ancora non aveva cambiato nome e si chiamava Trattoria Primavera ed era sita nel centro di Arese. Lui non c'è più da qualche anno, per cui questa ricetta mi è molto cara, mi ricorda una persona che mi è rimasta nel cuore per la sua generosità e la sua calda umanità..
La prima volta che l'ho assaggiata sono stata conquistata dalla scioglievolezza e dalla morbida, voluttuosa cremosità che ha avvolto il palato regalandomi un momento di puro piacere...
voglio condividerlo questo piacere, un modo mio di ringraziare Maurizio, credo che sarebbe contento di sapere che la sua ricetta vola nella rete, a disposizione di tutti...
Mousse al cioccolato bianco e salsa al caffé
400
gr cioccolato bianco (ho usato Ivoire di Valrhona)
200 gr burro
2 tuorli
60 gr Moscato spumante dolce
80 gr liquore Crema cacao, bianco
40 gr zucchero
6 gr colla di pesce
500 gr panna fresca
2 tuorli
60 gr Moscato spumante dolce
80 gr liquore Crema cacao, bianco
40 gr zucchero
6 gr colla di pesce
500 gr panna fresca
decori a piacere
per la salsa al caffé:
2 tuorli
90 gr zucchero
100 gr caffè in grani
125 cc latte
150 cc panna liquida fresca
90 gr zucchero
100 gr caffè in grani
125 cc latte
150 cc panna liquida fresca
Fondere il cioccolato bianco col burro, mescolare bene e far raffreddare. Reidratare la colla di pesce in acqua fredda.
Nel frattempo preparare uno zabaione con i
due tuorli montati con lo zucchero, il vino e il liquore, sbattendo
sempre con la frusta elettrica nel tegame a bagnomaria finchè lo
zabaione sarà gonfio.
Prendere la colla di pesce ormai ammollata, strizzarla bene e incorporarla allo zabaione ancora caldo, quindi togliere dal fuoco e continuare con pazienza a montare con le fruste elettriche finchè il tutto sarà freddo.
Montare ben ferma la panna.
A questo punto incorporare il cioccolato fuso ormai intiepidito, quasi freddo, allo zabaione altrettanto freddo. Miscelare i due composti in modo che siano ben amalgamati.
Prendere la colla di pesce ormai ammollata, strizzarla bene e incorporarla allo zabaione ancora caldo, quindi togliere dal fuoco e continuare con pazienza a montare con le fruste elettriche finchè il tutto sarà freddo.
Montare ben ferma la panna.
A questo punto incorporare il cioccolato fuso ormai intiepidito, quasi freddo, allo zabaione altrettanto freddo. Miscelare i due composti in modo che siano ben amalgamati.
Ora aggiungere la panna montata al composto mescolando
delicatamente, con pazienza, finchè è completamente amalgamata e la crema è perfettamente liscia. Mettere il tutto in una bella ciotola di vetro,
e tenere in frigorifero. Una volta fredda, versarci sopra un velo di salsa al caffé.
Io non avevo tempo di preparare decori un po' più ricercati, per cui ho spezzettato qualche meringa che avevo in casa e l'ho messa nel centro del dolce, ma potete lasciar andare la fantasia. Avessi avuto più tempo avrei fatto dei ghirigori di cioccolato fondente....
Ai miei piace molto anche la versione con la frutta che possono essere lamponi come fragoline di bosco o, come in questo caso, fragole:
la salsa al caffé:
montare li tuorli con lo zucchero fino a renderli quasi bianchi e spumosi, a parte pestare grossolanamente nel mortaio il caffè in grani. Bollire il latte con la panna e il caffè pestato.
Quando il latte è caldo, versarlo, con tutto il caffè, sulle uova e mescolare bene, rimettere sul fuoco a cuocere per qualche minuto a fuoco bassissimo, finchè si addensa, quindi filtrare e raffreddare.
Portatela in tavola accompagnata dalla salsa al caffé rimasta...
ciao Maurizio, un bacio ovunque tu sia.
primi
risotti
in questi giorni così grigi e pieni di pioggia, non riesco a smettere di pensare a un mare di cristallo, a cieli tanto bassi da poterli quasi toccare, a vegetazione lussureggiante, a canoe e vele latine che solcano silenziose le acque, a gente dagli occhi buoni, a bambini che ridono allegri anche nella più totale, sconvolgente povertà... penso a quell'isola bellissima, in mezzo all'Oceano Indiano, l'isola rossa, il Madagascar...
Penso ai nostri bambini della missione, rivedo i loro occhi liquidi che fanno domande mute, i loro sorrisi, i loro capelli intrecciati con le perline, i volti delle loro madri, infiorati con la biacca, e la nostalgia mi stringe il cuore...
chissà la mia Justine come sarà cresciuta....le foto che mi arrivano mi mostrano una donnina in infradito e vestiti colorati, così diversa da quando l'ho incontrata la prima volta!.......Ho una voglia matta di rivederla, di stare un poco con lei...
Penso a quel paradiso quieto e splendente di profumi e allora vado ad annusare quel meraviglioso regalo che è la vaniglia malgascia. La annuso e ritrovo quei profumi, ripercorro la strada per andarla a comprare, rivedo il capovillaggio di Nosy Komba che mi pesa un bel mazzo di bacche cicciose e morbide, profumatissime al punto che, al rientro, in valigia tutto sapeva di vaniglia....
non se ne è andato quel profumo, ancora oggi, dopo molto molto tempo.....sono riuscita a conservarla al meglio, per mia fortuna.
Le bacche che man mano ho usato, le ho messe in infusione nella Vodka, e ora sono la felice proprietaria di oltre mezzo litro di estratto, ed è una bella comodità...
Particolarmente buona la vaniglia del Madagascar, un profumo caldo e avvolgente, forte e penetrante ma allo stesso tempo morbido, piacevolissimo.
Il suo uso lo conosciamo tutti, soprattuto legato ai dolci, ma ci sono abbinamenti col salato che sono sorprendenti...così, dopo aver assaggiato un risotto di Gabriele Faggionato giovane chef di Amaltea che ha suscitato in me grande curiosità sull'uso delle spezie, ho dovuto immediatamente provare a farlo, tanto mi ha entusiasmato. Ve lo propongo in modo che osiate.....è davvero un abbinamento perfetto!!
Risotto in crema di asparagi e burro alla vaniglia
per due o tre persone
riso Carnaroli q.b. (io calcolo due pugni a testa più due per la pentola)
1 mazzetto di asparagi verdi o di aspargina sottile (in questo caso ce ne vorranno due piccoli mazzi)
70 gr burro per mantecare
1 cucchiaino abbondante di estratto di vaniglia
oppure la vaniglia raschiata da una bacca
1 noce di burro e poco olio
1o 2 cipollotti freschi, se son grossi ne basta uno
sale, pepe
Lasciar ammorbidire il burro in una ciotola fuori dal frigorifero e una volta pronto, aggiungere l'estratto di vaniglia o i semini della bacca raschiata ben bene. Lavorarlo a crema per qualche minuto in modo che la vaniglia sia perfettamente amalgamata quindi arrotolarlo in un poco di pellicola e rimetterlo in frigorifero a indurire.
Mondare gli asparagi, conservando anche i gambi spezzati di scarto.
Lavare bene il tutto lasciandoli un poco a bagno in modo che si liberino di eventuale sabbia.
Tagliare a pezzi gli asparagi che andranno cotti, tenendo da parte qualche punta.
Raschiare con la mandolina i gambi di scarto tenuti da parte.
Preparare un brodo vegetale con i gambi raschiati.
In una risottiera o in una casseruola sciogliere la noce di burro con un goccio d'olio, tritare i cipollotti freschi abbastanza finemente, e lasciarli stufare nel condimento, aggiungere gli asparagi tagliati a pezzi e qualche punta, conservandone altre da parte.
Lasciar insaporire il tutto quindi aggiungere un poco del brodo di cottura dei gambi, e portare quasi a cottura.
Una volta pronti, toglierne metà dalla casseruola tenendoli da parte, e frullare in maniera grossolana quello che resta nella pentola.
Rimettere sul fuoco la casseruola e versare il riso, lasciare insaporire bene nella crema e procedere a fare il risotto al solito modo, aggiungendo il brodo di gambi poco per volta fino a che la cottura sia al dente e il risotto ancora molto morbido, all'onda.
A metà cottura aggiungere le punte crude tenute da parte e anche gli asparagi cotti tolti dalla pentola in precedenza. Regolare di sale e di pepe bianco.
Alla fine, quando il riso sarà pronto e all'onda, spegnere il fuoco e lasciar riposare qualche secondo, nel frattempo tagliare a rondelle il burro alla vaniglia che si sarà perfettamente indurito.
Preparare nei piatti il riso, aggiungere un paio di rondelle sottili di burro in modo che ogni commensale possa mantecarlo direttamente nel piatto e servire velocemente.
Un piatto per nulla difficile, ma con un gusto sorprendentemente delicato. Un abbinamento incredibilmente perfetto!!
Mi raccomando, osate senza paura!!
Echi lontani
Penso ai nostri bambini della missione, rivedo i loro occhi liquidi che fanno domande mute, i loro sorrisi, i loro capelli intrecciati con le perline, i volti delle loro madri, infiorati con la biacca, e la nostalgia mi stringe il cuore...
chissà la mia Justine come sarà cresciuta....le foto che mi arrivano mi mostrano una donnina in infradito e vestiti colorati, così diversa da quando l'ho incontrata la prima volta!.......Ho una voglia matta di rivederla, di stare un poco con lei...
Penso a quel paradiso quieto e splendente di profumi e allora vado ad annusare quel meraviglioso regalo che è la vaniglia malgascia. La annuso e ritrovo quei profumi, ripercorro la strada per andarla a comprare, rivedo il capovillaggio di Nosy Komba che mi pesa un bel mazzo di bacche cicciose e morbide, profumatissime al punto che, al rientro, in valigia tutto sapeva di vaniglia....
non se ne è andato quel profumo, ancora oggi, dopo molto molto tempo.....sono riuscita a conservarla al meglio, per mia fortuna.
Le bacche che man mano ho usato, le ho messe in infusione nella Vodka, e ora sono la felice proprietaria di oltre mezzo litro di estratto, ed è una bella comodità...
Particolarmente buona la vaniglia del Madagascar, un profumo caldo e avvolgente, forte e penetrante ma allo stesso tempo morbido, piacevolissimo.
Il suo uso lo conosciamo tutti, soprattuto legato ai dolci, ma ci sono abbinamenti col salato che sono sorprendenti...così, dopo aver assaggiato un risotto di Gabriele Faggionato giovane chef di Amaltea che ha suscitato in me grande curiosità sull'uso delle spezie, ho dovuto immediatamente provare a farlo, tanto mi ha entusiasmato. Ve lo propongo in modo che osiate.....è davvero un abbinamento perfetto!!
Risotto in crema di asparagi e burro alla vaniglia
per due o tre persone
riso Carnaroli q.b. (io calcolo due pugni a testa più due per la pentola)
1 mazzetto di asparagi verdi o di aspargina sottile (in questo caso ce ne vorranno due piccoli mazzi)
70 gr burro per mantecare
1 cucchiaino abbondante di estratto di vaniglia
oppure la vaniglia raschiata da una bacca
1 noce di burro e poco olio
1o 2 cipollotti freschi, se son grossi ne basta uno
sale, pepe
Lasciar ammorbidire il burro in una ciotola fuori dal frigorifero e una volta pronto, aggiungere l'estratto di vaniglia o i semini della bacca raschiata ben bene. Lavorarlo a crema per qualche minuto in modo che la vaniglia sia perfettamente amalgamata quindi arrotolarlo in un poco di pellicola e rimetterlo in frigorifero a indurire.
Mondare gli asparagi, conservando anche i gambi spezzati di scarto.
Lavare bene il tutto lasciandoli un poco a bagno in modo che si liberino di eventuale sabbia.
Tagliare a pezzi gli asparagi che andranno cotti, tenendo da parte qualche punta.
Raschiare con la mandolina i gambi di scarto tenuti da parte.
Preparare un brodo vegetale con i gambi raschiati.
In una risottiera o in una casseruola sciogliere la noce di burro con un goccio d'olio, tritare i cipollotti freschi abbastanza finemente, e lasciarli stufare nel condimento, aggiungere gli asparagi tagliati a pezzi e qualche punta, conservandone altre da parte.
Lasciar insaporire il tutto quindi aggiungere un poco del brodo di cottura dei gambi, e portare quasi a cottura.
Una volta pronti, toglierne metà dalla casseruola tenendoli da parte, e frullare in maniera grossolana quello che resta nella pentola.
Rimettere sul fuoco la casseruola e versare il riso, lasciare insaporire bene nella crema e procedere a fare il risotto al solito modo, aggiungendo il brodo di gambi poco per volta fino a che la cottura sia al dente e il risotto ancora molto morbido, all'onda.
A metà cottura aggiungere le punte crude tenute da parte e anche gli asparagi cotti tolti dalla pentola in precedenza. Regolare di sale e di pepe bianco.
Alla fine, quando il riso sarà pronto e all'onda, spegnere il fuoco e lasciar riposare qualche secondo, nel frattempo tagliare a rondelle il burro alla vaniglia che si sarà perfettamente indurito.
Preparare nei piatti il riso, aggiungere un paio di rondelle sottili di burro in modo che ogni commensale possa mantecarlo direttamente nel piatto e servire velocemente.
Un piatto per nulla difficile, ma con un gusto sorprendentemente delicato. Un abbinamento incredibilmente perfetto!!
Mi raccomando, osate senza paura!!
antipasti
appunti di viaggio
primi
Toscana mon amour
ci vado, al mare, quasi ogni estate, da oltre 15 anni.
In quella parte di Toscana, Alta Maremma, che va da Livorno a Piombino. In terra etrusca insomma.
In tanti anni di frequentazione ho imparato a conoscerla e ad amarla di un amore profondo.
Mi piacciono le sue colline coperte di ulivi e di vigne
le mille sfumature dell'ocra, il colore della terra...
e la solitudine di un albero proprio sulla cima, a guardia degli armenti che pascolano sotto di lui
mi piacciono i suoi paesi medioevali arroccati sulla cima, con delle viste incredibili sul mare, lontano, con i palazzi di cotto e le stradine arrampicate che se chiudi gli occhi ti senti trasportare nel passato e quasi ti sembra di sentire lo scalpitio dei cavalli e le voci dei cavalieri,
mi piace la selva che incontri percorrendo le strade che dal mare portano all'interno, mi piace il profumo che c'è sempre nell'aria, di fiori e salsedine,
mi piacciono i suoi paesaggi sempre così diversi secondo le stagioni,
mi piace la tranquillità delle barche in attesa
e il cielo infuocato di certi indimenticabili tramonti
mi piace la sua gente, sempre pronta all'ironia e dalla battuta fulminante... ..
e infine, mi piace la sua cucina, forte, decisa, e un po' piccante come la sua gente.
A Sassetta, un paese di circa 500 anime, immerso nella macchia toscana che si percorre salendo da Castagneto Carducci, c'è un ristorante che si chiama Il Castagno , quando siamo in zona, capita di andarci.
Lì ci ho mangiato una zuppa di cipolle fantastica, niente a che vedere con quella francese, direi diversa, ma ugualmente buona.
L'ultima volta che l'ho ordinata, ho sfacciatamente chiesto la ricetta e con molta gentilezza me l'hanno data.
E' un piatto semplice, che ha il profumo del cibo di casa, del cibo di una volta...
Cipolle alla sassetana
per 2/3 persone
4 o 5 grosse cipolle bionde
1 spicchio d'aglio
1 noce di burro
brodo q.b.
abbondante origano fresco
parmigiano
olio e.v.
sale, pepe ero.
pane casereccio toscano a fette, bruscato.
Tostare in forno le fette di pane casereccio.
tagliare le cipolle possibilmente uguali, ma non troppo sottili.
In una larga padella scaldare l'olio insieme al burro, aggiungere lo spicchio d'aglio e le cipolle affettate, abbondante origano fresco, lasciar insaporire bene, salare, quindi coprirle a filo con il brodo già caldo.
Lasciarle cuocere a fuoco basso in modo che pian piano il liquido sia consumato, ma non del tutto, ne deve rimanere ancora un poco. Le cipolle dovranno essere appassite, ma non sfatte.
Mettere le fette di pane in un piatto da forno, o una pirofilina, versarvi sopra del parmigiano grattugiato, aggiungere una mestolata di cipolle con un poco del loro liquido, altra generosa spolverata di parmigiano e una grattatina di pepe nero macinato al momento, e metterle in forno a gratinare leggermente qualche minuto sotto il grill, non devono comunque scurire. Una volta tolte dal forno, guarnire con un ciuffetto di origano.
La gratinatura non è essenziale, serve magari a colorire un pochino la superficie...
In quella parte di Toscana, Alta Maremma, che va da Livorno a Piombino. In terra etrusca insomma.
In tanti anni di frequentazione ho imparato a conoscerla e ad amarla di un amore profondo.
Mi piacciono le sue colline coperte di ulivi e di vigne
le mille sfumature dell'ocra, il colore della terra...
e la solitudine di un albero proprio sulla cima, a guardia degli armenti che pascolano sotto di lui
mi piacciono i suoi paesi medioevali arroccati sulla cima, con delle viste incredibili sul mare, lontano, con i palazzi di cotto e le stradine arrampicate che se chiudi gli occhi ti senti trasportare nel passato e quasi ti sembra di sentire lo scalpitio dei cavalli e le voci dei cavalieri,
mi piace la selva che incontri percorrendo le strade che dal mare portano all'interno, mi piace il profumo che c'è sempre nell'aria, di fiori e salsedine,
mi piacciono i suoi paesaggi sempre così diversi secondo le stagioni,
mi piace la tranquillità delle barche in attesa
e il cielo infuocato di certi indimenticabili tramonti
mi piace la sua gente, sempre pronta all'ironia e dalla battuta fulminante... ..
e infine, mi piace la sua cucina, forte, decisa, e un po' piccante come la sua gente.
A Sassetta, un paese di circa 500 anime, immerso nella macchia toscana che si percorre salendo da Castagneto Carducci, c'è un ristorante che si chiama Il Castagno , quando siamo in zona, capita di andarci.
Lì ci ho mangiato una zuppa di cipolle fantastica, niente a che vedere con quella francese, direi diversa, ma ugualmente buona.
L'ultima volta che l'ho ordinata, ho sfacciatamente chiesto la ricetta e con molta gentilezza me l'hanno data.
E' un piatto semplice, che ha il profumo del cibo di casa, del cibo di una volta...
Cipolle alla sassetana
per 2/3 persone
4 o 5 grosse cipolle bionde
1 spicchio d'aglio
1 noce di burro
brodo q.b.
abbondante origano fresco
parmigiano
olio e.v.
sale, pepe ero.
pane casereccio toscano a fette, bruscato.
Tostare in forno le fette di pane casereccio.
tagliare le cipolle possibilmente uguali, ma non troppo sottili.
In una larga padella scaldare l'olio insieme al burro, aggiungere lo spicchio d'aglio e le cipolle affettate, abbondante origano fresco, lasciar insaporire bene, salare, quindi coprirle a filo con il brodo già caldo.
Lasciarle cuocere a fuoco basso in modo che pian piano il liquido sia consumato, ma non del tutto, ne deve rimanere ancora un poco. Le cipolle dovranno essere appassite, ma non sfatte.
Mettere le fette di pane in un piatto da forno, o una pirofilina, versarvi sopra del parmigiano grattugiato, aggiungere una mestolata di cipolle con un poco del loro liquido, altra generosa spolverata di parmigiano e una grattatina di pepe nero macinato al momento, e metterle in forno a gratinare leggermente qualche minuto sotto il grill, non devono comunque scurire. Una volta tolte dal forno, guarnire con un ciuffetto di origano.
La gratinatura non è essenziale, serve magari a colorire un pochino la superficie...
appunti di viaggio
certi momenti
A volte ci sono momenti che devi saper riconoscere, apprezzare e conservare in qualche cassetto del cuore, e tenerlì lì, di riserva, per i momenti in cui ti prende la tristezza, come una maniglia a cui aggrapparsi per non cadere...
Ieri è stato uno di quei momenti. Sarà che finalmente era davvero primavera, che il cielo era di un blu incredibile, che l'aria profumava di fiori e di sole..una giornata come era da tanto che non succedeva. Un tepore dolce che distende l'anima e ti fa sembrare che il mondo sia un po' meglio...
Così è bastato uno sguardo complice con mio marito per decidere sui due piedi di andare al lago, al mio lago, il più bello del mondo per me che ci ho vissuto, seppure per qualche tempo..
Lo conosco a memoria ormai, e nonostante questo ogni volta scopro qualche angolo diverso, o che vedevo con occhi diversi....conosco le sue rive scoscese, le sue cascatelle d'acqua, le sue piccole insenature e le sue spiaggette di ghiaia sottile...
Un posto che però mi mancava di vedere era la Villa del Balbianello, a Lenno, quella che fa parte del FAI, un posto veramente affascinante, con una atmosfera d'altri tempi, con i suoi colori e la sua posizione sul lago, sul grande promontorio di Làvedo, affacciato sul golfo di Venere, talmente affascinante che sono venuti a girarci diversi film. Guerre stellari per esempio, e mi pare anche qualche cosa con 007....
Finora non ero mai riuscita ad andarci. Un tempo era chiusa al pubblico, e poi, una volta aperta, per un motivo o per un altro non l'avevo mai vista.
Così ieri, ecco arrivare l'occasione per goderci una bella giornata.
Il lago era uno spettacolo fantastico, rifletteva il blu del cielo mischiato al colore delle montagne, non ancora del tutto verdi, qualche nuvoletta bianca messa qua e là come batuffoli di cotone completavano il quadro...
Alla Villa si arriva solo a piedi, e ci vogliono più di venti minuti di cammino fra salite e discese, in mezzo a un grande bosco di latifoglie e conifere, oppure con un servizio di taxi boat che parte dal molo di Lenno.
La salita è stata il prologo alla bellezza, un cammino lento immersi nel silenzio del bosco, rotto soltanto dalle voci delle rare persone che incontravamo e dal fruscio del vento, gli occhi al panorama sottostante, il blu del lago filtrava fra i rami degli alberi, e l'ultima neve sulle montagne abbacinava...
lungo la strada primule, violette, pervinche..il colore e il profumo della primavera, finalmente!
La Villa ti sorprende, e anche se la stagione è in ritardo, i suoi giardini a picco sul lago sono perfettamente ordinati, le piante topiate,
i grandi platani potati "a candelabro", come silenziosi guardiani dei viali,
terrazze a lago rinfrescate dagli enormi ombrelli degli alberi di canfora, dai cipressi, da magnolie e da vecchie conifere piegate dal vento
.innumerevoli statue guardano verso il lago, mute custodi della memoria di tanta vita passata fra quei viali delimitati da siepi di bosso...
i glicini sono dappertutto, ed è un peccato che non siano ancora in fiore, regaleranno un tocco ancora più romantico al giardino, e sarà sicuramente uno spettacolo bellissimo....dovrò tornare a vederlo..
mio marito, stanco, si siede su una panchina e si immerge nei suoi pensieri contemplando il lago, mentre io piano piano, armata di macchina fotografica percorro tutti i vialetti alla ricerca dell'inquadratura giusta, osservando attraverso l'obiettivo tutta quella bellezza senza tempo, cercando di fissarla per sempre in ogni scatto.
Fortunatamente c'è pochissima gente, ho il tempo di stare in contemplazione nel più assoluto silenzio, ed è una vera poesia....
qualche straniero si siede all'attracco del taxi boat ad aspettare
e io arrivo alla chiesetta
per poi risalire fino alla loggia, magnifica, che domina la piccola collinetta all'interno del giardino, e da cui si ha una vista meravigliosa su due fronti.
Le sue colonne sono ricoperte da un groviglio di piante, attorcigliate, abbarbicate ai muri, come a volersene impadronire. Ma la mano dell'uomo si vede, è lui, è il suo lavoro che le ha guidate in questa continua contorsione che crea arabeschi viventi...
un discorso che continua sui muri della villa, dove sorprendo due graziose bimbe inglesi a parlottare fra loro
dalla loggia mi godo una vista magnifica, da entrambi i lati il lago è un vero spettacolo.
Da questa parte, verso Como, la scogliera che si getta a picco nel lago
e da quest'altra invece, opposta, l'alto lago, con le sue montagne ancora piene di neve a fare da corona, e i piccoli paesi affacciati sulle rive, la punta di Bellagio è là sullo sfondo, a dividere il lago in due braccia.
resto in silenzio, abbandono la macchina fotografica e mi riempio gli occhi di tanta bellezza. Cerco di farne scorta, mentre la serenità entra nel cuore...
ma ormai è tardi, è ora di scendere, comincia a fare caldo, le gambe mi cedono un poco per la scarpinata e la fame comincia a farsi sentire....
riprendiamo la via e mentre ci avviamo scatto le ultime foto dall'alto del giardino alla riva di fronte, dove il battello sta uscendo da Lenno
ci fermiamo un attimo al Lido, per un veloce pranzo, un posto molto bello, proprio ai piedi della salita alla Villa, con una vista sul lago fantastica. Pranziamo con il lago e le montagne negli occhi.
Qualcuno è già in spiaggia a prendere il sole, sulla sponda opposta qualcun'altro accende fuochi e alza un filo di fumo, un paio di ragazzotti mettono in acqua il loro armo e si accingono a vogare, e i teli bianchi fluttuano morbidamente nell'aria mentre scatto l'ultima foto della giornata.
a volte si aspetta la felicità senza saper cogliere le piccole cose che la vita ci regala, senza accorgerci che la serenità, la felicità passa in momenti come questi, in una giornata piena di luce, di sole, di profumo e colore, di storia, di bellezza.
qualche cenno sulla Villa:
La costruzione della Villa e della Loggia risale alla fine del Settecento, quando il cardinal Durini acquistò la punta di Lavedo, una romantica penisola lacustre sul lago di Como, per edificarvi un’appartata dimora di villeggiatura e di svago letterario. Il luogo aveva ospitato fino al XVI secolo un piccolo cenobio religioso francescano, del quale rimane a testimonianza solo la stretta facciata della chiesetta caratterizzata da due campanili. Alla morte del Cardinale, avvenuta nel 1797, la Villa appariva già costituita da due corpi quadrangolari comunicanti e da un elegante loggiato che si poneva come ponte ideale fra la biblioteca e il salotto adito alla musica. La Villa quindi passò in eredità al patriota Luigi Porro Lambertenghi, nipote del Durini, che trasformò la residenza da luogo di meditazione ad impegnato ritrovo per massoni (Silvio Pellico dal carcere ricorderà con nostalgia quei giorni). Il volontario esilio di Luigi in Belgio suggerì la vendita della proprietà all’amico Giuseppe Arconati Visconti che, insieme alla moglie Costanza, rese la Villa un prestigioso salotto estivo frequentato da Berchet, Giusti e Manzoni. Gianmartino Arconati Visconti, figlio di Giuseppe, arricchì il Balbianello del parapetto in pietra, che delimita la terrazza. Il casato andava però estinguendosi e la Villa venne abbandonata per trentanove lunghi anni prima che, nel 1919, venisse acquistata dal generale americano Butler Ames, a cui si devono importanti restauri tesi a recuperare i preziosi arredi degli Arconati. Alla morte del generale, gli eredi vendettero il Balbianello a Guido Monzino, noto imprenditore milanese, colto collezionista e appassionato viaggiatore. La Villa venne nuovamente restaurata e trasformata in parte in museo privato ove Monzino raccolse con perizia e attenzione museografica i ricordi di viaggio, le collezioni d’arte e i cimeli delle famose spedizioni da lui compiute, come la conquista del Polo Nord nel 1971 e dell’Everest nel 1973. L’11 Ottobre 1988, alla morte di Monzino, per suo volere testamentario la Villa, gli arredi e lo splendido giardino del dosso di Lavedo vennero lasciati in eredità al FAI, con una dote che ne aiuta ancora oggi la manutenzione.
Ieri è stato uno di quei momenti. Sarà che finalmente era davvero primavera, che il cielo era di un blu incredibile, che l'aria profumava di fiori e di sole..una giornata come era da tanto che non succedeva. Un tepore dolce che distende l'anima e ti fa sembrare che il mondo sia un po' meglio...
Così è bastato uno sguardo complice con mio marito per decidere sui due piedi di andare al lago, al mio lago, il più bello del mondo per me che ci ho vissuto, seppure per qualche tempo..
Lo conosco a memoria ormai, e nonostante questo ogni volta scopro qualche angolo diverso, o che vedevo con occhi diversi....conosco le sue rive scoscese, le sue cascatelle d'acqua, le sue piccole insenature e le sue spiaggette di ghiaia sottile...
Un posto che però mi mancava di vedere era la Villa del Balbianello, a Lenno, quella che fa parte del FAI, un posto veramente affascinante, con una atmosfera d'altri tempi, con i suoi colori e la sua posizione sul lago, sul grande promontorio di Làvedo, affacciato sul golfo di Venere, talmente affascinante che sono venuti a girarci diversi film. Guerre stellari per esempio, e mi pare anche qualche cosa con 007....
Finora non ero mai riuscita ad andarci. Un tempo era chiusa al pubblico, e poi, una volta aperta, per un motivo o per un altro non l'avevo mai vista.
Così ieri, ecco arrivare l'occasione per goderci una bella giornata.
Il lago era uno spettacolo fantastico, rifletteva il blu del cielo mischiato al colore delle montagne, non ancora del tutto verdi, qualche nuvoletta bianca messa qua e là come batuffoli di cotone completavano il quadro...
Alla Villa si arriva solo a piedi, e ci vogliono più di venti minuti di cammino fra salite e discese, in mezzo a un grande bosco di latifoglie e conifere, oppure con un servizio di taxi boat che parte dal molo di Lenno.
La salita è stata il prologo alla bellezza, un cammino lento immersi nel silenzio del bosco, rotto soltanto dalle voci delle rare persone che incontravamo e dal fruscio del vento, gli occhi al panorama sottostante, il blu del lago filtrava fra i rami degli alberi, e l'ultima neve sulle montagne abbacinava...
lungo la strada primule, violette, pervinche..il colore e il profumo della primavera, finalmente!
La Villa ti sorprende, e anche se la stagione è in ritardo, i suoi giardini a picco sul lago sono perfettamente ordinati, le piante topiate,
i grandi platani potati "a candelabro", come silenziosi guardiani dei viali,
terrazze a lago rinfrescate dagli enormi ombrelli degli alberi di canfora, dai cipressi, da magnolie e da vecchie conifere piegate dal vento
.innumerevoli statue guardano verso il lago, mute custodi della memoria di tanta vita passata fra quei viali delimitati da siepi di bosso...
i glicini sono dappertutto, ed è un peccato che non siano ancora in fiore, regaleranno un tocco ancora più romantico al giardino, e sarà sicuramente uno spettacolo bellissimo....dovrò tornare a vederlo..
mio marito, stanco, si siede su una panchina e si immerge nei suoi pensieri contemplando il lago, mentre io piano piano, armata di macchina fotografica percorro tutti i vialetti alla ricerca dell'inquadratura giusta, osservando attraverso l'obiettivo tutta quella bellezza senza tempo, cercando di fissarla per sempre in ogni scatto.
Fortunatamente c'è pochissima gente, ho il tempo di stare in contemplazione nel più assoluto silenzio, ed è una vera poesia....
qualche straniero si siede all'attracco del taxi boat ad aspettare
e io arrivo alla chiesetta
per poi risalire fino alla loggia, magnifica, che domina la piccola collinetta all'interno del giardino, e da cui si ha una vista meravigliosa su due fronti.
Le sue colonne sono ricoperte da un groviglio di piante, attorcigliate, abbarbicate ai muri, come a volersene impadronire. Ma la mano dell'uomo si vede, è lui, è il suo lavoro che le ha guidate in questa continua contorsione che crea arabeschi viventi...
un discorso che continua sui muri della villa, dove sorprendo due graziose bimbe inglesi a parlottare fra loro
dalla loggia mi godo una vista magnifica, da entrambi i lati il lago è un vero spettacolo.
Da questa parte, verso Como, la scogliera che si getta a picco nel lago
e da quest'altra invece, opposta, l'alto lago, con le sue montagne ancora piene di neve a fare da corona, e i piccoli paesi affacciati sulle rive, la punta di Bellagio è là sullo sfondo, a dividere il lago in due braccia.
resto in silenzio, abbandono la macchina fotografica e mi riempio gli occhi di tanta bellezza. Cerco di farne scorta, mentre la serenità entra nel cuore...
ma ormai è tardi, è ora di scendere, comincia a fare caldo, le gambe mi cedono un poco per la scarpinata e la fame comincia a farsi sentire....
riprendiamo la via e mentre ci avviamo scatto le ultime foto dall'alto del giardino alla riva di fronte, dove il battello sta uscendo da Lenno
ci fermiamo un attimo al Lido, per un veloce pranzo, un posto molto bello, proprio ai piedi della salita alla Villa, con una vista sul lago fantastica. Pranziamo con il lago e le montagne negli occhi.
Qualcuno è già in spiaggia a prendere il sole, sulla sponda opposta qualcun'altro accende fuochi e alza un filo di fumo, un paio di ragazzotti mettono in acqua il loro armo e si accingono a vogare, e i teli bianchi fluttuano morbidamente nell'aria mentre scatto l'ultima foto della giornata.
a volte si aspetta la felicità senza saper cogliere le piccole cose che la vita ci regala, senza accorgerci che la serenità, la felicità passa in momenti come questi, in una giornata piena di luce, di sole, di profumo e colore, di storia, di bellezza.
qualche cenno sulla Villa:
La costruzione della Villa e della Loggia risale alla fine del Settecento, quando il cardinal Durini acquistò la punta di Lavedo, una romantica penisola lacustre sul lago di Como, per edificarvi un’appartata dimora di villeggiatura e di svago letterario. Il luogo aveva ospitato fino al XVI secolo un piccolo cenobio religioso francescano, del quale rimane a testimonianza solo la stretta facciata della chiesetta caratterizzata da due campanili. Alla morte del Cardinale, avvenuta nel 1797, la Villa appariva già costituita da due corpi quadrangolari comunicanti e da un elegante loggiato che si poneva come ponte ideale fra la biblioteca e il salotto adito alla musica. La Villa quindi passò in eredità al patriota Luigi Porro Lambertenghi, nipote del Durini, che trasformò la residenza da luogo di meditazione ad impegnato ritrovo per massoni (Silvio Pellico dal carcere ricorderà con nostalgia quei giorni). Il volontario esilio di Luigi in Belgio suggerì la vendita della proprietà all’amico Giuseppe Arconati Visconti che, insieme alla moglie Costanza, rese la Villa un prestigioso salotto estivo frequentato da Berchet, Giusti e Manzoni. Gianmartino Arconati Visconti, figlio di Giuseppe, arricchì il Balbianello del parapetto in pietra, che delimita la terrazza. Il casato andava però estinguendosi e la Villa venne abbandonata per trentanove lunghi anni prima che, nel 1919, venisse acquistata dal generale americano Butler Ames, a cui si devono importanti restauri tesi a recuperare i preziosi arredi degli Arconati. Alla morte del generale, gli eredi vendettero il Balbianello a Guido Monzino, noto imprenditore milanese, colto collezionista e appassionato viaggiatore. La Villa venne nuovamente restaurata e trasformata in parte in museo privato ove Monzino raccolse con perizia e attenzione museografica i ricordi di viaggio, le collezioni d’arte e i cimeli delle famose spedizioni da lui compiute, come la conquista del Polo Nord nel 1971 e dell’Everest nel 1973. L’11 Ottobre 1988, alla morte di Monzino, per suo volere testamentario la Villa, gli arredi e lo splendido giardino del dosso di Lavedo vennero lasciati in eredità al FAI, con una dote che ne aiuta ancora oggi la manutenzione.
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