MTC
piatti unici
ricette per le feste
- Carolì, tu e 'a fernì di rompermi le scatole in continuazione, i patti erano questi, e quando hai firmato il contratto di matrimonio lo sapevi bene. Mo' che vuoi? Però sappi che tengo famm pur'io. Spero che dalle cucine esca fuori un bel sartù cu 'e purpettine e cu 'e pisielle, bello chin’e provola...
- A proposito di Sartù... ti devo raccontare una cosa strana che mi è capitata in questi giorni. Ferdinà, ma lo sai che fra trecento anni il sartù sarà ancora un piatto molto conosciuto? Ho fatto un giro con la macchina del tempo fino al 2017 ho scoperto che ci sta un posto che si chiama MTC dove pure ci stanno tante persone che fanno a gara a chi lo fa più buono e più ricco, cos'e pazze Ferdinà! Ed è tutto merito mio e dei miei Monsù!
-Sì, vabbuò, cumme vuò tu Carolì, mò me staje a piglià 'n giro! A' macchìn' ro' tiemp nata vota nun l'hànn inventata, che vai raccontando? Su, su facimme ambress ! E' cuotto sto sartù sì o no, o sta a mument?
Il mio sartù è cotto caro Ferdinando, e dillo a Carolina quando la vedi, che anche senza la macchina del tempo è riuscito ad arrivare ai giorni nostri, più in forma e più bello che pria!
Sì, siamo alla sfida n. 65 di MTChallenge indetta da Marina, quella ragazza dai capelli rossi che viene dall'Est e che mi ha letteralmente incantato con la sua terrina di coniglio e maiale nella gara precedente. Andate a leggere sul suo blog in che rapporti è con Sua Maestà il Sartù .
Sartù for two
Se esistesse la macchina del tempo mi
piacerebbe tornare alla fine del 1700, mica per tanto, solo per qualche ora.
Mi farei trasportare alla Reggia di
Caserta intorno all'ora di pranzo, e sono sicura che ascolterei dialoghi un
po' surreali
- Ferdinando che devo fare con te?
Sei sempre il solito fancazzista, non ti occupi praticamente
di niente, vai tutto il giorno a caccia e ti fai solo gli affari tuoi, di tutte le cose del Regno mi devo occupare sempre io. Sono
stanca, ho fame, ora chiamo i Monsù e vediamo cosa preparano, tu
vedi di venire a tavola che è ora.- Carolì, tu e 'a fernì di rompermi le scatole in continuazione, i patti erano questi, e quando hai firmato il contratto di matrimonio lo sapevi bene. Mo' che vuoi? Però sappi che tengo famm pur'io. Spero che dalle cucine esca fuori un bel sartù cu 'e purpettine e cu 'e pisielle, bello chin’e provola...
- A proposito di Sartù... ti devo raccontare una cosa strana che mi è capitata in questi giorni. Ferdinà, ma lo sai che fra trecento anni il sartù sarà ancora un piatto molto conosciuto? Ho fatto un giro con la macchina del tempo fino al 2017 ho scoperto che ci sta un posto che si chiama MTC dove pure ci stanno tante persone che fanno a gara a chi lo fa più buono e più ricco, cos'e pazze Ferdinà! Ed è tutto merito mio e dei miei Monsù!
-Sì, vabbuò, cumme vuò tu Carolì, mò me staje a piglià 'n giro! A' macchìn' ro' tiemp nata vota nun l'hànn inventata, che vai raccontando? Su, su facimme ambress ! E' cuotto sto sartù sì o no, o sta a mument?
Il mio sartù è cotto caro Ferdinando, e dillo a Carolina quando la vedi, che anche senza la macchina del tempo è riuscito ad arrivare ai giorni nostri, più in forma e più bello che pria!
Sì, siamo alla sfida n. 65 di MTChallenge indetta da Marina, quella ragazza dai capelli rossi che viene dall'Est e che mi ha letteralmente incantato con la sua terrina di coniglio e maiale nella gara precedente. Andate a leggere sul suo blog in che rapporti è con Sua Maestà il Sartù .
E ora, grazie a lei, sono qui con un Sartù napoletano di ispirazione molto padana. Una conferma in più di quanto possa essere versatile questa preparazione. Per due si fa per dire, per via dello stampo non troppo grande ma che ci ha fatto pranzare in quattro, abbondantemente e con molta soddisfazione.
Tutto è cominciato con questi due
piccioncini ruspanti che aspettavano nel freezer, e da una chiacchierata con la mia amica Barbara, piacentina doc, una autentica fuoriclasse in cucina che, parlando di bomba di riso piacentina, ha attivato i sensori nella mia testa e mi ha fatto decidere di riservare i piccioni alla celebrazione del Sartù.
Ho iniziato il giorno prima con la preparazione
della base per la salsa, un po' più laboriosa, seguendo la ricetta di Michel Roux sul libro delle salse.
Per il fondo di pollo:
1 pollo di circa 1,5 kg, oppure peso
equivalente in alette e carcasse.
200 g carote
2 porri, la sola parte bianca
1 gambo di sedano
1 cipolla bionda steccata con 2 chiodi di garofano
150 g funghi champignon
un bouquet garni (gambi di prezzemolo, timo, alloro, porro)
Sbianchite il pollo. Partendo da acqua fredda, mettete il pollo o le carcasse +alette in una pentola, coprite d'acqua e portate a ebollizione, aspettate un paio di minuti, poi scolate raffreddate tutto immediatemente in acqua e ghiaccio.
Mondate le verdure e tagliateli a pezzettoni, affettate finemente i funghi, fate a rondelle i porri, preparate il mazzetto delle erbe raggruppandole dentro una foglia cava di porro ricavata dalla parte verde scartata, legate con dello spago da cucina.
In una teglia da forno da lasagna, allineate bene il pollo in un solo strato, copritelo con 2,5 l. d'acqua fredda e riportate a ebollizione a fiamma alta, una volta raggiunto il bollore abbassate il fuoco in modo che possa bollire dolcemente. Dopo qualche minuto schiumate la superficie e aggiungete tutti gli ingredienti. Cuocete a fuoco lento per 90 minuti, l'acqua dovrà solo fremere leggermente. Schiumate la superficie quando è necessario. Trascorso il tempo filtrate attraverso uno chinois a maglia fine foderato con una garza e raffreddate tutto il più velocemente possibile, magari immergendo il recipiente che contiene il fondo in acqua e ghiaccio. Conservate ben sigillato in frigorifero fino al momento di prepararare la vellutata.
Per le polpettine:
2 piccoli piccioni
1 cipolla bionda
1 ciuffo di salvia
1 foglia di alloro
1 pizzico di noce moscata
2 cucchiai di grana padano grattugiato
poca mollica di pane bagnata nel latte e strizzata
1 uovo
mezzo bicchiere scarso di Cognac
una noce abbondante di burro
poca farina
poco olio per friggere
sale, pepe
pulite, eviscerate e fiammeggiate i piccioni, lavateli accuratamente e asciugateli.
Tritate finemente la cipolla, lasciatela stufare nel burro spumeggiante che avrete fatto sciogliere in una piccola casseruola. Aggiungete i piccioni e la salvia e fateli rosolare insieme alla cipolla, regolate di sale e di pepe poi sfumate tutto con il Cognac, lasciate evaporare l'alcool, abbassate il fuoco, coprite il tegame e continuate la cottura aggiungendo, poco alla volta e se serve, acqua o brodo caldi.
Per i funghi porcini:
400 g funghi porcini surgelati
(io trovo quelli, ottimi, della Val di Taro)
poco olio
1 spicchio d'aglio
sale, pepe
mentre i piccioni cuociono, scaldate un goccio d'olio insieme allo spicchio d'aglio, aggiungete i funghi ancora surgelati e mescolate in modo che prendano calore. Cuoceteli per qualche minuto fino a che si ammorbidiranno, salate e pepate leggermente, date una mescolata, tagliate quelli eventualmente più grandi, spegnete il fuoco e tenete in caldo.
Quando i piccioni saranno quasi cotti, unite i funghi nel loro tegame, insieme alla foglia di alloro, e completate la cottura.
Lasciate intiepidire i piccioni, poi spolpateli per bene, eliminando la pelle.
Raccogliete la carne su un tagliere e tritatela finemente a coltello. Trasferite il trito in una ciotola e unite il grana padano, il pane bagnato nel latte e ben strizzato, l'uovo, la noce moscata, un pizzico di sale e una macinata di pepe. Mescolate tutto a lungo in modo da avere un impasto omogeneo e se vi sembra troppo morbido aggiungete poco pane grattugiato o ancora del grana padano.
Ora con questo impasto formate delle polpettine, passatele nella farina bianca e friggetele per qualche minuto, poche alla volta, in un piccolo pentolino in modo che l'olio di frittura le copra completamente. Scolatele man mano, quando sono dorate, su della carta assorbente per eliminare il grasso in eccesso.
Riprendete i funghi rimasti nel tegame, eliminate la foglia di alloro, l'aglio e la salvia, tenetene da parte qualche pezzetto per la decorazione finale, e aggiungete le polpette fritte e scolate. Mescolate bene tutto insieme e lasciate a insaporire, ben coperto.
per il sartù vero e proprio:
2 piccoli piccioni
1 cipolla bionda
1 ciuffo di salvia
1 foglia di alloro
1 pizzico di noce moscata
2 cucchiai di grana padano grattugiato
poca mollica di pane bagnata nel latte e strizzata
1 uovo
mezzo bicchiere scarso di Cognac
una noce abbondante di burro
poca farina
poco olio per friggere
sale, pepe
pulite, eviscerate e fiammeggiate i piccioni, lavateli accuratamente e asciugateli.
Tritate finemente la cipolla, lasciatela stufare nel burro spumeggiante che avrete fatto sciogliere in una piccola casseruola. Aggiungete i piccioni e la salvia e fateli rosolare insieme alla cipolla, regolate di sale e di pepe poi sfumate tutto con il Cognac, lasciate evaporare l'alcool, abbassate il fuoco, coprite il tegame e continuate la cottura aggiungendo, poco alla volta e se serve, acqua o brodo caldi.
Per i funghi porcini:
400 g funghi porcini surgelati
(io trovo quelli, ottimi, della Val di Taro)
poco olio
1 spicchio d'aglio
sale, pepe
mentre i piccioni cuociono, scaldate un goccio d'olio insieme allo spicchio d'aglio, aggiungete i funghi ancora surgelati e mescolate in modo che prendano calore. Cuoceteli per qualche minuto fino a che si ammorbidiranno, salate e pepate leggermente, date una mescolata, tagliate quelli eventualmente più grandi, spegnete il fuoco e tenete in caldo.
Quando i piccioni saranno quasi cotti, unite i funghi nel loro tegame, insieme alla foglia di alloro, e completate la cottura.
Lasciate intiepidire i piccioni, poi spolpateli per bene, eliminando la pelle.
Raccogliete la carne su un tagliere e tritatela finemente a coltello. Trasferite il trito in una ciotola e unite il grana padano, il pane bagnato nel latte e ben strizzato, l'uovo, la noce moscata, un pizzico di sale e una macinata di pepe. Mescolate tutto a lungo in modo da avere un impasto omogeneo e se vi sembra troppo morbido aggiungete poco pane grattugiato o ancora del grana padano.
Ora con questo impasto formate delle polpettine, passatele nella farina bianca e friggetele per qualche minuto, poche alla volta, in un piccolo pentolino in modo che l'olio di frittura le copra completamente. Scolatele man mano, quando sono dorate, su della carta assorbente per eliminare il grasso in eccesso.
Riprendete i funghi rimasti nel tegame, eliminate la foglia di alloro, l'aglio e la salvia, tenetene da parte qualche pezzetto per la decorazione finale, e aggiungete le polpette fritte e scolate. Mescolate bene tutto insieme e lasciate a insaporire, ben coperto.
per il sartù vero e proprio:
550 g riso Carnaroli
mezzo bicchiere di vino bianco (io Chardonnay)
110 g burro
110 g Grana Padano grattugiato
5 uova grandi
80 g formaggio Salva cremasco
5 uova grandi
80 g formaggio Salva cremasco
brodo di carne q.b.
sale
poco burro per lo stampo
pane grattugiato per rivestire
fiocchetti di burro
per decorare:
qualche fungo porcino cotto
Raspadüra
Fondete il burro in una risottiera, unite il riso, mescolatelo bene finchè diventa traslucido e ha preso il condimento e i chicchi cantano nella pentola, sfumatelo con il vino bianco, lasciate evaporare e procedete come per un normale risotto, aggiungendo poco brodo alla volta e mescolando sempre.
Calcolate di portarlo a 3/4 di cottura abbastanza asciutto, quindi occhio alla quantità di brodo che aggiungete in modo di arrivare a quello stadio col riso non troppo lento.
Spegnete il fuoco, e lasciatelo intiepidire.
Dopodichè unite il Grana padano, e le uova una alla volta. Mescolate tutto affinchè parmigiano e uova siano distribuiti uniformemente e tenete da parte.
Imburrate generosamente lo stampo, cospargetelo bene di pane grattugiato in modo chel'interno ne sia completamente rivestito e mettetelo in frigorifero (ottimo il consiglio di Michael), questo consentirà di lavorare meglio mentre si riveste di riso lo stampo.
Avviate la salsa.
Per la vellutata di pollo:
50 g farina bianca
50 g latte
700 ml fondo di pollo, freddo
50 ml Sherry secco
sale e pepe
Preparate il roux bianco, fondete il burro e quando inzia a spumeggiare, toglietelo dal fuoco e unite la farina e mescolate continuamente con una piccola frusta, quindi riportate al calore e cuocete, sempre mescolando per circa tre o quattro minuti, a questo punto aggiungete il fondo di pollo freddo. Mescolate e portate a ebollizione continuando a mescolare. Abbassate la fiamma e lasciate sobbollire dolcemente per 30 minuti, mescolando e schiumando ogni tanto. Ci metterà un poco ad addensarsi, e resterà comunque fluida. Una volta pronta la vellutata, aggiungete lo Sherry, cuocete un altro minuto, poi spegnete il fuoco, salate, pepate, e filtrate la salsa attraverso uno chinois a maglia fine. Trasferite in una ciotola e coprite con pellicola direttamente a contatto fino al momento di usarla per la salsa Suprème.
Preparate il sartù.
Scaldate il forno a 180° ventilato.
Riprendete lo stampo dal frigo e iniziate a rivestire il fondo e i bordi in modo uniforme, con uno strato di riso di circa 1 cm. di spessore. Lasciate un incavo nel mezzo, spolveratelo generosamente di Grana padano grattugiato e iniziate a farcirlo con una parte delle polpettine e dei funghi, distribuite sopra a tutto metà del Salva cremasco tagliato a pezzettini e continuate col riso. Fate un altro strato a coprire la farcitura, pressate bene tutto e continuate a risalire col riso sui bordi. Spolverate di altro Grana padano grattugiato il secondo incavo. Riempite tutto con il resto degli ingredienti e terminate col formaggio Salva a pezzettini.
Chiudete bene tutto con il resto del riso, pressando e uniformando la superficie. Cospargetela di pane grattugiato e aggiungete qua e là qualche fiocchetto di burro.
Mettete in forno.
Io ho messo lo stampo dentro a una piccola teglia rettangolare sul ripiano più basso del forno..
Per il mio sartù ci sono voluti 38 minuti circa di cottura, ma le variabili sono tante per ottenere un sartù perfetto, crosticina croccante fuori e morbidezza cremosa all'interno, a partire da come cuoce il vostro forno, dalla misura delle uova, dall'amido che può o meno contenere il riso, dal ripieno scelto.
Mentre il sartù cuoce, fate fare il passaggio finale alla salsa Suprème.
per la salsa Suprème:
250 ml vellutata di pollo
50 g funghi champignon
50 ml panna da cucina
30 g di burro di ottima qualità
4 cucchiai Sherry secco
sale e pepe
In una casseruola riportate a ebollizione la vellutata di pollo tenuta da parte coperta. Quando ha ripreso a bollire dolcemente aggiungete i funghi affettati sottilmente e la panna da cucina. Lasciate sobbollire a fiamma bassa per circa 10 minuti mescolando di tanto in tanto con un cucchiaio di legno.
Filtrate di nuovo la salsa attraverso uno chinois raccogliendola in una casseruola pulita, rimettetela su fuoco dolce e a fiamma bassa incorporate il burro a pezzetti poco alla volta con la frusta a mano. Spegnete il fuoco, condite con sale e pepe e servite immediatamente in una salsiera.
Calcolate bene i tempi per l'aggiunta del burro, la salsa va servita subito caldissima, per cui il Sartù dovrà essere già sformato e porzionato nei piatti.
Togliete dal forno il Sartù, lasciatelo riposare dentro lo stampo per 15/20 minuti prima di sformarlo, dopodichè, senza mormorare scongiuri in aramaico perchè vi si ritorcerebbero contro, capovolgetelo sul piatto di servizio, lasciatelo intiepidire ulteriormente e decoratelo con qualche fetta di porcino tenuto da parte in precedenza e la Raspadüra, quindi fate il vostro ingresso trionfale in sala da pranzo dove riceverete l'applauso sentito e caloroso dei commensali, ansiosi di assaggiare.
Tagliatelo con cautela e con un coltello dalla lama molto affilata. Io ho addirittura usato quello da disosso, che mi dà più sicurezza di un taglio pulito e senza danni.
Servitelo con la salsa Suprème, che è veramente da deliquio.
I MIEI ERRORI:
- le polpettine erano troppo grandi rispetto al mio stampo, avrei dovuto capire e farle più piccole.
- il Salva cremasco è un formaggio scioglievole e delicato che ben si sposa con il ripieno a base di piccione e porcini, ma avrei dovuto dargli il tempo di riprendersi, e aspettare ancora altri 10 minuti prima di tagliare
- lo strato intermedio di riso non è stato alto a sufficienza, per cui con il formaggio che si fondeva è scivolato leggermente, impedendo, al taglio, la sezione ben definita e netta dei due piani.
Detto questo, il mio Sartù è piaciuto molto in casa, è stato una vera sorpresa. E' piaciuto il contrasto fra la crosticina croccante dell'esterno e la morbidezza del riso all'interno, e quella salsa, quella salsa....
Le mie figlie se ne sono portate a casa una bella fetta ognuna e questo mi ha gratificato molto, dato che per me è stato un battesimo anche il Sartù, che non avevo mai fatto. Un vero piatto da Re!
Per cui grazie a MTC e a Marina, per avermi fatto avvicinare a questa preparazione sontuosa ed importante, forte dei loro consigli e con la consapevolezza di fare parte di un gruppo formidabile.
sale
poco burro per lo stampo
pane grattugiato per rivestire
fiocchetti di burro
per decorare:
qualche fungo porcino cotto
Raspadüra
Fondete il burro in una risottiera, unite il riso, mescolatelo bene finchè diventa traslucido e ha preso il condimento e i chicchi cantano nella pentola, sfumatelo con il vino bianco, lasciate evaporare e procedete come per un normale risotto, aggiungendo poco brodo alla volta e mescolando sempre.
Calcolate di portarlo a 3/4 di cottura abbastanza asciutto, quindi occhio alla quantità di brodo che aggiungete in modo di arrivare a quello stadio col riso non troppo lento.
Spegnete il fuoco, e lasciatelo intiepidire.
Dopodichè unite il Grana padano, e le uova una alla volta. Mescolate tutto affinchè parmigiano e uova siano distribuiti uniformemente e tenete da parte.
Imburrate generosamente lo stampo, cospargetelo bene di pane grattugiato in modo chel'interno ne sia completamente rivestito e mettetelo in frigorifero (ottimo il consiglio di Michael), questo consentirà di lavorare meglio mentre si riveste di riso lo stampo.
Avviate la salsa.
Per la vellutata di pollo:
50 g farina bianca
50 g latte
700 ml fondo di pollo, freddo
50 ml Sherry secco
sale e pepe
Preparate il roux bianco, fondete il burro e quando inzia a spumeggiare, toglietelo dal fuoco e unite la farina e mescolate continuamente con una piccola frusta, quindi riportate al calore e cuocete, sempre mescolando per circa tre o quattro minuti, a questo punto aggiungete il fondo di pollo freddo. Mescolate e portate a ebollizione continuando a mescolare. Abbassate la fiamma e lasciate sobbollire dolcemente per 30 minuti, mescolando e schiumando ogni tanto. Ci metterà un poco ad addensarsi, e resterà comunque fluida. Una volta pronta la vellutata, aggiungete lo Sherry, cuocete un altro minuto, poi spegnete il fuoco, salate, pepate, e filtrate la salsa attraverso uno chinois a maglia fine. Trasferite in una ciotola e coprite con pellicola direttamente a contatto fino al momento di usarla per la salsa Suprème.
Preparate il sartù.
Scaldate il forno a 180° ventilato.
Riprendete lo stampo dal frigo e iniziate a rivestire il fondo e i bordi in modo uniforme, con uno strato di riso di circa 1 cm. di spessore. Lasciate un incavo nel mezzo, spolveratelo generosamente di Grana padano grattugiato e iniziate a farcirlo con una parte delle polpettine e dei funghi, distribuite sopra a tutto metà del Salva cremasco tagliato a pezzettini e continuate col riso. Fate un altro strato a coprire la farcitura, pressate bene tutto e continuate a risalire col riso sui bordi. Spolverate di altro Grana padano grattugiato il secondo incavo. Riempite tutto con il resto degli ingredienti e terminate col formaggio Salva a pezzettini.
Chiudete bene tutto con il resto del riso, pressando e uniformando la superficie. Cospargetela di pane grattugiato e aggiungete qua e là qualche fiocchetto di burro.
Mettete in forno.
Io ho messo lo stampo dentro a una piccola teglia rettangolare sul ripiano più basso del forno..
Per il mio sartù ci sono voluti 38 minuti circa di cottura, ma le variabili sono tante per ottenere un sartù perfetto, crosticina croccante fuori e morbidezza cremosa all'interno, a partire da come cuoce il vostro forno, dalla misura delle uova, dall'amido che può o meno contenere il riso, dal ripieno scelto.
Mentre il sartù cuoce, fate fare il passaggio finale alla salsa Suprème.
per la salsa Suprème:
250 ml vellutata di pollo
50 g funghi champignon
50 ml panna da cucina
30 g di burro di ottima qualità
4 cucchiai Sherry secco
sale e pepe
In una casseruola riportate a ebollizione la vellutata di pollo tenuta da parte coperta. Quando ha ripreso a bollire dolcemente aggiungete i funghi affettati sottilmente e la panna da cucina. Lasciate sobbollire a fiamma bassa per circa 10 minuti mescolando di tanto in tanto con un cucchiaio di legno.
Filtrate di nuovo la salsa attraverso uno chinois raccogliendola in una casseruola pulita, rimettetela su fuoco dolce e a fiamma bassa incorporate il burro a pezzetti poco alla volta con la frusta a mano. Spegnete il fuoco, condite con sale e pepe e servite immediatamente in una salsiera.
Calcolate bene i tempi per l'aggiunta del burro, la salsa va servita subito caldissima, per cui il Sartù dovrà essere già sformato e porzionato nei piatti.
Togliete dal forno il Sartù, lasciatelo riposare dentro lo stampo per 15/20 minuti prima di sformarlo, dopodichè, senza mormorare scongiuri in aramaico perchè vi si ritorcerebbero contro, capovolgetelo sul piatto di servizio, lasciatelo intiepidire ulteriormente e decoratelo con qualche fetta di porcino tenuto da parte in precedenza e la Raspadüra, quindi fate il vostro ingresso trionfale in sala da pranzo dove riceverete l'applauso sentito e caloroso dei commensali, ansiosi di assaggiare.
Tagliatelo con cautela e con un coltello dalla lama molto affilata. Io ho addirittura usato quello da disosso, che mi dà più sicurezza di un taglio pulito e senza danni.
Servitelo con la salsa Suprème, che è veramente da deliquio.
I MIEI ERRORI:
- le polpettine erano troppo grandi rispetto al mio stampo, avrei dovuto capire e farle più piccole.
- il Salva cremasco è un formaggio scioglievole e delicato che ben si sposa con il ripieno a base di piccione e porcini, ma avrei dovuto dargli il tempo di riprendersi, e aspettare ancora altri 10 minuti prima di tagliare
- lo strato intermedio di riso non è stato alto a sufficienza, per cui con il formaggio che si fondeva è scivolato leggermente, impedendo, al taglio, la sezione ben definita e netta dei due piani.
Detto questo, il mio Sartù è piaciuto molto in casa, è stato una vera sorpresa. E' piaciuto il contrasto fra la crosticina croccante dell'esterno e la morbidezza del riso all'interno, e quella salsa, quella salsa....
Le mie figlie se ne sono portate a casa una bella fetta ognuna e questo mi ha gratificato molto, dato che per me è stato un battesimo anche il Sartù, che non avevo mai fatto. Un vero piatto da Re!
Per cui grazie a MTC e a Marina, per avermi fatto avvicinare a questa preparazione sontuosa ed importante, forte dei loro consigli e con la consapevolezza di fare parte di un gruppo formidabile.
Calendario del Cibo italiano
risotti
Risotto in crema di asparagi e vaniglia per il Calendario del Cibo Italiano
è tornato il freddo da qualche giorno, e col vento gelido anche una bella tracheite che mi ha fatto passare le feste di Pasqua fra malessere e febbre. Difficile che io arrivi alla febbre, ma quando capita, anche una sola lineetta mi mette letteralmente K.O.
Quando è così, comincio pensare a un mare di cristallo, a cieli tanto bassi da poterli quasi toccare, a vegetazione lussureggiante, a canoe e vele latine che solcano silenziose le acque, a gente dagli occhi buoni, a bambini che ridono allegri anche nella più totale, sconvolgente, povertà. Penso a quell'isola bellissima, in mezzo all'Oceano Indiano, l'isola rossa, il Madagascar... Penso ai nostri bambini della missione, rivedo i loro occhi liquidi che fanno domande mute, i loro sorrisi, i loro capelli intrecciati con le perline, i volti delle loro madri infiorati con la biacca, e la nostalgia mi stringe il cuore... Penso a quel paradiso quieto e splendente di profumi e allora vado ad annusare quel meraviglioso regalo che è la vaniglia malgascia. La annuso e ritrovo quei profumi, ripercorro mentalmente la strada per andarla a comprare, rivedo il capovillaggio di Nosy Komba che mi pesa un bel mazzo di bacche piene e morbide, profumatissime. Ne ho ancora qualcuna, ormai rinsecchita ma ancora profumatissima, che tengo cara. Le altre, dopo l'uso, le ho infilate man mano in una bottiglia col tappo ermetico che ho riempito di vodka e ora ho una quantità di estratto di vaniglia che mi durerà finchè campo. Particolarmente buona la vaniglia del Madagascar, un profumo caldo e avvolgente, forte e penetrante ma allo stesso tempo rotondo, piacevolissimo. Il suo uso lo conosciamo tutti, soprattutto legato ai dolci, ma ci sono abbinamenti col salato che sono sorprendenti, e siccome oggi il Calendario del Cibo Italiano dedica la giornata al risotto alla Parmigiana e ai risotti ad esso collegati , vi proporrei di osare un poco con questo risotto che ha la particolarità di venire mantecato dai commensali direttamente nel proprio piatto:
Risotto in crema di asparagi e burro alla vaniglia
per tre o quattro persone
riso Carnaroli q.b. (io calcolo due pugni a testa più due per la pentola)
1 mazzo di asparagi verdi (oppure 2 di aspargina sottile)
80 g burro per mantecare
1 cucchiaino da tè colmo di estratto di vaniglia oppure la vaniglia raschiata da una bacca
1 grossa noce di burro e poco olio
2 cipollotti freschi
sale, pepe
Lasciate ammorbidire gli 80 grammi di burro in una ciotola fuori dal frigorifero e una volta pronto, aggiungete l'estratto di vaniglia o i semini della bacca raschiata ben bene. Lavoratelo a crema per qualche minuto in modo che la vaniglia sia perfettamente amalgamata quindi arrotolatelo a mo' di salame in un poco di pellicola e rimettetelo in frigorifero a indurire.
Mondate gli asparagi, raschiatene bene il fondo con una mandolina. Lavateli bene e lasciateli un paio di minuti a bagno, poi scolateli. Tagliate la parte bassa più fibrosa dei gambi e conservatela, poi tagliate a pezzi gli asparagi che andranno nel risotto, tenendo da parte le punte . Preparate un brodo vegetale con gli scarti dei gambi raschiati. In una risottiera o in una casseruola sciogliete la noce di burro con un goccio d'olio, tritate i cipollotti freschi abbastanza finemente e lasciateli stufare nel condimento, aggiungete gli asparagi tagliati a pezzi.
Fate insaporire il tutto quindi aggiungete un poco del brodo di cottura dei gambi, e lasciate cuocere per circa 10 minuti o poco più. Una volta pronti, toglietene metà dalla casseruola tenendoli da parte, e frullate in maniera grossolana quello che resta nella pentola. Rimettete sul fuoco la casseruola e versate il riso, lasciatelo insaporire nella crema e iniziate a fare il risotto al solito modo, aggiungendo il brodo di gambi poco per volta fino a che la cottura è quasi al dente e il risotto ancora molto morbido, all'onda. A metà cottura aggiungete le punte crude tenute da parte e anche gli asparagi tolti dalla pentola in precedenza. Regolate di sale e di pepe bianco. Alla fine, quando il riso sarà pronto e all'onda, spegnete il fuoco e lasciate riposare qualche secondo, nel frattempo tagliate a rondelle sottili il burro alla vaniglia che si sarà perfettamente indurito. Preparate il riso nei piatti, aggiungete un paio di rondelle di burro alla vaniglia in modo che ogni commensale possa mantecarlo direttamente nel proprio piatto, e servite velocemente.
Il Parmigiano grattugiato lasciatelo a disposizione di ognuno per la mantecatura nel piatto, nelle quantità desiderate.
Mi raccomando, osate senza paura!!
Quando è così, comincio pensare a un mare di cristallo, a cieli tanto bassi da poterli quasi toccare, a vegetazione lussureggiante, a canoe e vele latine che solcano silenziose le acque, a gente dagli occhi buoni, a bambini che ridono allegri anche nella più totale, sconvolgente, povertà. Penso a quell'isola bellissima, in mezzo all'Oceano Indiano, l'isola rossa, il Madagascar... Penso ai nostri bambini della missione, rivedo i loro occhi liquidi che fanno domande mute, i loro sorrisi, i loro capelli intrecciati con le perline, i volti delle loro madri infiorati con la biacca, e la nostalgia mi stringe il cuore... Penso a quel paradiso quieto e splendente di profumi e allora vado ad annusare quel meraviglioso regalo che è la vaniglia malgascia. La annuso e ritrovo quei profumi, ripercorro mentalmente la strada per andarla a comprare, rivedo il capovillaggio di Nosy Komba che mi pesa un bel mazzo di bacche piene e morbide, profumatissime. Ne ho ancora qualcuna, ormai rinsecchita ma ancora profumatissima, che tengo cara. Le altre, dopo l'uso, le ho infilate man mano in una bottiglia col tappo ermetico che ho riempito di vodka e ora ho una quantità di estratto di vaniglia che mi durerà finchè campo. Particolarmente buona la vaniglia del Madagascar, un profumo caldo e avvolgente, forte e penetrante ma allo stesso tempo rotondo, piacevolissimo. Il suo uso lo conosciamo tutti, soprattutto legato ai dolci, ma ci sono abbinamenti col salato che sono sorprendenti, e siccome oggi il Calendario del Cibo Italiano dedica la giornata al risotto alla Parmigiana e ai risotti ad esso collegati , vi proporrei di osare un poco con questo risotto che ha la particolarità di venire mantecato dai commensali direttamente nel proprio piatto:
Risotto in crema di asparagi e burro alla vaniglia
per tre o quattro persone
riso Carnaroli q.b. (io calcolo due pugni a testa più due per la pentola)
1 mazzo di asparagi verdi (oppure 2 di aspargina sottile)
80 g burro per mantecare
1 cucchiaino da tè colmo di estratto di vaniglia oppure la vaniglia raschiata da una bacca
1 grossa noce di burro e poco olio
2 cipollotti freschi
sale, pepe
Lasciate ammorbidire gli 80 grammi di burro in una ciotola fuori dal frigorifero e una volta pronto, aggiungete l'estratto di vaniglia o i semini della bacca raschiata ben bene. Lavoratelo a crema per qualche minuto in modo che la vaniglia sia perfettamente amalgamata quindi arrotolatelo a mo' di salame in un poco di pellicola e rimettetelo in frigorifero a indurire.
Mondate gli asparagi, raschiatene bene il fondo con una mandolina. Lavateli bene e lasciateli un paio di minuti a bagno, poi scolateli. Tagliate la parte bassa più fibrosa dei gambi e conservatela, poi tagliate a pezzi gli asparagi che andranno nel risotto, tenendo da parte le punte . Preparate un brodo vegetale con gli scarti dei gambi raschiati. In una risottiera o in una casseruola sciogliete la noce di burro con un goccio d'olio, tritate i cipollotti freschi abbastanza finemente e lasciateli stufare nel condimento, aggiungete gli asparagi tagliati a pezzi.
Fate insaporire il tutto quindi aggiungete un poco del brodo di cottura dei gambi, e lasciate cuocere per circa 10 minuti o poco più. Una volta pronti, toglietene metà dalla casseruola tenendoli da parte, e frullate in maniera grossolana quello che resta nella pentola. Rimettete sul fuoco la casseruola e versate il riso, lasciatelo insaporire nella crema e iniziate a fare il risotto al solito modo, aggiungendo il brodo di gambi poco per volta fino a che la cottura è quasi al dente e il risotto ancora molto morbido, all'onda. A metà cottura aggiungete le punte crude tenute da parte e anche gli asparagi tolti dalla pentola in precedenza. Regolate di sale e di pepe bianco. Alla fine, quando il riso sarà pronto e all'onda, spegnete il fuoco e lasciate riposare qualche secondo, nel frattempo tagliate a rondelle sottili il burro alla vaniglia che si sarà perfettamente indurito. Preparate il riso nei piatti, aggiungete un paio di rondelle di burro alla vaniglia in modo che ogni commensale possa mantecarlo direttamente nel proprio piatto, e servite velocemente.
Il Parmigiano grattugiato lasciatelo a disposizione di ognuno per la mantecatura nel piatto, nelle quantità desiderate.
Mi raccomando, osate senza paura!!
Calendario del Cibo italiano
dolci e dessert
Torta di Montevecchia per il Calendario del Cibo Italiano
Montevecchia
è stata per lungo tempo una località brianzola
molto trendy, un luogo dove i milanesi andavano la domenica a mangiare
il salame e i caprini sott'olio, tutto annaffiato con l'ottimo, raro
vino che si produce in quella zona.
Posta su una collina che domina la Val Curone, Mario Soldati la descriveva così:
“Quella delle terrazze di Montevecchia è tra le più belle posizioni della Brianza: uno spalto altissimo, un balcone che si erge, fuori dalle nebbie, e si affaccia dritto a sud; nelle giornate di vento si vede dalla Cisa al Monte Rosa. Alti monti la difendono dalle tramontane. Le brume, le nebbie, che salgono dalle pianure e dai laghi la sfiorano fruttuosamente: è chiaro, oramai, che il vino più delicato e squisito deriva sempre da uve mature al limite estremo delle condizioni climatiche e geoponiche necessarie alla vite”
C'erano molti localini, trattorie con le tovaglie a quadretti rossi e la "frasca" appesa all'entrata, che per un certo periodo frequentammo anche noi con la solita comitiva, dove potevi fare "merenda" con il salame locale e i formaggini, famosissimi.
I caprini, formaggi freschi a latte crudo e a pasta cruda, prodotti esclusivamente con latte di capra, solitamente in forma cilindrica, tipo i Petit Suisse per intenderci.
Li potevi consumare freschi oppure potevi tentare di assaggiare quelli stagionati, piccanti e molto saporiti, coperti da una leggera patina gialla e messi sott'olio. Questi ultimi si spalmavano su pane a fette e si annegavano con il Nustranel, un vinello bianco che andava giù come rosolio.
Il periodo d'oro di Montevecchia è durato a lungo, diciamo da fine anni '60 fino ai primi '80.
E' cambiata molto, come è nell'ordine delle cose. Ma le terrazze coltivate a rosmarino e a vigne sono sempre le stesse, sali nella piazzetta ed è tutto ristrutturato, i localini sono spariti, restano solo un paio di posti ma ritrovi la stessa sensazione di trovarti in una dimensione diversa, anche se i paesi della cintura e Milano, sono a pochi chilometri di distanza.
Il traffico continua a scorrere più giù mentre tu, dall'alto della collina, ti perdi ad osservare il patchwork disegnato dai terrazzamenti, dalle variegate sfumature di verde delle coltivazioni ad erbe aromatiche, dal rosso della terra, dalla geometria dei campi e delle vigne. Uno spettacolo che ti incanta la distesa della pianura, mentre una leggera foschia ammanta tutto di un'aura strana, impensata, quasi emozionante.
Ricordo che nelle nostre scorribande lassù concludevamo sempre le merende a base di salame e caprini con la torta di Montevecchia.
La facevo spesso un tempo, ma poi anche lei è caduta nell'oblio...
Ma è ora di rispolverarla per il Calendario del Cibo Italiano
Torta di Montevecchia
Togliete dal forno e lasciate raffreddare completamente.
preparate il coulis:
Nel bicchiere del frullatore mettete i lamponi e lo zucchero a velo, frullate e passate tutto al setaccio per eliminare i semini , tenete in frigo.
QUI potete trovare tutte le informazioni relative a questo piccolo borgo sulle colline brianzole
i terrazzamenti
il Santuario
Posta su una collina che domina la Val Curone, Mario Soldati la descriveva così:
“Quella delle terrazze di Montevecchia è tra le più belle posizioni della Brianza: uno spalto altissimo, un balcone che si erge, fuori dalle nebbie, e si affaccia dritto a sud; nelle giornate di vento si vede dalla Cisa al Monte Rosa. Alti monti la difendono dalle tramontane. Le brume, le nebbie, che salgono dalle pianure e dai laghi la sfiorano fruttuosamente: è chiaro, oramai, che il vino più delicato e squisito deriva sempre da uve mature al limite estremo delle condizioni climatiche e geoponiche necessarie alla vite”
C'erano molti localini, trattorie con le tovaglie a quadretti rossi e la "frasca" appesa all'entrata, che per un certo periodo frequentammo anche noi con la solita comitiva, dove potevi fare "merenda" con il salame locale e i formaggini, famosissimi.
I caprini, formaggi freschi a latte crudo e a pasta cruda, prodotti esclusivamente con latte di capra, solitamente in forma cilindrica, tipo i Petit Suisse per intenderci.
Li potevi consumare freschi oppure potevi tentare di assaggiare quelli stagionati, piccanti e molto saporiti, coperti da una leggera patina gialla e messi sott'olio. Questi ultimi si spalmavano su pane a fette e si annegavano con il Nustranel, un vinello bianco che andava giù come rosolio.
Il periodo d'oro di Montevecchia è durato a lungo, diciamo da fine anni '60 fino ai primi '80.
E' cambiata molto, come è nell'ordine delle cose. Ma le terrazze coltivate a rosmarino e a vigne sono sempre le stesse, sali nella piazzetta ed è tutto ristrutturato, i localini sono spariti, restano solo un paio di posti ma ritrovi la stessa sensazione di trovarti in una dimensione diversa, anche se i paesi della cintura e Milano, sono a pochi chilometri di distanza.
Il traffico continua a scorrere più giù mentre tu, dall'alto della collina, ti perdi ad osservare il patchwork disegnato dai terrazzamenti, dalle variegate sfumature di verde delle coltivazioni ad erbe aromatiche, dal rosso della terra, dalla geometria dei campi e delle vigne. Uno spettacolo che ti incanta la distesa della pianura, mentre una leggera foschia ammanta tutto di un'aura strana, impensata, quasi emozionante.
Ricordo che nelle nostre scorribande lassù concludevamo sempre le merende a base di salame e caprini con la torta di Montevecchia.
La facevo spesso un tempo, ma poi anche lei è caduta nell'oblio...
Ma è ora di rispolverarla per il Calendario del Cibo Italiano
Torta di Montevecchia
500 g pasta frolla
210 g caprini di Montevecchia
(se preferite, si possono usare i caprini vaccini )
170 g mascarpone
210 g zucchero
4 tuorli
3 albumi
15 g maizena
210 g caprini di Montevecchia
(se preferite, si possono usare i caprini vaccini )
170 g mascarpone
210 g zucchero
4 tuorli
3 albumi
15 g maizena
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
la scorza grattugiata di 1 limone non trattato
per guarnire
lamponi freschi
per il coulis
200 g lamponi
la scorza grattugiata di 1 limone non trattato
per guarnire
lamponi freschi
per il coulis
200 g lamponi
2 cucchiai colmi di zucchero a velo
Fate la frolla come d'abitudine e dopo il riposo stendetela in una teglia da 26 cm. bucherellate il fondo con la forchetta e cuocete in bianco per 10 minuti circa in forno a 180°. Togliete dal forno, eliminate i fagioli o altro della cottura in bianco e lasciate intiepidire.
Nel frattempo, con la frusta elettrica lavorate i formaggi in una ciotola insieme alla maizena, alla scorza di limone grattugiata e la vaniglia.
Fate la frolla come d'abitudine e dopo il riposo stendetela in una teglia da 26 cm. bucherellate il fondo con la forchetta e cuocete in bianco per 10 minuti circa in forno a 180°. Togliete dal forno, eliminate i fagioli o altro della cottura in bianco e lasciate intiepidire.
Nel frattempo, con la frusta elettrica lavorate i formaggi in una ciotola insieme alla maizena, alla scorza di limone grattugiata e la vaniglia.
A parte montare i
tuorli con 80 g di zucchero fino ad avere un composto chiaro e
spumoso.
Unite la crema di formaggi, mescolando bene.
Montate a neve gli albumi e quando sono quasi montati unire lo zucchero rimasto, pian piano sempre montando, quindi incorporate anche la meringa al composto di formaggio.
Mescolate bene e versate nel guscio di frolla.
Rimettete in forno e continuate la cottura a 180° per circa 45 minuti, dipende dal forno.
Il ripieno si gonfierà, è normale, tornerà poi a compattarsi a dolce freddo.
Unite la crema di formaggi, mescolando bene.
Montate a neve gli albumi e quando sono quasi montati unire lo zucchero rimasto, pian piano sempre montando, quindi incorporate anche la meringa al composto di formaggio.
Mescolate bene e versate nel guscio di frolla.
Rimettete in forno e continuate la cottura a 180° per circa 45 minuti, dipende dal forno.
Il ripieno si gonfierà, è normale, tornerà poi a compattarsi a dolce freddo.
Togliete dal forno e lasciate raffreddare completamente.
preparate il coulis:
Nel bicchiere del frullatore mettete i lamponi e lo zucchero a velo, frullate e passate tutto al setaccio per eliminare i semini , tenete in frigo.
Servite la torta con il coulis, qualche lampone fresco e foglioline di menta.
QUI potete trovare tutte le informazioni relative a questo piccolo borgo sulle colline brianzole
qualche foto di Montevecchia:
i terrazzamenti, preparati per la coltivazione del rosmarino
la vista sulle montagne alle spalle di Montevecchia, con i Corni di Canzo e le Prealpi...
i terrazzamenti
il Santuario
Calendario del Cibo italiano
pesce
secondi
Puntarelle alternative per il Calendario del Cibo Italiano
Le Puntarelle sono oggi l'argomento del Calendario del Cibo Italiano.
Io le ho scoperte molto tardi, non essendo tradizione qui, nel profondo nord dove vivo. Da bambina non ricordo di averle mai viste nè sui banchi del mercato nè nei negozi di frutta e verdura, e nonostante mia madre preparasse spesso la catalogna, delle puntarelle ignoravamo l'esistenza.
E' stato un amico romano, Piggi, a farmele incontrare molti anni fa. Da quando le ho provate, non sono mai mancate sulla mia tavola. Ovviamente qui non si trovano già pronte, tagliate sottili sottili e arricciate, bensì intere.
Durante una lontanissima gita a Roma ho pure comprato l'aggeggio apposito per tagliarle a striscioline, ma l'ho sempre usato con scarsi risultati. Probabilmente sono io che non sono capace, tanto che ci ho rinunciato. Ogni tanto mi armo di pazienza e le taglio sottilissime a coltello, arricciandole come posso in acqua e ghiaccio ma non sono la stessa cosa.
Questa volta ne ho fatto un uso diverso. Le avevo comprate per arricciarle appunto, poi mi è balenata in testa una idea ed ecco qua
Filetto di ombrina, topinambur e puntarelle
per 2 persone
1 ombrina di pezzatura media
400 g topinambur
400 g puntarelle intere
2 alici sott'olio
1 spicchio d'aglio
olio, sale, pepe
3 o 4 spicchi d'arancia
sfilettate l'ombrina, o fatevela sfilettare dal pescivendolo. Non gettate la carcassa, congelatela, potrete usarla per un fumetto di pesce.
Eliminate eventuali spine ancora presenti nei filetti, lavateli e asciugateli.
Pelate a vivo una arancia, ricavate degli spicchi anch'essi pelati a vivo e tenete da parte.
Lavate le puntarelle, lasciandole intere, scaldate un poco di olio d'oliva in una piccola padella, aggiungete lo spicchio d'aglio e le alici, quando si saranno sciolte aggiungete le puntarelle e fatele stufare a fuoco basso fino a quando saranno morbide, regolate di sale, se serve, aggiungete poca acqua calda. Non fatele passare di cottura, meglio che siano ancora un po' croccanti che troppo cotte.
Pelate i topinambur, lavateli e asciugateli, tagliateli a fettine sottili e fateli stufare in un goccio d'olio d'oliva, salate, pepate e cuoceteli aggiungendo poca acqua calda (o brodo vegetale) e quando sono pronti frullateli a crema e tenete in caldo.
Dividete ogni filetto di ombrina in due pezzi, friggeteli in olio profondo, uno alla volta per un paio di minuti, giusto per sigillarne la carne, una volta fatta questa operazione con tutti i quattro pezzi, metteteli in una teglia foderata di carta forno e infornateli a 180/200° per 10 minuti o poco più in modo che si completi la cottura.
Mettete un po' di crema di topinambur nel piatto, adagiatevi il filetto di ombrina in due pezzi, aggiungete le puntarelle e un poco del loro fondo, colorate tutto con un paio di spicchi d'arancia precedentemente preparati.
Io le ho scoperte molto tardi, non essendo tradizione qui, nel profondo nord dove vivo. Da bambina non ricordo di averle mai viste nè sui banchi del mercato nè nei negozi di frutta e verdura, e nonostante mia madre preparasse spesso la catalogna, delle puntarelle ignoravamo l'esistenza.
E' stato un amico romano, Piggi, a farmele incontrare molti anni fa. Da quando le ho provate, non sono mai mancate sulla mia tavola. Ovviamente qui non si trovano già pronte, tagliate sottili sottili e arricciate, bensì intere.
Durante una lontanissima gita a Roma ho pure comprato l'aggeggio apposito per tagliarle a striscioline, ma l'ho sempre usato con scarsi risultati. Probabilmente sono io che non sono capace, tanto che ci ho rinunciato. Ogni tanto mi armo di pazienza e le taglio sottilissime a coltello, arricciandole come posso in acqua e ghiaccio ma non sono la stessa cosa.
Questa volta ne ho fatto un uso diverso. Le avevo comprate per arricciarle appunto, poi mi è balenata in testa una idea ed ecco qua
Filetto di ombrina, topinambur e puntarelle
per 2 persone
1 ombrina di pezzatura media
400 g topinambur
400 g puntarelle intere
2 alici sott'olio
1 spicchio d'aglio
olio, sale, pepe
3 o 4 spicchi d'arancia
sfilettate l'ombrina, o fatevela sfilettare dal pescivendolo. Non gettate la carcassa, congelatela, potrete usarla per un fumetto di pesce.
Eliminate eventuali spine ancora presenti nei filetti, lavateli e asciugateli.
Pelate a vivo una arancia, ricavate degli spicchi anch'essi pelati a vivo e tenete da parte.
Lavate le puntarelle, lasciandole intere, scaldate un poco di olio d'oliva in una piccola padella, aggiungete lo spicchio d'aglio e le alici, quando si saranno sciolte aggiungete le puntarelle e fatele stufare a fuoco basso fino a quando saranno morbide, regolate di sale, se serve, aggiungete poca acqua calda. Non fatele passare di cottura, meglio che siano ancora un po' croccanti che troppo cotte.
Pelate i topinambur, lavateli e asciugateli, tagliateli a fettine sottili e fateli stufare in un goccio d'olio d'oliva, salate, pepate e cuoceteli aggiungendo poca acqua calda (o brodo vegetale) e quando sono pronti frullateli a crema e tenete in caldo.
Dividete ogni filetto di ombrina in due pezzi, friggeteli in olio profondo, uno alla volta per un paio di minuti, giusto per sigillarne la carne, una volta fatta questa operazione con tutti i quattro pezzi, metteteli in una teglia foderata di carta forno e infornateli a 180/200° per 10 minuti o poco più in modo che si completi la cottura.
Mettete un po' di crema di topinambur nel piatto, adagiatevi il filetto di ombrina in due pezzi, aggiungete le puntarelle e un poco del loro fondo, colorate tutto con un paio di spicchi d'arancia precedentemente preparati.
Calendario del Cibo italiano
secondi
'A livella se l'è portato via il 15 aprile di cinquant'anni fa, ma lui, Totò, oramai icona della nostra storia cinematografica, continua a vivere .
Mai amato completamente dai critici ma adorato dal pubblico per quelle sue maschere da Commedia dell'Arte, per lo sberleffo, per i suoi neologismi che ancora oggi usiamo (pinzillacchere, quisquilie, bazzecole) e per un'altra grande lezione che ci ha lasciato: si può ridere di tutto. E lui lo fece, non ebbe mai paura di sbeffeggiare certe abitudini del potere.
Noio vulevan… vulevan savuàr… noio vulevan savuàr l’indiris…ja? Siamo uomini o caporali? Chissà quali risate ci regalerebbe, se fosse ancora qui.
Per ricordarlo e celebrarlo, Napoli e la Campania hanno in calendario tantissime manifestazioni e moltissime iniziative si succederanno nel corso dell'anno in tutto il Paese, la Zecca di Stato emetterà una moneta celebrativa a tiratura limitata di 5 euro che uscirà probabilmente a settembre e gli verrà anche conferita una laurea Honoris Causa.
Chissà le risate che si fa lassù su quella nuvoletta in Paradiso nel vedere oggi l'omaggio che tutto il Paese gli sta tributando, mentre in vita non ha mai visto riconoscere del tutto il suo valore. Alcuni critici lo consideravano addirittura un artista inconsistente e volgare.
" Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo Paese, in cui però per venire riconosciuti qualcosa, bisogna morire" soleva dire con amarezza.
Aveva un nome lunghissimo, Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfiro-genito Gagliardi de Curtis di Bisanzio che gli veniva dai suoi natali particolari: si chiamava Antonio Vincenzo Stefano Clemente ed era nato da Anna Clemente e dal marchese Giuseppe De Curtis fu adottato poi nel 1933 dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas di Tertive, ma lui diceva: - Tengo molto al mio titolo nobiliare perché è una cosa che appartiene soltanto a me... A pensarci bene il mio vero titolo nobiliare è Totò. Con l'altezza Imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino. Mentre con Totò ci mangio dall'età di vent'anni. Mi spiego?
Fra le tante iniziative, c'è anche quella del Calendario del Cibo Italiano e della sua Community che lo celebra attraverso le ricette di questo libro.
Quella che ho scelto di fare, indegnamente, è questa:
Coniglio al Porto
1 coniglio a pezzi, parato, lavato e asciugato
2 bicchieri di Porto rosso
1 peperone giallo
1 melanzana
2 patate
1 cipolla
1 tazza di passata di pomodoro
1 manciata di basilico spezzettato
1 rametto di menta fresca
1 cuore di sedano verde
1 ciuffo di prezzemolo
1 tazza di capperi dissalati
20 olive verdi denocciolate
2 spicchi d'aglio
q.b. di olio di semi di arachide (per friggere)
olio e. v. d'oliva
poca farina
sale, pepe
Prendete i pezzi di coniglio e metteteli in una ciotola, unite l'aglio a fettine, il prezzemolo tritato grossolanamente e un bicchiere di Porto. Mescolate bene tutto in modo che i pezzi di coniglio siano tutti ben conditi. Coprite e tenete in frigorifero a marinare per almeno 4 ore.
Trascorso il tempo, toglieteli dalla marinata, tamponateli con carta da cucina quindi infarinateli leggermente e metteteli a rosolare in una capace teglia in cui avrete fatto scaldare un goccio d' olio d'oliva. Una volta ben rosolati, toglieteli dal tegame e appoggiateli su carta da cucina in modo che perdano eventuale olio in eccesso.
A parte, in un altro tegame con un filo d'olio d'oliva, fate rosolare la cipolla tritata insieme al sedano altrettanto tritato, ai capperi, alle olive e una volta che il tutto si è insaporito, aggiungete la tazza di passata di pomodoro, cuocete per circa dieci minuti, poi unite i pezzi di coniglio rosolati, salate e pepate, aggiungete poca acqua calda, o brodo, coprite e lasciate cuocere per una quarantina di minuti a fuoco dolce, controllando che non attacchi ed eventualmente aggiungendo ancora poca acqua calda.
Nel frattempo pulite peperone, melanzana e patate, tagliate tutte le verdure a tocchetti e friggetele, separate, in abbondante olio di semi. Toglietele man mano lasciandole su carta da cucina in modo che perdano il più possibile l'olio di cottura.
Quando il coniglio sarà quasi cotto, unite anche le verdure tenute da parte e continuate a cuocere per altri dieci/quindici minuti, muovendo spesso il coniglio in modo che non attacchi, dopodichè unite il basilico e la menta e versate il secondo bicchiere di Porto nel tegame, lasciate restringere bene e servite caldissimo.
Io l'ho accompagnato con del riso Basmati cotto pilaf, e ci stava davvero bene, ma nella ricetta di Totò non era previsto. Per cui gustatelo tal quale, affogandoci un quintale di pane, oppure accompagnatelo con quello che più vi ispira per questo piatto.
E' una ricetta "rustica" per robusti appetiti, non è elegantissima da vedere, forte di quella tradizione casalinga che bada alla sostanza e al sapore più che all'impatto visivo.
Ne è avanzato qualche pezzo e l'abbiamo finito il giorno dopo e col riposo ha acquistato ancora più sapore. Qualcuno si è leccato pure le dita, alla fine.
se volete leggere tutto sulla vita di Totò:
https://it.wikipedia.org/wiki/Tot%C3%B2
Ricordando Totò
'A livella se l'è portato via il 15 aprile di cinquant'anni fa, ma lui, Totò, oramai icona della nostra storia cinematografica, continua a vivere .
Mai amato completamente dai critici ma adorato dal pubblico per quelle sue maschere da Commedia dell'Arte, per lo sberleffo, per i suoi neologismi che ancora oggi usiamo (pinzillacchere, quisquilie, bazzecole) e per un'altra grande lezione che ci ha lasciato: si può ridere di tutto. E lui lo fece, non ebbe mai paura di sbeffeggiare certe abitudini del potere.
Noio vulevan… vulevan savuàr… noio vulevan savuàr l’indiris…ja? Siamo uomini o caporali? Chissà quali risate ci regalerebbe, se fosse ancora qui.
Per ricordarlo e celebrarlo, Napoli e la Campania hanno in calendario tantissime manifestazioni e moltissime iniziative si succederanno nel corso dell'anno in tutto il Paese, la Zecca di Stato emetterà una moneta celebrativa a tiratura limitata di 5 euro che uscirà probabilmente a settembre e gli verrà anche conferita una laurea Honoris Causa.
Chissà le risate che si fa lassù su quella nuvoletta in Paradiso nel vedere oggi l'omaggio che tutto il Paese gli sta tributando, mentre in vita non ha mai visto riconoscere del tutto il suo valore. Alcuni critici lo consideravano addirittura un artista inconsistente e volgare.
" Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo Paese, in cui però per venire riconosciuti qualcosa, bisogna morire" soleva dire con amarezza.
Aveva un nome lunghissimo, Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfiro-genito Gagliardi de Curtis di Bisanzio che gli veniva dai suoi natali particolari: si chiamava Antonio Vincenzo Stefano Clemente ed era nato da Anna Clemente e dal marchese Giuseppe De Curtis fu adottato poi nel 1933 dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas di Tertive, ma lui diceva: - Tengo molto al mio titolo nobiliare perché è una cosa che appartiene soltanto a me... A pensarci bene il mio vero titolo nobiliare è Totò. Con l'altezza Imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino. Mentre con Totò ci mangio dall'età di vent'anni. Mi spiego?
Una
moneta commemorativa da 5 euro dedicata a Totò sarà emessa
probabilmente a settembre 2017 dalla Zecca di Stato. Disegnata
dall’artista incisore Pernazza Uliana la moneta sarà dedicata al
principe della risata e sarà un conio celebrativo, un 5 euro bimetallico
per Totò, a tiratura limitata. - See more at:
http://www.napolidavivere.it/2017/02/03/lo-emettera-moneta-5-euro-dedicata-toto/#sthash.FT80lTHD.dpufNoio volevàn… volevòn savuàr… noio volevàn
savuàr l’indris…ja? E chissà quali risate ci regalerebbe, se
fosse ancora qui.
Una
moneta commemorativa da 5 euro dedicata a Totò sarà emessa
probabilmente a settembre 2017 dalla Zecca di Stato. Disegnata
dall’artista incisore Pernazza Uliana la moneta sarà dedicata al
principe della risata e sarà un conio celebrativo, un 5 euro bimetallico
per Totò, a tiratura limitata. - See more at:
http://www.napolidavivere.it/2017/02/03/lo-emettera-moneta-5-euro-dedicata-toto/#sthash.FT80lTHD.dpuf
E lui sapeva mangiare ed era pure un eccellente cuoco. Aveva pazientemente annotato in un quadernone tutte le ricette di famiglia
corredandole di considerazioni, osservazioni, consigli sia seri che spiritosi.
Da quel blocco notes è nato il libro "Fegato qua, fegato là, fegato fritto e baccalà" (titolo che è praticamente una battuta del film Totò contro Maciste) curato da sua figlia Liliana.Fra le tante iniziative, c'è anche quella del Calendario del Cibo Italiano e della sua Community che lo celebra attraverso le ricette di questo libro.
Quella che ho scelto di fare, indegnamente, è questa:
Coniglio al Porto
1 coniglio a pezzi, parato, lavato e asciugato
2 bicchieri di Porto rosso
1 peperone giallo
1 melanzana
2 patate
1 cipolla
1 tazza di passata di pomodoro
1 manciata di basilico spezzettato
1 rametto di menta fresca
1 cuore di sedano verde
1 ciuffo di prezzemolo
1 tazza di capperi dissalati
20 olive verdi denocciolate
2 spicchi d'aglio
q.b. di olio di semi di arachide (per friggere)
olio e. v. d'oliva
poca farina
sale, pepe
Prendete i pezzi di coniglio e metteteli in una ciotola, unite l'aglio a fettine, il prezzemolo tritato grossolanamente e un bicchiere di Porto. Mescolate bene tutto in modo che i pezzi di coniglio siano tutti ben conditi. Coprite e tenete in frigorifero a marinare per almeno 4 ore.
Trascorso il tempo, toglieteli dalla marinata, tamponateli con carta da cucina quindi infarinateli leggermente e metteteli a rosolare in una capace teglia in cui avrete fatto scaldare un goccio d' olio d'oliva. Una volta ben rosolati, toglieteli dal tegame e appoggiateli su carta da cucina in modo che perdano eventuale olio in eccesso.
A parte, in un altro tegame con un filo d'olio d'oliva, fate rosolare la cipolla tritata insieme al sedano altrettanto tritato, ai capperi, alle olive e una volta che il tutto si è insaporito, aggiungete la tazza di passata di pomodoro, cuocete per circa dieci minuti, poi unite i pezzi di coniglio rosolati, salate e pepate, aggiungete poca acqua calda, o brodo, coprite e lasciate cuocere per una quarantina di minuti a fuoco dolce, controllando che non attacchi ed eventualmente aggiungendo ancora poca acqua calda.
Nel frattempo pulite peperone, melanzana e patate, tagliate tutte le verdure a tocchetti e friggetele, separate, in abbondante olio di semi. Toglietele man mano lasciandole su carta da cucina in modo che perdano il più possibile l'olio di cottura.
Quando il coniglio sarà quasi cotto, unite anche le verdure tenute da parte e continuate a cuocere per altri dieci/quindici minuti, muovendo spesso il coniglio in modo che non attacchi, dopodichè unite il basilico e la menta e versate il secondo bicchiere di Porto nel tegame, lasciate restringere bene e servite caldissimo.
Io l'ho accompagnato con del riso Basmati cotto pilaf, e ci stava davvero bene, ma nella ricetta di Totò non era previsto. Per cui gustatelo tal quale, affogandoci un quintale di pane, oppure accompagnatelo con quello che più vi ispira per questo piatto.
E' una ricetta "rustica" per robusti appetiti, non è elegantissima da vedere, forte di quella tradizione casalinga che bada alla sostanza e al sapore più che all'impatto visivo.
Ne è avanzato qualche pezzo e l'abbiamo finito il giorno dopo e col riposo ha acquistato ancora più sapore. Qualcuno si è leccato pure le dita, alla fine.
Una
moneta commemorativa da 5 euro dedicata a Totò sarà emessa
probabilmente a settembre 2017 dalla Zecca di Stato. Disegnata
dall’artista incisore Pernazza Uliana la moneta sarà dedicata al
principe della risata e sarà un conio celebrativo, un 5 euro bimetallico
per Totò, a tiratura limitata. - See more at:
http://www.napolidavivere.it/2017/02/03/lo-emettera-moneta-5-euro-dedicata-toto/#sthash.FT80lTHD.dpuf
se volete leggere tutto sulla vita di Totò:
https://it.wikipedia.org/wiki/Tot%C3%B2
antipasti
Calendario del Cibo italiano
insalate
verdure
Insalatina di asparagi bianchi e salmone affumicato per il Calendario del Cibo Italiano
Oggi è giorno di asparagi, e il Calendario del Cibo dedica a questi ortaggi, che conosciamo in molte varietà, parecchi approfondimenti molto interessanti che vi invito caldamente a leggere.
Io, per dare il mio contributo, ho scelto questa ricetta che faccio spesso in stagione di asparagi di Bassano.
Ogni volta che la preparo, il pensiero corre, attraversa l'Atlantico e vola fino alla costa del Pacifico.
Mio zio Paolo, fratello di mio padre, emigrato in Canada sul finire degli anni '40, a cui ero molto legata, dopo il calcio giocato in gioventù, aveva una grande passione: la pesca. Vivendo in Canada, vicino a Vancouver nel British Columbia, oltre alla pesca nel Fraser River, poteva spaziare in un territorio infinitamente grande, ricco di laghi, alcuni ancora incontaminati, dove poteva arrivare solo con ore di cammino nelle foreste, dopo aver lasciato la macchina, rischiando incontri ravvicinati e pericolosi con gli orsi, padroni incontrastati di quel territorio.
Era molto esperto e tornava a casa sempre con un gran bottino, ma la sua passione era la pesca ai salmoni, sul Fraser River.
Sua moglie, mia zia Claire, era figlia di un franco-canadese e di una nativa discendente dalla First Nation, tribù dei Blackfoot, i Piedi Neri e aveva tantissimi cugini nelle Riserve al confine con lo stato dell'Alberta.
Fu grazie a loro che mio zio imparò ad affumicare i salmoni. Gli insegnarono la tecnica indiana, tramandata da generazioni, il tipo di salmoni che era meglio usare, imparò a riconoscere gli alberi di cui si doveva usare il legno, quali erano più profumati e adatti, quando e dove raccoglierli.
Si era fatto una specie di camera di affumicazione usando uno di quei vecchi frigoriferi americani enormi, a doppia porta, svuotato di tutto. Appendeva i suoi salmoni, prevalentemente di qualità Sockeye, al ripiano più alto e poi accendeva il fuoco nella parte più bassa, divisa da una griglia.
La prima volta che tornò in Italia era il 1979 ed erano passati 30 anni da quando era partito. Non mi conosceva ancora, sono nata qualche mese dopo che se ne era andato. Ricordo la grande emozione e le lacrime di mio padre che ritrovava suo fratello dopo tutti quegli anni, il calore e l'affetto con cui ci abbracciammo tutti, stretti e a lungo, in mezzo all'aereoporto di Malpensa. Fu quella la prima volta che arrivò con un paio dei suoi salmoni affumicati e da allora, ogni volta che tornava, li portava. Li nascondeva nella valigia, ben camuffati in sacchetti di plastica sigillatissimi, le ultime volte sottovuoto. Ricordo il profumo che si sprigionava una volta aperto il sacchetto. Il colore rosato di quella carne buonissima, e il sentore di affumicato molto piacevole. L'attesa di assaggiarlo era compensata dalla bontà e dalle mille sfumature di sapore che ti lasciava in bocca.
Quando si parla di salmone, è inevitabile per me pensare a lui, al suo salmone affumicato, ai suoi racconti di orsi, di caribou e di alci, di laghi e di battute di pesca, di un vita dura e difficile, lontana dalla sua terra e dalla sua gente.
Insalatina di asparagi bianchi e salmone affumicato
Io, per dare il mio contributo, ho scelto questa ricetta che faccio spesso in stagione di asparagi di Bassano.
Ogni volta che la preparo, il pensiero corre, attraversa l'Atlantico e vola fino alla costa del Pacifico.
Mio zio Paolo, fratello di mio padre, emigrato in Canada sul finire degli anni '40, a cui ero molto legata, dopo il calcio giocato in gioventù, aveva una grande passione: la pesca. Vivendo in Canada, vicino a Vancouver nel British Columbia, oltre alla pesca nel Fraser River, poteva spaziare in un territorio infinitamente grande, ricco di laghi, alcuni ancora incontaminati, dove poteva arrivare solo con ore di cammino nelle foreste, dopo aver lasciato la macchina, rischiando incontri ravvicinati e pericolosi con gli orsi, padroni incontrastati di quel territorio.
Era molto esperto e tornava a casa sempre con un gran bottino, ma la sua passione era la pesca ai salmoni, sul Fraser River.
Sua moglie, mia zia Claire, era figlia di un franco-canadese e di una nativa discendente dalla First Nation, tribù dei Blackfoot, i Piedi Neri e aveva tantissimi cugini nelle Riserve al confine con lo stato dell'Alberta.
Fu grazie a loro che mio zio imparò ad affumicare i salmoni. Gli insegnarono la tecnica indiana, tramandata da generazioni, il tipo di salmoni che era meglio usare, imparò a riconoscere gli alberi di cui si doveva usare il legno, quali erano più profumati e adatti, quando e dove raccoglierli.
Si era fatto una specie di camera di affumicazione usando uno di quei vecchi frigoriferi americani enormi, a doppia porta, svuotato di tutto. Appendeva i suoi salmoni, prevalentemente di qualità Sockeye, al ripiano più alto e poi accendeva il fuoco nella parte più bassa, divisa da una griglia.
La prima volta che tornò in Italia era il 1979 ed erano passati 30 anni da quando era partito. Non mi conosceva ancora, sono nata qualche mese dopo che se ne era andato. Ricordo la grande emozione e le lacrime di mio padre che ritrovava suo fratello dopo tutti quegli anni, il calore e l'affetto con cui ci abbracciammo tutti, stretti e a lungo, in mezzo all'aereoporto di Malpensa. Fu quella la prima volta che arrivò con un paio dei suoi salmoni affumicati e da allora, ogni volta che tornava, li portava. Li nascondeva nella valigia, ben camuffati in sacchetti di plastica sigillatissimi, le ultime volte sottovuoto. Ricordo il profumo che si sprigionava una volta aperto il sacchetto. Il colore rosato di quella carne buonissima, e il sentore di affumicato molto piacevole. L'attesa di assaggiarlo era compensata dalla bontà e dalle mille sfumature di sapore che ti lasciava in bocca.
Quando si parla di salmone, è inevitabile per me pensare a lui, al suo salmone affumicato, ai suoi racconti di orsi, di caribou e di alci, di laghi e di battute di pesca, di un vita dura e difficile, lontana dalla sua terra e dalla sua gente.
Insalatina di asparagi bianchi e salmone affumicato
1 mazzo di asparagi Bassano freschissimi
80 g salmone affumicato
poco prezzemolo
per la vinaigrette:
il succo di mezza arancia
il succo di mezzo limone
olio e.v. di ottima qualità
sale, pepe bianco di mulinello
Mondate gli asparagi, spezzandoli al fondo.
Con la mandolina raschiate bene la parte finale del gambo.
Riduceteli a julienne, tagliandoli sottili sottili per il lungo. Se avete
una mandolina regolabile ok, ma anche con un coltello molto affilato si riesce senza fatica .
Man mano che li tagliate, metteteli a bagno in acqua e ghiaccio e lasciateceli per circa 15/20 minuti. Il tempo di preparare tutto il resto
degli ingredienti.
Tagliate il salmone affumicato a striscioline o a pezzetti.
Preparate la vinaigrette mettendo tutti gli ingredienti in una piccola
ciotola, sbattete molto bene e a lungo il tutto con la forchetta per emulsionare il condimento.
Scolate gli asparagi, trasferiteli in una insalatiera o altro, aggiungete il
salmone, versateci sopra la vinaigrette preparata, mescolate bene e lasciateli riposare per almeno un'ora.
Poco prima di servire completate con qualche foglia di prezzemolo.
Buonissima, può essere un ottimo antipasto ma anche un secondo leggero.
Si fa in un attimo ed è davvero gustosa e particolare. Gli asparagi
crudi sono stati una vera scoperta; per gustarli al meglio
sceglieteli freschissimi e di piccolo calibro, saranno ancora più
teneri.
antipasti
cheesecake
Per un Dolcetto
ovvero, la mia seconda ricetta scelta dal blog di Cristiana Beuf à la mode.
per la rubrica The Recipe-tionist di Flavia e il suo blog Cuocicucidici.
Non è facile scegliere, il blog di Cristiana spazia dal salato al dolce, dal rustico al raffinato senza soluzione di continuità, con tantissime ricette accattivanti e golose. Sono andata dove mi ha portato il cuore e poi non sono riuscita a tacitare le mie radici friulane che non sono state zitte un attimo: scegli questa, scegli questa, sussurravano in continuazione...come potevo non ascoltarle? Una ricetta che si mangia col cucchiaio (tanto per non smentirmi) e che contempla il vino è per forza nelle mie corde..
L'ho seguita pedissequamente, rapportando le dosi alle 3 porzioni che volevo fare e non avendo la gelatina di vino pronta, me la sono preparata dappermé, e ho cambiato la presentazione finale.
Cheesecake salata di caprino e gelatina di Dolcetto
200 ml panna liquida fresca
140 g caprino vaccino fresco
65 g cracker
40 g burro
6 g gelatina in fogli
poco sale
Per la gelatina di Dolcetto:
150 ml Dolcetto (per me il Carlot dei Fratelli Marrone di La Morra - Cn)
6 g gelatina in fogli
Per completare:
uva rosada
Tritate grossolanamente i crackers, ma in modo uniforme, mescolateli con il burro fuso e distribuiteli sul fondo di tre bicchieri non troppo grandi. Non premete, lasciateli tal quali e mettete in frigo.
Ora ammollate i fogli di gelatina in acqua fredda. Nel contempo scaldate la panna e, senza farla bollire, aggiungete il caprino e mescolate in modo che si amalgami tutto perfettamente, spostate dal fuoco e unite anche la gelatina ormai ammorbidita, ben strizzata. Mescolate nuovamente affinche la gelatina si sciolga completamente e lasciate intiepidire mescolando ogni tanto per evitare che inizi a tirare.
Mentre si fredda la crema di caprino, passate alla gelatina di Dolcetto. Ammollate la gelatina per il vino, in acqua fredda. Prendete due o tre cucchiai del vino della dose prevista, metteteli in un pentolino e scaldateli, appena il vino è caldo unite la gelatina ben strizzata e mescolate per farla sciogliere completamente, poi versate il tutto nel resto del vino, mescolando velocemente.
Riprendete i bicchieri dal frigorifero, versate in ognuno un leggero strato di crema di caprino, diciamo un dito o poco più, rimettete in frigorifero, meglio ancora in abbattitore, o addirittura, per risparmiare tempo, in congelatore, giusto il tempo che la crema indurisca velocemente. Fate però attenzione a che non si congeli tutto.
Una volta rassodato il primo strato, versate un dito di gelatina di Dolcetto, che deve essere completamente fredda, e rimettete a rassodare. Non usatela tutta, tenetene un poca per la decorzione finale, e lasciatela in un contenitore, una vaschetta di alluminio, qualcosa dove possa stare in uno strato non troppo alto e fatela rassodare in frigorifero.
Una volta che la gelatina di vino è solida, completate ogni bicchiere con il resto della crema. Mettete tutto in frigorifero.
Al momento di servire, prendete i bicchieri, prendete anche la gelatina di vino avanzata, tagliuzzatela con un coltello e aggiungetela ai bicchieri come completamento, e decorate con degli spiedini di uva rosada.
Grazie Cristiana!
per la rubrica The Recipe-tionist di Flavia e il suo blog Cuocicucidici.
Non è facile scegliere, il blog di Cristiana spazia dal salato al dolce, dal rustico al raffinato senza soluzione di continuità, con tantissime ricette accattivanti e golose. Sono andata dove mi ha portato il cuore e poi non sono riuscita a tacitare le mie radici friulane che non sono state zitte un attimo: scegli questa, scegli questa, sussurravano in continuazione...come potevo non ascoltarle? Una ricetta che si mangia col cucchiaio (tanto per non smentirmi) e che contempla il vino è per forza nelle mie corde..
L'ho seguita pedissequamente, rapportando le dosi alle 3 porzioni che volevo fare e non avendo la gelatina di vino pronta, me la sono preparata dappermé, e ho cambiato la presentazione finale.
Cheesecake salata di caprino e gelatina di Dolcetto
200 ml panna liquida fresca
140 g caprino vaccino fresco
65 g cracker
40 g burro
6 g gelatina in fogli
poco sale
Per la gelatina di Dolcetto:
150 ml Dolcetto (per me il Carlot dei Fratelli Marrone di La Morra - Cn)
6 g gelatina in fogli
Per completare:
uva rosada
Tritate grossolanamente i crackers, ma in modo uniforme, mescolateli con il burro fuso e distribuiteli sul fondo di tre bicchieri non troppo grandi. Non premete, lasciateli tal quali e mettete in frigo.
Ora ammollate i fogli di gelatina in acqua fredda. Nel contempo scaldate la panna e, senza farla bollire, aggiungete il caprino e mescolate in modo che si amalgami tutto perfettamente, spostate dal fuoco e unite anche la gelatina ormai ammorbidita, ben strizzata. Mescolate nuovamente affinche la gelatina si sciolga completamente e lasciate intiepidire mescolando ogni tanto per evitare che inizi a tirare.
Mentre si fredda la crema di caprino, passate alla gelatina di Dolcetto. Ammollate la gelatina per il vino, in acqua fredda. Prendete due o tre cucchiai del vino della dose prevista, metteteli in un pentolino e scaldateli, appena il vino è caldo unite la gelatina ben strizzata e mescolate per farla sciogliere completamente, poi versate il tutto nel resto del vino, mescolando velocemente.
Riprendete i bicchieri dal frigorifero, versate in ognuno un leggero strato di crema di caprino, diciamo un dito o poco più, rimettete in frigorifero, meglio ancora in abbattitore, o addirittura, per risparmiare tempo, in congelatore, giusto il tempo che la crema indurisca velocemente. Fate però attenzione a che non si congeli tutto.
Una volta rassodato il primo strato, versate un dito di gelatina di Dolcetto, che deve essere completamente fredda, e rimettete a rassodare. Non usatela tutta, tenetene un poca per la decorzione finale, e lasciatela in un contenitore, una vaschetta di alluminio, qualcosa dove possa stare in uno strato non troppo alto e fatela rassodare in frigorifero.
Una volta che la gelatina di vino è solida, completate ogni bicchiere con il resto della crema. Mettete tutto in frigorifero.
Al momento di servire, prendete i bicchieri, prendete anche la gelatina di vino avanzata, tagliuzzatela con un coltello e aggiungetela ai bicchieri come completamento, e decorate con degli spiedini di uva rosada.
Grazie Cristiana!
Bonet alle nocciole, per il Calendario del Cibo Italiano
Per il Calendario del Cibo Italiano mi fa piacere riproporre quello che ormai è diventato un classico di casa mia, e che probabilmente avete già visto su queste pagine.
Questo dolce mi ha subito intrigato....nonostante sia notorio che non amo gli amaretti, ma vederlo lì, in una gran bella foto su una rivista dal mio edicolante preferito, ha acceso i sensori nella mia testa, per cui mi son detta che forse avrei dovuto dare una possibilità anche agli amaretti, in fondo si fanno tanti cambiamenti nella vita che hai visto mai che mi possano piacere anche i dolci con gli amaretti....
Ho comprato la rivista. Non ho aspettato, ero troppo curiosa di sentire se il sapore che avevo in testa corrispondesse.....
E poi è di una facilità disarmante, si fa in un attimo, basta avere attenzione per la cottura ed è sempre bene farlo la sera prima per dargli il tempo di assestare i sapori e di compattarsi bene.
BONET (O BUNET) ALLE NOCCIOLE
(da Sale e
Pepe)
1/2 litro latte intero
100 g nocciola Tonda Gentile delle
Langhe (tostate)
100 g zucchero
50 g zucchero per il caramello
3 cucchiai caffè ristretto
3 cucchiai Rhum
60 gr amaretti secchi
4 uova
2 tuorli
Preparate il caramello con 50 gr di zucchero e un cucchiaio d'acqua.
Una volta pronto, caramellate uno stampo da plumcake da 1 litro e lasciate raffreddare.
Tritate finemente le nocciole tostate con un cucchiaio di zucchero, fino quasi a farle diventare pasta, facendo però attenzione che non si surriscaldino troppo, quindi fatelo azionando il cutter ad intermittenza.
Tritate bene gli amaretti fino a ridurli in una polvere abbastanza fine, non devono esserci pezzi più grossi.
Portate il latte a ebollizione, una volta caldo, unite i 100 grammi di zucchero e mescolate per farlo sciogliere completamente.
In una ciotola sbattete le uova e i tuorli senza incorporare aria, quando sono ben amalgamati, aggiungete gli amaretti, le nocciole tritate, il caffè molto ristretto e il liquore.
Mescolate di nuovo con la frusta in modo che tutto sia perfettamente liscio e amalgamato, soprattutto il trito di nocciole. Dovrete avere un composto senza nessun tipo di grumi.
Versate il latte caldo sul composto, date una ulteriore mescolata e tasferitelo nello stampo caramellato ormai freddo.
Cuocet e a bagnomaria a 170° controllando che l'acqua del bagno non vada mai in ebollizione, e che arrivi a metà dello stampo.
Col mio forno ci sono voluti un po' di più di 50 minuti. E' comunque pronto quando è resistente al tatto.
Toglietelo dal forno e lasciatelo raffreddare nel suo bagnomaria, quindi mettetelo in frigorifero fino al momento di servire.
Sformatelo in un piatto che possa contenere anche il suo caramello.
3 cucchiai caffè ristretto
3 cucchiai Rhum
60 gr amaretti secchi
4 uova
2 tuorli
Preparate il caramello con 50 gr di zucchero e un cucchiaio d'acqua.
Una volta pronto, caramellate uno stampo da plumcake da 1 litro e lasciate raffreddare.
Tritate finemente le nocciole tostate con un cucchiaio di zucchero, fino quasi a farle diventare pasta, facendo però attenzione che non si surriscaldino troppo, quindi fatelo azionando il cutter ad intermittenza.
Tritate bene gli amaretti fino a ridurli in una polvere abbastanza fine, non devono esserci pezzi più grossi.
Portate il latte a ebollizione, una volta caldo, unite i 100 grammi di zucchero e mescolate per farlo sciogliere completamente.
In una ciotola sbattete le uova e i tuorli senza incorporare aria, quando sono ben amalgamati, aggiungete gli amaretti, le nocciole tritate, il caffè molto ristretto e il liquore.
Mescolate di nuovo con la frusta in modo che tutto sia perfettamente liscio e amalgamato, soprattutto il trito di nocciole. Dovrete avere un composto senza nessun tipo di grumi.
Versate il latte caldo sul composto, date una ulteriore mescolata e tasferitelo nello stampo caramellato ormai freddo.
Cuocet e a bagnomaria a 170° controllando che l'acqua del bagno non vada mai in ebollizione, e che arrivi a metà dello stampo.
Col mio forno ci sono voluti un po' di più di 50 minuti. E' comunque pronto quando è resistente al tatto.
Toglietelo dal forno e lasciatelo raffreddare nel suo bagnomaria, quindi mettetelo in frigorifero fino al momento di servire.
Sformatelo in un piatto che possa contenere anche il suo caramello.
Semplice no? Provatelo!

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